SALONE DELLA CULTURA, MILANO 2020

SALONE DELLA CULTURA, MILANO 2020

  1. ROSACROCE ROSICRUCIANISM  ROSE-CROIX ALCHIMIA ASTROLOGIA RARITA’ ESOTERISMO

Rarissimo Mandala Rosacrociano

IMG_4703_clipped_rev_1IMG_4704_clipped_rev_1Pierre Henri de Lombard, du Castellet

Hoc Opus Nobili Alemanni A. C. Continet Imaginem Micro et Macrocosmicam Admiranda Industria Spectandam, Oculis Contemplandam Quam Frater Illuminatis vulgo Rosa Crucis, flando Extruxerat Natus anno 1378 et post CVI denatus, Anno 1484, deinde ex Musaeis Aquarum Sextiarum Nobilissimus Dominus Petris, Henricus, Vincentius Lombard, Marchio du Castellet Subtraxit et supra semper vivis Iussit opponi idibus Augusti An.o MDCCLI una cum Litteris latinis, arabicis, hebraicis, ante, et positransitum fluminis

B. Coussin Sculp., S. Luogo, agosto 1751

In 4° (34×32,5 cm). Montato su due legni coevi. Qualche forellino di tarlo ai supporti in legno e qualche piccolo forellino di tarlo alla stampa che si trova montata, a sua volta, su tela antica. Macchioline di sporco sparse, qualche lieve segno del tempo, uno strappetto nel margine esterno sinistro alto. L’immagine risulta in buone condizioni di conservazione. Mandala rosacrociano, probabilmente stampato come unicum con stemma famigliare dei nobili nizzardi Lombardi (tre pigne disposte in modo irregolare), al centro della dedicatoria. Nella dedicatoria si leggono le date di nascita e morte del mitico fondatore dei Rosacroce, Christian Rosenkreutz (1378 – 1484). Come di ogni cosa relativa ai Rosacroce, scarse sono le notizie sia sulla stampa in se’, sia sul suo realizzatore come del resto prevedibile. Come disse Umberto Eco (che sempre fu affascinato dai Rosacroce che far le confraternite segrete, è stata da sempre la più ermetica) in celebre intervento alla Milanesiana “Il segreto è un’informazione che non viene rivelata ovvero che non deve o non dovrebbe essere rivelata, perché  –  se lo fosse  –IMG_4706_clipped_rev_1  recherebbe nocumento a chi la rivela e talora persino a chi la riceve”. La stampa è attribuita, come da dedicatoria a Pierre Henri de Lombard (a volte indicato anche con il cognome di Lombart o italianizzato di Lombardi), Marchese du Castellet. Poco si sa della sua vita se non che proveniente da una nobile famiglia originaria della zona di “Aix-en-Provence”, fu un ufficiale di marina e che sarebbe stato uno dei membri dei Rosa Croce, divenendone poi uno dei principali esponenti e ultimi conoscitori dei segreti dell’ordine. In base a studi di alcune società rosacrociane, Lombard avrebbe fatto realizzare questa stampa tra il 1751 ed il 1755. Lombard. Il nostro esemplare, probabilmente sconosciuto, stabilisce definitivamente la prima data di realizzazione nel 1751. Nel sito della “Sesheta publications” si legge, riguardo ad una riproduzioni di questa stampa, evidentemente posteriore alla nostra “Le Collegium Rosae-Crucis possède dans ses archives, une version plus complète que celle de la Bibliotheca Hermetica d’Amsterdam (Librairie Ritmann) de cette estampe datée cette fois de 1787, la ‘Société de la Rose-Croix Hermétique’ était composée de Franc-maçons français, passionnés d’Hermétisme. L’estampe du C.R.C. est signée, en grec, par les Frères Vallier, D’Aumade, Feraud et Saurin.”. Alcune fonti suggeriscono che Lombardi fu l’iniziatore ai segreti della  Società Ermetica Rosacrociana, di uno degli ultimissimi e più conosciuti esponenti della corrente ermetica dell’ordine, il conte di Chazal che era di qualche anno più giovane di Lombardi (era nato nel 1731) e che fu un noto alchimista. Seppur i Rosacroce si richiamino a dottrine ed ad un ordine antico, ufficialmente la prima testimonianza si fa risalire al 1614 quando appare un manifesto, la “Fama Fraternitatis” seguito nel 1615 da un secondo testo la “Confessio fraternitatis Rosae crucis. Ad eruditos Europae” che tra metafore che si rifanno all’alchimia ed richiami a teorie messianiche chiamano a raccolta gli eruditi di tutt’Europa per mettersi in contatto con i confratelli e dare il loro contributo, non prima però di aver specificato il carattere segreto della confraternita e l’obbligo di segretezza dei suoi. Sempre Eco alla Milanesiana così si espresse sui Rosacroce “Tuttavia lanciano un appello finale a tutti i dotti d’Europa, affinché prendano contatto con gli adepti della società. Quasi immediatamente, da ogni parte d’Europa si iniziano a IMG_4705_clipped_rev_1scrivere appelli ai Rosacroce. Nessuno afferma di conoscerli, nessuno si dice Rosacroce, ma tutti in qualche modo cercano di far capire che si trovano in assoluta sintonia con quel programma. […] Così che chi afferma di essere Rosacroce (in quanto mancherebbe al fondamentale vincolo di riservatezza che lega gli adepti) non lo è. […] Di conseguenza, non solo non esistono prove storiche dell’esistenza dei Rosacroce originari e l’Amorc, l’Anticus et mysticus Ordo rosae crucis di cui potete ancora oggi visitare il tempio para-egizio in San José, California, afferma che i testi originari che legittimano l’ordine certamente ci sono, ma per ovvie ragioni rimarranno segreti e rinchiusi in archivi inaccessibili. […]”. Per questa ragione le testimonianze antiche dell’esistenza dei Rosacroce sono rarissime.

2. CARICATURE RATTAZZI BONAPARTE OMOSESSUALITA’ POLITICA RISORGIMENTO AUTOGRAFI RARTA’ CURIOSITA’ SATIRA CAVOUR RATTAZZI

IMG_4683_clipped_rev_1  IMG_4682_clipped_rev_1 IMG_4685_clipped_rev_1IMG_4689_clipped_rev_1  IMG_4691_clipped_rev_1 IMG_4687_clipped_rev_1IMG_4690_clipped_rev_1Marie Laetitia Studholmine Bonaparte-Wyse-Solms-Rattazzi-De Rute Marie,

Magnifico album di caricature e satira politica autografo realizzato dalla nipote di Napoleone Bonaparte

S. luogo, S. data (ma tra il 1850 ed il 1865)

Album in oblungo (27×36,5 cm) contenente 31 disegni a matita, penna e acquarello e 3 litografie,  2 a seppia realizzate probabilmente dalla stessa Marie dato che una delle due presenta un commento manoscritto dell’autrice. Legatura in piena pelle rossa con filetti a freddo e un solo fermaglio in ottone superstite, tagli oro. Album personale pregevolissimo, importante ed inedito documento dell’attività di caricaturista dell’autrice, che fu allieva di Honoré Daumier a Parigi. Con segno abile e sicuro vi sono tratteggiati personaggi politici del governo Ricasoli nell’Italia post-unitaria e dame di società colti in situazioni umoristiche e satiriche. Molti disegni hanno chiosate a mano in basso, nella fine grafia molto curata dell’autrice, in francese o in italiano, una descrizione satirica dei ritratti. A volte, il nome del personaggio ritratto, è scritto in grande, sempre da Marie Letitia al recto del foglio. Una pagina al recto presenta la scritta “Duchessa di Genova e Marchesa di Rapallo” che descrive la scena illustrata nel foglio precedente. Diversi recano la firma Marie de Solms, M. Rattazzi e lo pseudonimo “Stock”. Tra i raffigurati più celebri si riconoscono le sagome di Bettino Ricasoli, Antonio Mordini, Pier Carlo Boggio, Emilio Visconti Venosta, Camillo Benso conte di Cavour, Elisabetta di Sassonia duchessa di Genova e il marchese Rapallo. Fra i ritratti caricaturali è presento, anche, un finissimo ritratto in ovale non caricaturale, di Rattazzi.  In questo album privato è rivelato lo spirito libero di una donna interessata alle vicende politiche italiane, che non si lasciava condizionare alle ferree regole della seconda metà dell’Ottocento, cercando, al contrario, di dominare le circostanze e di trasgredire le convenzioni sociali. Lo stile di Marie, oltre a Daumier, che svilIMG_4681_clipped_rev_1uppò in una serie di caricature la maniera delle “Grosses Têtes” su piccoli corpi (si veda ad esempio quella famosa di V. Hugo comparsa in «Le Charivari» del 1849 o ancor prima quella sempre di Hugo, ad opera di Benjamin Roubaud o di Daumier, sottotitolata ironicamente «la plus forte tête romantique»), ricorda anche Étienne Carjat che ugualmente fu discepolo del grande caricaturista e ne raccolse il testimone. Marie Laetitia Studholmine Bonaparte-Wyse-Solms-Rattazzi-De Rute (Waterford, 1831 – Parigi, 1902) fu un personaggio dalle innumerevoli capacità. A lei si devono studi storici, parodie, pezzi teatrali, biografie, traduzioni dal portoghese in francese, disegni e quadri e si sa che ebbe notevole influenza politica nelle decisioni di diversi uomini potenti che la incontrarono e ne divennero amanti tanto che nella seconda metà dell’ottocento venne costantemente seguita e controllata dai servizi segreti di mezza Europa. Marie era figlia di Thomas Wyse, ministro britannico in Grecia e di Laetitia Bonaparte ed era quindi nipote di Luciano, fratello di N apoleone I. Nella sua avventurosa vita si sposò tre volte ottenendo i titoli di principessa de Solms, contessa Rattazzi (dal 1861 fino alla morte dello statista italiano, nel 1873) ed infine, marchesa de Rute. Visse, oltre che nella Savoia, a Parigi, Madrid e ad Aix-les-Bains sempre in grandi palazzi di sua proprietà. Ad Aix-les-Bains dirigeva la rivista internazionale Matinées Espagnoles. Poliglotta, parlava e scriveva correttamente in cinque lingue. A Parigi, una volta che il marito, il conte FIMG_4692_clipped_rev_1rederic Joseph de Solms (1815-1863), sposato più per capriccio che per amorem l’abbandonò per andare in America, creò “un salotto frequentato da illustri intellettuali, scrittori e artisti come Eugène Sue, Alexandre Dumas, Eugène Scribe, Emile de Girardin, Jules Simon, Jules Sandeau e Victor Hugo che la osannava. Rapidamente divenne anche un luogo di incontro per i nemici del regime imperiale. Napoleone III la corteggiò, ma a causa della gelosia della moglie Eugenia per le visite fedifraghe, Marie venne espulsa dalla Francia con l’accusa di aver usato illegalmente il cognome Bonaparte e di aver mantenuto un salone di sovversivi. Nell’agosto del 1853 Marie Letizia de Solms esiliata si trasferì a Aix-les-Bains in Savoia dove il suo amante Pommereu le aveva costruito una villa che divenne ben presto il centro di un nuovo salotto letterario, subito famoso e frequentatissimo” tratto da “Marie Laetitia Studholmine Bonaparte-Wyse-Solms-Rattazzi-De Rute, una principessa fuori dagli schemi”. Personaggio dallo spirito indomito, anticonvenzionale e dotato di grande sarcasmo, fu anche la protagonista di un celebre processo, tenutosi ad  A ngoulême nel dicembre 1891 che nato da un fatto di sangue ma che finì per portare alla luce la vita privata di Marie Letitia. Venne fuori che la nobildonna aveva stretto una relazione, quando aveva già 58 anni, con una donna più giovane di trent’anni. Nonostante i titoli ed i famosi mariti, la sua vita privata fu messa alla gogna sui giornali di tutt’Europa. Scrive, nel 1994, nel suo articolo Nerina Miletti apparso su “Quir: mensile fiorentino di cultura e vita lesbica e gay, e non solo, n. 10,pp. 20-23.” Rigaurdo al processo: “Il protagonista è il barone Bouly de Lesdain, che nell’aprile dello stesso anno aveva sparato alla moglie Carlotta e a Regis Delbeuf, segretario di redazione delle “Matinées Espagnoles”, ferendoli IMG_4688_clipped_rev_1lievemente. Il problema era stabilire se Bouly de Lesdain avesse agito per gelosia, sentendosi oltraggiato dal Delbeuf, oppure premeditatamente e su ordine della principessa. Charlotte Mortier Bouly de Lesdain viene descritta dai giornali come cameriera, dama di compagnia che seguiva ovunque la Rattazzi, e sua segretaria, “collo stipendio di cento franchi al mese, oltre l’alloggio, la tavola, il vestiario e l’amicizia intima della principessa, che non poteva più vivere senza di lei”; una “figurina magro-bionda, dai grandi occhi chiari e profondi, dal fare disdegnoso, che portava sempre, con una marcata preferenza, la prima tazza di the alla sua padrona”, tanto che le malelingue mormorarono subito delle mezze parole. “Donna romantica e bizzarra, già sulla trentina”, al processo “ha aria distinta, porta una veste nera, ha una piccola traccia di ferita alla guancia”. All’età di 23 anni Charlotte, “squilibrata, isterica, ma dotata d’una coltura non comune e d’una intelligenza superiore” fu affidata dal padre morente alla principessa (che allora aveva già più di 50 anni). Ma “l’affetto della Charlotte per la sua padrona, e più ancora di questa per quella, rivestirebbe un carattere ben più intimo e immorale di quello che esiste d’abitudine tra una signora e la sua dama di compagnia”. […] “in breve spazio di tempo, Carlotta divenne l’amica intima, la compagna inseparabile, l’uomo d’affari, il “factotum” della principessa, la quale non sapeva staccarsene nemmeno la notte e non le permetteva di dormire altrove che nel suo letto … Quando le due amiche che, malgrado il sesso e la disparità d’età, vivevano come due amanti, non andavano d’accordo … la principessa richiamava all’ordine Carlotta con degli argomenti … accompagnati da frustate e da schiaffi”, e “talvolta le faceva sentire la sua affezione in modo troppo vivo, strapazzandola e castigandola al punto da IMG_4684_clipped_rev_1romperle un dente con un pugno veramente principesco”. La sua devozione alla principessa era “immensa, furiosa, servile”; salvò due volte la vita ad una delle figlie della principessa, che sprezzantemente la chiamava Gabriella Bompard [l’abietta amante di Eyraud] e che, in un momento in cui i loro rapporti non erano propriamente ottimi, la descrive così: “Non si rendeva conto delle sue azioni, fossero buone o cattive. Era un’isterica, ecco tutto … Carlotta riuniva in se stessa tutte le contraddizioni. Perfida era coraggiosa, astuta era credula, coraggiosa era vile, damigella era serva,… perversa era fedele, spiritosa era stupida,… era brutta e sembrava bella!… Carlotta … era nata mezzana!”. Per salvare le apparenze nel 1886 fu trovato un marito di comodo […].” E ancora riguardo all’enorme risonanza che ebbe il processo: “Tutta questa pubblicità fu dovuta alla pubblicazione di alcune lettere inviate dalla principessa a Carlotta, fornite ai giornali da non si sa chi. Così “non si tratterebbe più delle solite insinuazioni, ma di fatti provati e confessati dagli stessi scritti della De Rute”; e “lo stile di questa corrispondenza È la prova dell’affezione tenera ma violenta e fantastica che la signora De Rute nutriva per la Carlotta”. A commentare le lettere della nobildonna fu anche Lombroso che scrisse che in esse è evidente ““è evidente la fusione del pensiero di sangue con quello della lascivia”. Si legge, ad esempio, in una lettera di Marie Letitia all’amante, resa pubblica durante il processo (furono varie le lettere che finirono per essere pubblicate sui giornali): “Ti scrivo invece di riposarmi, ingrata; ah! quanto ti amerei se tu non potessi vedere che me nell’orizzonte della tua vita, tutta mia, esclusivamente mia, con Messalina e Nanà[1] per sole amiche! Ciò era troppo, senza dubbio! E ti tengo il broncio birichina, più per le mie illusioni perdute che per tutto il resto. Perché non hai mai voluto comprendere che io ero la più sciocca delle donne di spirito, e che la mia più grande seduzione forse, ti confido il mio segreto, é la mia sublime scempiaggine!IMG_4686_clipped_rev_1

E’ evidente che ho sperato molte cose che spesso devono averti fatto ridere. Niun dubbio, anche, che io le abbia sinceramente credute e che tu devi averne ben riso. Ma, birichina, io ti amo. Questa parola riassume tutta la mia lettera, tutte le mie idee. Io ti ucciderò , senza dubbio: io ti martirizzerò, è probabile; io ti sventrerò forse in un momento di collera. Ma io ti amo, tutto è detto. Maria.”.

Il giornalista Raffaello Barbiera che ci raccontò la sua eccentricità, come che era solita aggirarsi per i cimiteri vestita con veli neri o che per impersonare una volta la dea Diana si coprì con una pelle di pantera, la definì “reine déclassée, ammirata, adorata dagli uni, calunniata, derisa dagli altri”. Opera unica e di grande interesse ed in buone-ottime condizioni di conservazione.

9.400 euro

3. FILOSOFIA DIRITTO PRIME EDIZIONI ITALIANE SCETTICISMO ATEISMO UMANESIMO PSICOLOGIA STREGONERIA TORTURA SOPRANNATURALE USI E COSTUMI FILOSOFIA MORALE

IMG_4868_clipped_rev_1Montaigne Michel de,

Saggi di Michel Sig. di Montagna, overo discorsi, naturali, politici, e morali, trasportati dalla lingua Francese nella Italiana, per opera di Marco Ginammi. Unito a: Apologia di Raimondo di Sebonda. Saggio di Michiel signor di Montagna, nel quale si tratta della debolezza and incertitudine del discorso Humano. Trasportao dalla Lingua Francese nell’Italiana.

In Venetia, appresso Marco Ginanni, 1633, 1634

In 4°, in barbe; due opere in un volume. Parte prima: pp. (12), 780. (4, due di ”elenco Libri stampati da M:Ginammi”, e 2 bianche); Parte seconda: pp. 58, (2). Legatura coeva in cartoncino molle (qualche lieve restauro), un tarletto nel margine alto bianco di una trentina di carte nell’apologia, sempre lontano dal testo e non significativo e nel complesso, all’interno, esemplare in ottime condizioni di conservazione ed ancora in barbe. Rara prima edizione italiana, ancor più rara a reperirsi in queste ottime condizioni di conservazione ed ancora in barbe, della più importante opera del celebre filosofo, scrittore, aforista e uomo politico francese, Michel Eyquem de Montaigne (Bordeaux, 28 febbraio 1533 – Saint-Michel-de-Montaigne, 13 settembre 1592). La prima edizione francese vide la luce nel 1580-1588,venendo poi ampliata nell’edizione postuma del 1595 curata dalla figlia adottiva, Marie de Gournay e da Pierre de Brach. In Italia, l’opera venne inizialmente conosciuta grazie ad un breve volgarizzamento edito a Ferrara nel 1590 che però era più che altro un riassunto dei punti trattati. E’ solo con la presente versione, tradotta e commentata da Girolamo Naselli, che la dedica a Davide Spinelli anche se ascritta, nel frontespizio, a Ginammi che in realtà fu solo l’editore (fra l’altro spinto alla pubblicazione integrale dell’opera più da un desiderio di fama e dalla volontà di far conoscere un’opera per lui basilare, più che da un’idea di guadagno) che l’opera venne definitivamente conosciuta nella sua interezza anche nella penisola italiana. I “Saggi” sono seguiti dalla celebre ”Apologia”, dedicata ad Annibale Mariscotti.Questo libro che costituisce il XII° capitolo del secondo libro ed è spesso assente, essendo stato stampato un anno dopo i “Saggi”, è, in realtà, una sorta di vera e propria esposizione della filosofia scettica dell’autore. Montaigne, figlio di una nobile famiglia di Bordeaux, venne cresciuto, per desiderio paterno, nel più puro spirito umanista. Nel 1558 il giovane filosofo incontra una persona che ne segnerà IMG_4869_clipped_rev_1profondamente il pensiero e l’esistenza. E’ infatti, di quest’anno il suo incontro, sui banchi del parlamento di Bordeaux con Étienne de La Boétie che divenne suo grande amico e con il quale era solito intrattenere dotte disquisizioni filosofiche. Fu proprio de La Boetie ad introdurlo a quegli ideali stoici che grande riverbero ebbero, poi, sul suo pensiero. Per fa capire quanto grande fu l’amicizia con Etienne, la morte del quale, quattro soli anni dopo la loro conoscenza, lo segnò profondamente, basta ricordare le parole a lui dedicate  nel saggio “De l’amitie” «[…] se paragono tutta la mia vita rimanente a questi quattro anni che egli mi ha regalato, essa non è altro che fumo, null’altro che una notte oscura e noiosa […] gli stessi piaceri che mi si offrono, invece di consolarmi, raddoppiano il rimpianto della sua perdita […]». Nel 1568 anche la morte del padre, al quale era molto legato lo portò verso una forma sempre maggiore di interiorizzazione del proprio pensiero e a ritirarsi sempre più dalla vita pubblica. Fu così che nel 1570, abbandonò ogni carica pubblica e decise di dedicarsi alla meditazione, agli studi e alla scrittura nei suoi possedimenti. Qui partendo dall’opera di Virgilio e Cicerone che tanto avevano indagato l’animo umano, Montaigne inizia un percorso interiore attraverso il quale, l’autore, si prefigge di conoscere ed analizzare l’anima umana. In aiuto dell’autore vengono anche i suoi studi dedicati a Plutarco, Seneca ed in particolare Lucrezio dal quale, Michel mutua la capacità di analizzare i fatti umani con occhio distaccato ed imparziale. I “Saggi” divengono quindi un ritratto non di un uomo ma degli uomini attraverso una visione “scettica” dove le cieche certezze e le dottrine troppo rigide sono da condannarsi a priori. L’opera che ebbe un’enorme influenza nella cultura occidentale non solo dedicata all’introspezione ma anche agli studi sul senso dei costumi e della morale, venne accolta con grande apprezzamento dalla critica letteraria ma in modo molto scettico dalle autorità ecclesiastiche che vedevano, in alcuni, passaggi un chiaro attacco ad alcuni aspetti delle credenze religiose. Basti ricordare che nel 1580, durante un viaggio a Roma (dove soggiornò a lungo e ricevette grandi onori pubblici), Montaigne venne perquisito dalla dogana pontificia e gli furono requisiti diversi volumi, compresa una copia dei suoi saggi. Su questa copia, il domenicano Fabri da Lucca, collaboratore  Maestro del sacro palazzo apostolico, sottolineò diversi passaggi che secondo il frate dovevano essere censurati o modificati, nelle edizioni seguenti. In particolare, ad attirare l’attenzione dei censori, furono i numerosi passaggi nei quali, lo scetticismo di Montaigne andava a colpire, la tortura come metodo per conoscere la verità, i miracoli, le visioni, gli incantesimi e tutte le altre credenze di tipo soprannaturale, che tanta parte avevano, all’epoca, nella dottrina ecclesiastica e nelle credenze popolari dei suoi contemporanei. Grande allarme suscitarono nelle gerarchie ecclesiastiche, i passaggi dei “Saggi” dedicati alla stregoneria, nei quali, in un’epoca nella quale le streghe venivano arse vive sui roghi, il pensatore francese esplicava che per spiegare la stregoneria non si doveva sondare il soprannaturale ma bastavano semplicemente le conoscenze mediche e per estirpare questa piaga, non servivano roghi ma semplicemente la somministrazione di terapie medicinali per malati psichici, unica via per guarire persone psichicamente turbate. Aspri commenti ed anche un intero passaggio della sua opera era così, dedicato alla validità della tortura come metodo oggettivo di conoscenza di fatti ed avvenimenti. Oltre ai passi sulla stregoneria, gli venne confutato un abuso del termine “fortuna” che secondo il Santo Uffizio richiamava troppo esplicitamente ad un determinismo astrale ritenuto al limite dell’eresia. E’ probabile anche che il richiamarsi ad autori invisi alla curia romana, come ad esempio, Teodoro di Beza, in nome dello studio del pensiero di questi autori, indipendentemente dal loro credo religioso, allarmò non poco i religiosi che vedevano in questo atteggiamento, un chiaro riferimento a quella “libertà di pensiero” tanto invisa alle gerarchie cattoliche dell’epoca. Montaigne che tenne seriamente in conto gli appunti che gli vennero rivolti dalla Censura papale, solamente per il timore di vedere la sua opera messa all’indice, rimediò con abili artefici retorici ai problemi sollevati, senza cambiare in nulla il suo pensiero ma cambiandone, nei punti incriminati, solo la forma. Opera rara a reperirsi in queste ottime condizioni di conservazione ed ancora in barbe. Nonostante i suoi interventi, come forse era inevitabile per un’opera che si ispirava ad un pensiero libero e rivoluzionario, i “Saggi” il 28 gennaio del 1676, finirono inseriti nell’Indice dei Libri Proibiti e vi rimasero fino al 1966 in qualsiasi lingua fossero pubblicati. La condanna dell’opera di Montaigne porta la firma del francescano Antonio Gillius che arrivò a definire il volume come altamente sospetto di eresia ed indubbiamente, corruttrice dei buoni costumi per il suo carattere licenzioso ed empio. Da sottolineare che nel 1602 l’opera venne condannata anche dalle autorità calviniste che attraverso la voce di Simon Goular, prima censurarono il testo e poi lo proibirono integralmente, cogliendo probabilmente, più dei funzionari cattolici, il senso profondo del lavoro, dichiarandolo come opera formante gli uomini all’ateismo. La sua visione disincantata del legame fra politica e credenze religiose gli permise di essere, da sindaco di Bordeaux (al ritorno del suo viaggio in Italia), ed dopo essere stato grande amico di Enrico III di Navarra, una figura di primo piano nella mediazione politica fra il capo protestante Enrico di Navarra (futuro re col nome di Enrico IV), il capo cattolico Enrico di Guisa ed il maresciallo de Matignon, riuscendo ad evitare che la città di Bordeaux venisse coinvolta nella guerra civile scoppiata nel 1584 a seguito della morte dell’erede designato duca d’Angiò. Nonostante i giudizi delle autorità religiose quello che caratterizza il lavoro di Montaigne è la sua ricerca disincantata della verità e della libertà di pensiero e fanno della sua opera, una delle più importanti del pensiero rinascimentale ed una pietra miliare del pensiero occidentale. Esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione, ancora in barbe. Prima edizione italiana. Rif. Bibl.: Graesse, IV, 580; Michel-Michel, V, 189 (solo la Parte prima); ‘Bulletin du Bibliophile 1984, pp.535-538: Premières éditions Italiennes des Essays…”.

4. FILOSOFIA STORIA PRIME EDIZIONI RARITA’ BIBLIOGRAFICHE LINGUAGGIO ETIMOLOGIA

IMG_4881_clipped_rev_1Vico Giambattista,

De antiquissima italorum sapientia ex linguae latinae originibus eruenda libri tres. Liber primus metaphysicus.

Neapoli, Ex Typographia Felicis Mosca, 1710

In 12° (16,3×9 cm); 130, (2) pp. Legatura coeva editoriale in pieno cartoncino. Segni di tarlo diffusi principalmente nel margine esterno bianco, abilmente restaurati con integrazione di alcune lettere in poche pagine. Esemplare ancora in barbe. Prima rarissima edizione di questa celebre seconda opera del grande filosofo e giurista napoletano, Giambattista Vico (1668 – 1744). In origine, nell’idea dell’autore, il “De antiquissima “ doveva essere formato da tre parti: il Liber metaphysicus (appunto questo), che uscì nel 1710 senza l’appendice riguardante la logica che, nell’intenzione di Vico, avrebbe dovuto avere; il Liber Physicus, che Vico pubblicò sotto forma di opuscolo col titolo De aequilibrio corporis animantis nel 1713, che andò smarrito, ma ampiamente riassunto nella Vita ed infine il Liber moralis, di cui Vico non abbozzò nemmeno il testo. Nel “De antiquissima” Vico inizia ad abbozzare pensieri che poi avrebbe estesamente e compitamente, elaborato nella Scienza Nuova. Partendo da alcuni termini della lingua latina eda analizzandone l’aspetto etimologico, Vico arriva alla conclusione che attraverso alcune parole si possano rintracciare originarie forme di pensiero arrivando a teorizzare, con estrema modernità, il linguaggio come oggettivazione del pensiero. Partendo da queste basi, Vico arriva a tracciare la forma di un antico sapere filosofico appartenuto alle primitive popolazioni italiche. Come dice lo stesso Vico “Latinis “verum” et “factum” reciprocantur, seu , ut scholarum vulgus loquitur, convertuntur”. Semplicando, secondo Vico, in contrasto con Cartesio ed in parte come già fatto dall’occasionalismo e nel metodo baconiano, noi possiamo arrivare a conoscere il pensiero umano che vi è alla base di ogni cosa creata dall’uomo ma non, ad esempio, quello che è alla base della natura in quanto non costrutto umano. La lingua diviene così un tramite fra l’uomo ed il suo passato ed un potente strumento di conoscenza storica e filosofica. Secondo Vico, il cogito cartesiano mi può sicuramente dare certezza della mia esistenza ma non mi può dir nulla di essa, cioè mi da coscienza ma non conoscenza, questa mi è preclusa. Con il metodo di Cartesio noi non possiamo arrivare a conoscere la storia umana perché, appunto, il metodo cartesiano ci accompagna solo alla coscienza. Da qui la necessità di sviluppare un metodo storico che ci possa accompagnare a comprendere profondamente la storia umana della quale il linguaggio, è senza dubbio, uno dei prodotti più complessi ed evoluti. Quella di Cartesio, per Vico, non è scienza ma più che altro un procedimento intuitivo. Come dice il filosofo napoletano “Noi dimostriamo le verità geometriche poiché le facciamo, e se potessimo dimostrare le verità fisiche le potremmo anche fare” e così ad ogni scienza, appartiene un diverso grado di possibilità conoscitive.  “I latini… dicevano che la mente è data, immessa negli uomini dagli dei. È dunque ragionevole congetturare che gli autori di queste espressioni abbiano pensato che le idee negli animi umani siano create e risvegliate da Dio […] La mente umana si manifesta pensando, ma è Dio che in me pensa, dunque in Dio conosco la mia propria mente” (Giambattista Vico, De antiquissima, 6). Per quanto riguarda la conoscenza del creato divino e del creatore stesso all’uomo è preclusa qualsiasi sicura conoscenza ma si può avvicinare a comprendere degli aspetti attraverso quello che Vico chiama “L’Ingegno” che è la facoltà propria del conoscere, per cui l’uomo è capace di contemplare e di imitare le cose. L’ingegno è così strumento di conoscenza ma allo stesso tempo,  ha la capacità di dimostrare i limiti della conoscenza umana, fino ad arrivare alla comprensione di una verità divina che si può rivelare anche attraverso l’errore.   “Dio mai si allontana dalla nostra presenza, neppure quando erriamo, poiché abbracciamo il falso sotto l’aspetto del vero e i mali sotto l’apparenza dei beni; vediamo le cose finite e ci sentiamo noi stessi finiti, ma ciò dimostra che siamo capaci di pensare l’infinito.” (Giambattista Vico, De antiquissima, 6). E’ così che attraverso l’errore umano, Vico, arriva a superare le teorie dello “scetticismo”. “Il chiarore del vero metafisico è pari a quello della luce, che percepiamo soltanto in relazione ai corpi opachi…Tale è lo splendore del vero metafisico non circoscritto da limiti, né di forma discernibile, poiché è il principio infinito di tutte le forme. Le cose fisiche sono quei corpi opachi, cioè formati e limitati, nei quali vediamo la luce del vero metafisico.” (Giambattista Vico, De antiquissima, 3). La metafisica diviene cosi la base ed il  primo passo verso la conoscenza anche se poi questa è superata e completata da altri tipi di scienza come la matematica e da altre scienze specifiche. Nato in una famiglia di modeste condizioni sociali ed economiche, il padre di Vico era un piccolo libraio, fin dalla giovane età Giambattista dimostrò una natura curiosa ed un’indole vivace ma in seguito ad una caduta intorno ai 9 anni che gli causò una frattura al cranio, gli fu impedito di seguire i normali corsi di studi per tre anni. La caduta fu così rovinosa, che il medico che lo ebbe in cura prospettò alla famiglia che il giovane avrebbe potuto risentire di gravi problemi di intelletto. Ristabilitosi dall’infortunio, pur seguendo a più riprese gli studi presso il Collegio Massimo dei Gesuiti di Napoli, Vico affiancò lo studio istituzionale ad approfondimenti da autodidatta, cosa che del resto fece anche durante gli studi universitari presso la facoltà di Giurisprudenza dell’ateneo napoletano. Questo gli permise di avvicinarsi ad alcuni temi filosofici con un punto di vista del tutto originale. Dal 1686 fu precettore dei figli del Marchese Domenico Rocca nel castello di Vatolla dove, presso la grande biblioteca della famiglia approfondisce la conoscenza dei testi di alcuni scrittori che diverranno poi punti di riferimento del suo pensiero filosofico come Platone ed il platonismo nelle versioni di Ficino, Pico della Mirandola e Patrizi, Sant’Agostino, Botero, Bodin, Tacito, Bacone e Grozio. Tra incarichi universitari, lezioni private e composizioni d’occasione su commissione necessarie a mantenere la sua numerosa famiglia ed il padre ed i fratelli che da lui saranno sempre economicamente dipendenti, nel 1699 Vico inizia ad avere una certa tranquillità economica. Nel 1710 è aggregato all’Accademia dell’Arcadia. In questi anni Vico inizia ad elaborare in forma compiuta la sue idee sulla filosofia della natura che esporrà nel suo Liber physicus, opera oggi andata dispersa ed inizia ad elaborare la sua filosofia della storia abbozzandone le basi nel “De antiquissima italorum sapientia”. Nel 1713 lavora, fra le altre opere, alla biografia del Maresciallo Antonio Carafa che darà poi alla luce nel 1716. L’opera segna la svolta degli interessi vichiani verso uno studio sempre più approfondito del senso stesso della storia e alla comprensione dei problemi giuridici legati alla natura dell’uomo, temi che da lì a poco avrebbero portato il grande filosofo alla composizione della “Scienza Nuova”. Stampata in circa mille copie, l’opera, stampata a spese dello stesso Vico, uscì nel 1725 presso l’editore napoletano Felice Mosca in un formato in dodicesimo e su carta di non eccelsa qualità proprio per contenerne i costi. La versione definitiva ed ampiamente più estesa rispetto alle prime due edizione, verrà pubblicata nel 1744. Prima rarissima edizione contenete per la prima volta il celebre aforisma vichiano “verum esse ipsum factum”. Rif. Bibl.: David Walker, The Oxford Companion to Law (Oxford: Clarendon Press, 1980); Lucia M. Palmer, trans., De Antiquissima Italorum Sapientia Ex Linguae Latinae Originibus Eruenda (Cornell: Cornell University Press, 1988).

3.000 Euro

5. COSTUMI RARITA’ RIVOLUZIONE FRANCESE GIACOBINI GARDA

IMG_4461_clipped_rev_1IMG_4463_clipped_rev_1IMG_4464_clipped_rev_1IMG_4465_clipped_rev_1IMG_4466_clipped_rev_1IMG_4460_clipped_rev_1Anonimo,

Abito dei Rappresentanti del Popolo Francese, Membri dei due Consigli del Direttorio Esecutivo, dei Minstri dei Tribunali, dei Messaggeri di Stato Uscieri, ed altri Funzionari Pubblici.

Nizza, presso la Calcografia nazionale e presso i principali merc.ti di stampe d’Italia, 1796.

In 4° piccolo (20,5×13,3 cm); 8 pp. e 19 tavole finemente colorate da mano coeva. Legatura coeva mezza pergamena con titolo chiosato da mano coeva al dorso in chiara grafia. Piatti foderati da carta color paglierino. Esemplare in ottime condizioni di conservazione. Frontespizio a stampa e con coloritura coeva. Al recto del piatto anteriore presenta bellissimo ex-libris nobiliare che identifica l’esemplare come appartenuto  alla collezione privata del celebre uomo politico, Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro e numismatico gardesano, Alessandro Carlotti (Garda, 11 marzo 1809 – Verona, 3 novembre 1867) che fu il primo sindaco di Verona dopo l’unificazione italiana. Carlotti, numismatico di ottimo livello, raccolse una discreta collezione di monete e bibliografie sull’argomento che venne poi dispersa, insieme alla sua biblioteca, alla sua morte. Fu poi un discendente di Alessandro, Felice, anche lui appassionato bibliofilo che all’inizio del novecento ricreò nuovamente una biblioteca di famiglia. Rarissima prima edizione, una seconda edizione, anch’essa rarissima, uscì lo stesso anno ma con un numero di pagine e tavoleIMG_4462_clipped_rev_1 differenti, di questa importante opera legata alla storia della Rivoluzione Francese ed alla discesa dei francesi in Italia. Il volume descrive i costumi dei rappresentanti del popolo che ricoprivano, nei primissimi tempi rivoluzionari, cariche pubbliche. L’opera oltre ad un puro carattere divulgativo, aveva anche il compito di rendere identificabili i vari personaggi pubblici per gli italiani che avevano a che fare con loro. Le descrizioni dei costumi presenti nelle prime 8 pagine in realtà più che focalizzarsi sui costumi (poi meglio descritti dalle immagini), si impegnano a rendere comprensibile la posizione dei personaggi che ricoprono il ruolo pubblico ed anche il funzionamento dei vari organi. Questo delizioso libercolo, stampato in italiano a Nizza, ebbe una certa diffusione sul territorio italiano del nord  Italia nei primi momenti rivoluzionari. Divenne poi rara per il susseguirsi degli avvenimenti storici. Dopo poco la sua pubblicazione, infatti, con l’avvento dell’epoca napoleonica, il volumetto veniva ritirato e distrutto, in quanto considerato una possibile dimostrazione del tradimento dei valori rivoluzionari avvenuta con l’avvento dell’Impero. Opera rarissima ed in ottime condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: Iccu IT\ICCU\RMLE\000267; Catalogo dei libri italiani che si trovano vendibili presso Guglielmo, Firenze, 1838, pagina 117.

6. OTTICA NEWTON FISICA TEORIA DEI COLORI SCIENZA CANNOCCHIALI ALCHIMIA CHIMICA PRIME EDIZIONI TEORIA DELLA LUCE

IMG_4555_clipped_rev_1   IMG_4554_clipped_rev_1Newton Isaac,

Traité d’optique sur les reflexions, refractions, inflexions et couleurs de la lumière. Par M. Le Chev. Newton. Traduit de l’anglais par M. Coste. Sur la seconde Edition, agumentée par l’Auteur. Tome Premier – Second.

A Amsterdam, Chez Pierre Humbert, 1720

In 12°(15,5×10 cm); due tomi: XV, (1), 328 pp. e 9 c. di tav. più volte ripiegate fuori testo, (2), 331-583, (17 di “catalogue”) pp. e 3 c. di tav. più volte ripiegate fuori testo. Legatura coeva in piena pergamena con titolo manoscritto da mano coeva al dorso. Esemplare leggermente ed uniformemente brunito a causa della qualità della carta olandese utilizzata. Completo e nel complesso ed in ottime condizioni di conservazione. Titolo del primo tomo in rosso e nero. Prima edizione francese di questo celebre studio del grande matematico, fisico, filosofo naturale, astronomo, teologo, storico e alchimista inglese, Sir Isaac Newton (Woolsthorpe-by-Colsterworth, 25 dicembre 1642 – Londra, 20 marzo 1726). L’opera che venne pubblicata per la prima volta in inglese nel 1690, venne tradotta in francese, solo nel 1720 da Coste che basò la sua traduzione, sulla seconda edizione inglese del 1704 nella quale Newton aveva ampiamente rivisto e modificato la sua teoria. Scrive Babson N° 139  riguardo a questa traduzione francese: “Coste, the translator, spent many years in England, where he fled on the revocation of the Edict of Nantes, and where he became intimate with Locke. His translations were of durable service and helped to introduce english thought to the French of the XVIIIth century”. In questo celebre studio il grande matematico arrivò a dimostrare come la luce bianca fosse composta dall’insieme di tutti i colori. Il suo libro Philosophiae Naturalis Principia Mathematica (Principi matematici di filosofia naturale), pubblicato per la prima volta nel 1687, gettò le basi della meccanica classica. Newton ha anche dato un contributo fondamentale all’ottica e condivide il merito con Gottfried Wilhelm Leibniz IMG_4553_clipped_rev_1per lo sviluppo del calcolo infinitesimale. Nei suoi “Principia”, Newton formulò le leggi del moto e della gravitazione universale che formarono il punto di vista scientifico dominante, fino a quando questo non fu sostituito dalla teoria della relatività elaborata da Einstein. I suoi studi di ottica si fanno risalire alla metà degli anni 60’ del XVII° secolo. Nel 1666, Newton osservò che lo spettro di colori che escono da un prisma nella posizione di minima deviazione è oblungo, anche quando il raggio di luce che entra nel prisma è circolare, vale a dire, il prisma rifrange colori diversi da angolazioni diverse. Questo lo portò a concludere che il colore è una proprietà intrinseca alla luce, un argomento che era stato molto discusso negli anni precedenti. Dal 1670 al 1672, Newton tenne lezioni di ottica. E fu durante questo periodo che approfondì notevolmente la rifrazione della luce, dimostrando che lo spettro multicolore prodotto da un prisma potrebbe essere ricomposto in luce bianca da una lente e un secondo prisma. Studi recenti hanno rivelato che l’analisi di Newton e la “risintesi” della luce bianca da uno spettro di colori vennero ispirati a Newton dalle sue conoscenze dell’alchimia corpuscolare. L’autore arrivò a dimostrato che la luce colorata non cambia le sue proprietà separando un raggio colorato e splendendolo su vari oggetti e che, indipendentemente dal fatto che sia riflessa, diffusa o trasmessa, la luce rimane dello stesso colore, arrivando alla conclusione che il colore è il risultato di oggetti che interagiscono con luce già colorata anziché di oggetti che generano il colore stesso. Questa è conosciuta come la teoria del colore di Newton. Partendo da queste conclusioni, arrivò a comprendere come la lente di qualsiasi telescopio rifrattore soffrirebbe della dispersione della luce in colori (aberrazione cromatica). Per provare questa teoria, nel 1668, utilizzando diversi materiale da lui stesso elaborati, arrivò a costruire un telescopio usando specchi riflettenti anziché lenti come obiettivo per aggirare il problema. Questo telescopio prese il nome di Telescopio Newtoniano. Partendo proprio dai suoi studi di ottica e dalle critiche che gli vennero mosse da alcuni insegni studiosi del tempo, celebre la disputa con il filosofo Robert Hooke, il celebre matematico arrivò ad affrontare anche il tema delle orbite ellittiche arrivando a concludere che la forma ellittica delle orbite planetarie risulterebbe da una forza centripeta inversamente proporzionale al quadrato del vettore del raggio. Nella sua Ipotesi di luce del 1675, Newton postulò l’esistenza dell’etere, come  trasmettitore di forze tra particelle. Il contatto con il grande filosofo neoplatonico di Cambridge, Henry More ravvivò il suo interesse per l’alchimia. Nell’elaborazione della sua teoria della luce, sostituì, così, l’etere con forze occulte basate sull’idea ermetica di attrazione e repulsione tra particelle. Si può facilmente comprendere come il celebre economista e collezionista inglese, John Maynard Keynes, che acquisì molti IMG_4556_clipped_rev_1degli scritti di Newton sull’alchimia, arrivò ad affermare che ” Newton was not the first of the age of reason: He was the last of the magicians”. Detto questo, resta indubbio che l’interesse di Newton per l’alchimia non può essere isolato dai suoi contributi alla scienza, come è oggi considerato palese che se Newton, non avesse fatto affidamento sull’idea occulta dell’azione a distanza, attraverso un vuoto, non avrebbe poi potuto sviluppare la sua teoria della gravità. Nell’edizione del 1704 espose la sua teoria corpuscolare della luce, nella quale ipotizzava che la luce fosse formata da corpuscoli estremamente sottili, mentre la materia ordinaria fosse fatta di corpuscoli più grossolani, arrivando a porsi la domanda della ragione per la quale attraverso una specie di “trasmutazione alchemica” “Are not gross Bodies and Light convertible into one another, … and may not Bodies receive much of their Activity from the Particles of Light which enter their Composition?” (Dobbs, J.T. (December 1982). “Newton’s Alchemy and His Theory of Matter”). Durante i suoi studi di ottica il celebre scienziato, arrivò a costruire anche, una forma primitiva di un generatore elettrostatico ad attrito, usando un globo di vetro. Per comprendere l’importanza degli studi newtoniani in materia di ottica, basti ricordare che nella sua opera di ottica, Newton è stato il primo a mostrare un diagramma usando un prisma come espansore del raggio e anche ad usare matrici a prismi multipli. Circa 278 anni dopo gli studi di Newton, gli espansori a fascio di prismi multipli sono diventati centrali nello sviluppo dei laser sintonizzabili a larghezza di banda stretta. Inoltre, l’uso di questi espansori a fascio prismatico ha portato, in epoca recente, alla teoria della dispersione a prismi multipli. Rif. Bibl.: Wallis 186; Dibner 148; PMM 172.

1.500 euro

7. FILOSOFIA NAPOLI PRIME EDIZIONI SCIENZA DIRITTO

Senza titolo-15   Senza titolo-18Vico Giambattista,

Principj di Scienza Nuova di Giambattista Vico. D’intorno alla comune natura delle nazioni. In questa terza impressione dal medesimo autore in un gran numero di luoghi corretta, schiarita, e notabilmente accresciuta. Tomo I – II. [Completo].

Napoli, Stamperia Muziana, a spese Gaetano e Steffano Elia, 1744

In 8° (21×13 cm); (16), 1-376, (2), 379-526 (i. e. 516), (4) pp. 3 tre tav. fuori testo (ritratto di Vico, antiporta e tavola più volte ripiegata). Omesse nella numerazione, come in tutti gli esemplari, le pagine 441-450. Bella legatura coeva in piena pergamena rigida con autore, titolo e picco fregio chiosati a mano all’epoca della legatura. Tagli spruzzati in rosso. Un leggerissimo, quasi invisibile alone, al margine esterno bianco, lontano dal testo, nelle prima 60 carte, del tutto ininfluente e all’interno esemplare in ottime condizioni di conservazione che a differenza della maggior parte degli esemplari conosciuti che si presentano fortemente bruniti a causa della qualità della carta napoletana utilizzata dalla stamperia Muziana, ha solo qualche quaderno leggermente brunito (in particolare le ultime 10 carte). Esemplare ancora in barbe e stampato su carta forte. Terza edizione ma prima definitiva, di una delle opere più importanti della storia del pensiero filosofico europeo e capolavoro del grande filosofo e giurista napoletano Giambattista Vico (Napoli, 23 giugno 1668 – Senza titolo-16Napoli, 23 gennaio 1744). Questa edizione venne pubblicata postuma dal figlio Gennaro che aveva sostituito il padre alla cattedra presso l’Università di Napoli, nel 1744, raccogliendo le parti nuove aggiunte all’opera dallo stesso Vico. Il grande filosofo, infatti, fin dalla pubblicazione della prima edizione nel 1725 aveva, fino alla morte, continuato ad integrare e correggere quella che riteneva la sua opera più importante, spesso in risposta a diverse critiche che l’opera stessa aveva suscitato. Scrive Croce riguardo a questa edizione “questa volta, che fu davvero l’ultima, egli non si contentò di stendere le solite correzioni, miglioramenti e aggiunte, ma si die’ a riscrivere da cima a fondo tutta l’opera, salvo poi, in parecchie riprese, e lungo per lo meno un settennio (1736-1743), a consacrarvi un lavorio così intenso di lima che, non bastando l’interlineo e i margini, dove’ ricorrere talora anche a foglietti intercalati. Nel codice che ci ha serbato l’autografo di codesta redazione definitiva [.] è da riconoscere quello adoperato nella stampa dell’edizione del 1744” (Bibliografia vichiana, I, 52) . Su questa terza edizione si baseranno tutte le riedizioni susseguenti. Compito della ‘scienza nuova’ sarà quello di indagare la Senza titolo-14storia alla ricerca di quei principi costanti che, secondo una concezione per certi versi platonizzante, fanno presupporre nell’azione storica l’esistenza di leggi che ne siano a fondamento com’è per tutte le altre scienze: ” Poiché questo mondo di nazioni egli è stato fatto dagli uomini, vediamo in quali cose hanno con perpetuità convenuto e tuttavia vi convengono tutti gli uomini; poiché tali cose ne potranno dare i principi universali ed eterni, quali devon essere d’ogni scienza, sopra i quali tutte sursero e tutte vi si conservano le nazioni ” (Giambattista Vico Ibidem, libro I, sez. 3). La storia quindi, come tutte le scienze, presenta delle leggi, dei principi universali, di un valore ideale di tipo platonico, che si ripetono costantemente allo stesso modo e che costituiscono il punto di riferimento per la nascita e il mantenimento delle nazioni. Edizione non comune a trovarsi in queste buone-ottime condizioni di conservazione ed in bella ed elegante legatura coeva. Cfr.: Gamba, 2493; Brunet, V, 1176; Graesse, VII, 298; B. Croce – F. Nicolini, Bibliografia vichiana, Napoli 1947, I° vol. p. 53.

8. VIENNA 1683 TURCHI AUSTRIA POLONIA SOBIESKI ASSEDIO DI VIENNA TRENTINO VAL DI FIEMME BAROCCO PITTURA ARTE

IMG_4709_clipped_rev_1     IMG_4718_clipped_rev_1IMG_4714IMG_4711Grande stampa finemente dipinta ad olio celebrativa della vittoria sui turchi sotto Vienna nel 1683

Unterperger Michelangelo,

“Trionfo di Vienna”

(Vienna), S. data ma 1720 circa

In folio imperiale. La stampa è applicata su tela coeva. Una delle assi portanti è imbarcata. Qualche lieve difetto al margine basso con piccolissima perdita di carta, all’angolo inferiore e nel complesso in buone condizioni di conservazione. Unica edizione conosciuta di questa stampa realizzata per celebrare il trionfo dell’esercito cristiano sotto Vienna del 1683 contro gli assedianti ottomani. Si riconoscono chiaramente, fra i personaggi,  il conte Ernst Rüdiger von Starhemberg (che coordinò la strenua difesa della città fino all’arrivo dei rinforzi) alla destra della croce e alla sinistra, il duca Carlo di Lorena, il re polacco Jan III Sobieski, Eugenio di Savoia, l’impertore Leopoldo I, Papa Innocenzo XI e gli altri personaggi di primo piano che presero parte alla battaglia. Questo esemplare si presenta finemente dipinto ad olio, probabilmente dallo stesso autore tanto da esser più un quadro che una stampa. Sotto alla stampa è riportata il passo biblico dell’Apocalisse 5:9 “Dignus es Domine accipere librum, et aperire signicula eius IMG_4716quotiamo occisus es, et redemisti nos Deo in sanguine tuo ex omni tribu, et lingua, et populo, et natione, et fecesti nos Deo nostro regnu, et Sacerdote set regnabimus super terram, Ap. 5”. Michelangelo Unterperger (Cavalese, 1695 – Vienna, 1758) fu fra i massimi esponenti del barocco trentino, uno dei principali pittori della Valle di Fiemme ed ebbe un ruolo fondamentale come tramite fra la pittura veneta e quella austriaca del Settecento. Nato in una famiglia di artisti, il padre Cristoforo era un decoratore, il fratello Francesco pittore, studiò pittura alla “scuola pittorica fiemmese” sotto Giuseppe Alberti. Come artista dimostrò già in epoca precoce le sue doti, dipingendo a soli 16 anni la Profezia di San Simeone nella chiesa di S. Francesco Saverio di Trento. A Bolzano perfezionò la sua tecnica subendo l’influenza di Paolo Pagani e Luca Giordano ma è a Vienna che raggiunse la maturità artistica grazie al confronto con i pittori del barocco austriaco, con i napoletani e bolognesi attivi nella capitale austriaca dell’epoca. Specializzato nelle pale d’altare (influenza che si può ben vedere anche nell’opera qui presentata) divenne uno degli artisti più ricercati dell’epoca a Vienna e tale era la sua fama che gli fu offerta la carica prestigiosa di rettore dell’Accademia di pittura, scultura e architettura che ricoprì per diversi anni. Qui fra le numerose commissioni, gli furono ordinate composizioni per il Duomo (Pala di S. Antonio) e per la Casa dei Gesuiti (Gloria di S. Giulio). Il quadro celebra i vincitori di Vienna. “All’alba del 12 settembre 1683 il venerabile Marco da Aviano, dopo aver celebrato la Messa servita dal re di Polonia, benedice l’esercito schierato, quindi, a Kalhenberg, IMG_4715presso Vienna, 65.000 cristiani affrontano in battaglia campale 200.000 ottomani. Sono presenti con le loro truppe i principi del Baden e di Sassonia, i Wittelsbach di Baviera, i signori di Turingia e di Holstein, i polacchi e gli ungheresi, il generale italiano conte Enea Silvio Caprara (1631-1701), oltre al giovane principe Eugenio di Savoia (1663-1736), che riceve il battesimo di fuoco. La battaglia dura tutto il giorno e termina con una terribile carica all’arma bianca, guidata da Sobieski in persona, che provoca la rotta degli ottomani e la vittoria dell’esercito cristiano: questo subisce solo 2.000 perdite contro le oltre 20.000 dell’avversario. L’esercito ottomano fugge in disordine abbandonando tutto il bottino e le artiglierie e dopo aver massacrato centinaia di prigionieri e di schiavi cristiani. Il re di Polonia invia al Papa le bandiere catturate accompagnandole da queste parole: “Veni, vidi, Deus vicit”. Ancor oggi, per decisione di Papa Innocenzo XI, il 12 settembre è dedicato al SS. Nome di Maria, in ricordo e in ringraziamento della vittoria”.

IMG_4712

9.500 euro

9. LIBRI PER RAGAZZI ILLUSTERATI PRIME EDIZIONI ART NOUVEAU SECESSION JUGENDSTIL

IMG_2351_clipped_rev_1IMG_2352_clipped_rev_1   IMG_2350_clipped_rev_1IMG_2348_clipped_rev_1Czeschka Carl Otto, Franz Keim,

Die Nibelungen. Dem deutschen Volke wiedererzählt von Franz Keim,

Wien u. Leipzig, Gerlachs Jugendbücherei, Druck: Christoph Reisser & Söhne , S. data (1908)

15,2×13,8 cm; 67, (1) pp. Legatura editoriale in piena tela avorio con titolo impresso in nero al dorso ed a rilievo, su sfondo nero al piatto anteriore. Un segnetto di penna al piatto posteriore, del tutto ininfluente. Esemplare in ottime condizioni di conservazione. I piatti interni sono foderati con la tipica carta a motivi floreali bianchi su sfondo azzurro. Il taglio alto è azzurro. Prima rara edizione di uno dei capolavori dell’Art Nouveau, illustrato dal grande artista austriaco di origini per metà boeme e per metà morave, Carl Otto Czeschka (Vienna, 22 ottobre 1878 – Amburgo, 30 luglio 1960) che fu tra i massimi esponenti della Secession viennese e dello Jugendstil. La prima edizione dell’opera si distingue dalle successive riedizioni, come ben descritto da Friedirich Heller nella sua celebre bibliografia dedicata ai libri per bambini edita dalla Gerlach “Gerlachs Jugendbücherei” per la legatura in avorio, la carta della stampa (più spessa delle edizioni successive, tirate su carta lucida) che sola esalta i vividi neri e gli ori tendenti al bronzo. Come ben individuato da Manfred Tschurlovits nel suo studio “Gerlachs Jugendbücherei, Versuch einer Darstellung” un’altra caratteristica visibile a pagina 66, IMG_2354_clipped_rev_1questa decisiva ed inoppugnabile, distingue la prima edizione dall’edizione del 1924. La prima edizione, a pagina 66, finisce con all’ultima riga la sola parola “finden.” seguita da una decorazione geometrica che occupa i restanti tre quarti della riga, mentre l’edizione del 1924 presenta quattro parole prima della bella decorazione geometrica che occupa meno di metà riga.  Martin Gerlach (13. 3. 1846 Hanau in Germania,  9. 4. 1918 Vienna) fu uno dei più celebri editori viennesi. Nel 1901 iniziò la pubblicazione di una serie dei racconti classici per bambini illustrati da magnifiche tavole. Per le illustrazioni di questi volumi chiamò alcuni dei migliori illustratori dell’epoca. La collana, la celebre “Gerlachs Jugendbücherei” ebbe uno straordinario successo e fu ristampata più volte nel corso del novenceto.  Quando decise di pubblicare la saga dei Nibelunghi, chiamò per le tavole Carl Otto Czeschka che grande amico di Klimt, aveva già la fama di grande illustratore di libri e di manifesti pubblicitari. Il connubio fra la ricercata veste grafica di Gerlach e la dirompente fantasia di Czeschka portò alla pubblicazione di quello che è ritenuto uno dei massimi esempi librari dell’Art Nouveau. Il nostro esemplare proviene dalla collezione del celebre illustratore e caricaturista, Umberto Tirelli come dimostra un foglietto conservato aIMG_2349_clipped_rev_1ll’interno del volume, con i dati tipografici e la collocazione scritta a matita alla prima carta bianca con il riferimento della posizione del volume all’interno della libreria di Tirelli. Prima edizione, assai rara, in ottime condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: Erste Ausgabe eines der schönsten illustrierten Bücher des Jugendstils mit allen Merkmalen der Erstausgabe, die einzig die volle Wirkung der wunderbaren Illustrationen erzeugt. Die späteren Ausgabe sind auf satiniertem Kunstdruckpapier gedruckt mit einem schwachen und leicht glänzendem Schwarz und einem flachen, nicht bronziertem Gold. Die hier vorliegende Ausgabe ist dagegen auf leicht rauhem, kartonähnlichem Papier gedruckt und das Gold wurde bronziert. – Vgl. Heller S. 158f ausführlich.

10. PUGLIA DIFFIDA DI BARLETTA ANDRIA CORATO TRANI

IMG_4552_clipped_rev_1Anonimo (ma attribuito a Giambattista Damiani),

Historia del combattimento de’ tredici italiani con altrettanti francesi, fatto in Puglia tra Andria, e Quarata. E la vittoria ottenuta da gl’italiani nell’anno 1503. a 13. di Febraro, scritta da autore di veduta, che v’intervenne. Aggiuntovi in fine di questa Edizione le testimonianze d’altri Storici contemporanei.

In Napoli, per Lazaro Scoriggio, 1633. E di Nuovo per Felice Mosca 1721.

In 8° (16,5×11 cm); (12), 192 pp. Alcune pagine montate in modo errato ma completo. Legatura coeva in piena pergamena. Esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione. Antica firma di appartenenza nobiliare al recto del piatto anteriore. Uno strappetto all’angolo della carta di sguardia, fuori numerazione, ininfluente. Stemma araldico xilografico di D. Antonio Abignente al quale il volume è dedicato. Seconda edizione, ma prima che presenta alcuni commenti storici non presenti nella prima edizione come quelli del fabrianese Membrino Roseo, dello spagnolo Geronimo Surita, Paolo Giovio, Antonio Sabellico, Francesco Guicciardini, Giovan Antonio Summonte, il Cantalicio, Giovanni Antonio Goffredo ed altri. Il volume è uno studio storico approfondito dedicato ad uno degli avvenimenti più celebri delle dispute per il controllo del sud Italia che videro impegnate nel 1500 le monarchie francesi e spagnole. La Disfida di Barletta fu un duello combattuto nelle campagne di Trani, vicino a Barletta, nell’Italia meridionale, il 13 febbraio 1503, nelle pianure tra Corato e Andria. Per la precisione, tutto nacque da un’incursione di truppe francesi a Canosa di Puglia, all’epoca occupata dagli spagnoli e dal conseguente scontro fra i due eserciti. Durante gli scontri alcuni soldati francesi furono fatti prigionieri e portati a Barletta. Tra i prigionieri francesi c’era il nobile Charles de Torgues, noto anche come Monsieur Guy de la Motte. Il 15 gennaio 1503 i IMG_4551_clipped_rev_1prigionieri francesi furono invitati a prendere parte a un banchetto durante il quale la Motte mise in dubbio il valore e il coraggio dei soldati italiani che allora, da alleati, combattevano con gli spagnoli. Seguì una diatriba. Per risolvere la questione, i francesi lanciarono una sfida in base a norme specifiche stabilite dai francesi  stessi che volevano dimostrare la loro superiorità bellica rispetto agli italiani. La sfida consisteva in un torneo organizzato tra 13 italiani (il più famoso dei quali era Ettore Fieramosca), che facevano parte dell’esercito spagnolo con base a Barletta, e 13 cavalieri francesi con base a Canosa di Puglia. Il numero di 13 cavalieri fu stabilito dal francese La Motte, che credeva che ciò, avrebbe offerto agli italiani l’opportunità di rifiutare la sfida a causa della superstizione associata al numero 13. I vincitori avrebbero ricevuto in cambio le armi e i cavalli dell’altro esercito che avrebbe anche dovuto pagare un riscatto di 100 ducati per ogni cavaliere, una cifra, all’epoca di tutto rispetto. Inoltre, ogni esercito doveva fornire due ostaggi come garanzia. Prospero Colonna e Fabrizio Colonna furono incaricati di formare la “squadra” italiana e misero a capo dei cavalieri italiani un noto cavaliere, Ettore Fieramosca. Il combattimento iniziato a cavallo, so concluse poi a terra con la vittoria degli italiani. Sembra che i francesi fossero così convinti della vittoria che non presero nemmeno con loro i soldi per pagare l’eventuale sconfitta e di conseguenza, furono scortati a Barletta e liberati solo dopo che lo stesso generale spagnolo e Gran Capitano del Regno di Napoli, Gonzalo Fernández de Córdoba, pagò il riscatto dovuto dei nemici. Rarissima edizione. Rif. Bibl.: IT\ICCU\NAPE\001643.

 

11. PRIME EDIZIONI BIOGRAFIE VICHIANA STORIA BATTAGLIA DI VIENNA TURCHI STORIOGRAFIA MODERNA

Senza titolo-30  Senza titolo-31Senza titolo-29Vico Giambattista,

De rebus gestis Antonj Caraphaei Libri Quatuor Excellentissimo Domino Hadriano Caraphaeo Trajectinorum Duci Foroliviensium Dom. XIII. S. R. I. Comiti Hispn. Magnati Amplissimo Inscripti.

Neapoli, Excudebay Felix Musca, 1716

In 4° (); (16), 501, (3 b.) pp. e 2 c. di tav. fuori testo con magnifici ritratti di Adriano e Antonio Carafa. Legatura coeva in piena perga mena con titolo impresso in oro al dorso. Un leggerissimo alone, quasi impercettibile, all’angolo alto esterno delle ultime 60 carte, qualche leggerissima brunitura e macchiolina di foxing di poche pagine, del tutto ininfluenti e per il resto, nel complesso, esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione. Testine e iniziali finemente ornate. Prima edizione di questa celeberrima opera storica del grande filosofo e giurista napoletano, Giambattista Vico (1668 – 1744). Nato in una famiglia di modeste condizioni sociali ed economiche, il padre di Vico era un piccolo libraio, fin dalla giovane età Giambattista dimostrò una natura curiosa ed un’indole vivace ma in seguito ad una caduta intorno ai 9 anni che gli causò una frattur a al cranio, gli fu impedito di seguire i normali corsi di studi per tre anni. La caduta fu così rovinosa, che il medico che lo ebbe in cura prospettò alla famiglia che il giovane avrebbe potuto risentire di gravi problemi di intelletto. Ristabilitosi dall’infortunio, pur seguendo a più riprese gli studi presso il Collegio Massimo dei Gesuiti di Napoli, Vico affiancò lo studio istituzionale ad approfondimenti da autodidatta, cosa che del resto fece anche durante gli studi universitari presso la facoltà di Giurisprudenza dell’ateneo napoletano. Questo gli permise di avvicinarsi ad alcuni temi filosofici con un punto di vista del tutto originale. Dal 1686 fu precettore dei figli del MarchSenza titolo-28ese Domenico Rocca nel castello di Vatolla dove, presso la grande biblioteca della famiglia approfondisce la conoscenza dei testi di alcuni scrittori che diverranno poi punti di riferimento del suo pensiero filosofico come Platone ed il platonismo nelle versioni di Ficino, Pico della Mirandola e Patrizi, Sant’Agostino, Botero, Bodin, Tacito, Bacone e Grozio. Tra incarichi universitari, lezioni private e composizioni d’occasione su commissione necessarie a mantenere la sua numerosa famiglia ed il padre ed i fratelli che da lui saranno sempre economicamente dipendenti, nel 1699 Vico inizia ad avere una certa tranquillità economica.  Nel 1710 è aggregato all’Accademia dell’Arcadia. In questi anni Vico inizia ad elaborare in forma compiuta la sue idee sulla filosofia della natura che esporrà nel suo Liber physicus, opera oggi andata dispersa. Nel 1713 lavora, fra le altre opere, alla biografia del Maresciallo Antonio Carafa che darà poi alla luce nel 1716. L’opera segna la svolta degli interessi vichiani verso uno studio sempre più approfondito del senso stesso della storia e alla comprensione dei problemi giuridici legati alla natura dell’uomo, temi che da lì a poco avrebbero portato il grande filosofo alla composizione della “Scienza Nuova”. La vita del celeberrimo generale del Sacro Romano Impero, e maresciallo di campo di Leopoldo I d’Asburgo Antonio Carafa (Torrepaduli, 12 agosto 1642 – Vienna, 6 marzo 1693) fu commissionata al Vico dal nipote del Carafa che, avendo ricevuto da Vienna l’archivio privato dello zio, lo mise a disposizione del suo antico precettore come supporto biografico. I documenti originali erano riuniti in faldoni e ad oggi solo di un volume si conosce l’ubicazione presso l’Archivio di Stato napoletano. Oltre agli inediti documenti dei Carafa, Vico si avvalse, abbondantemente, ai riferimenti alle vicende della storia ungherese presenti nell’Istoria della Repubblica di Venezia in tempo della Sacra Lega co Senza titolo-32ntra Maometto IV del Garzoni, pubblicata a Venezia nel 1705. Scrive Benedetto Croce: “Stampata a spese del Carafa iunior, che diè al Nostro carta bianca, l’opera venne fuori nel marzo del 1716 in una veste tipografica che, nella Napoli di quel tempo, apparve così lussuosa da fare assegnare al volume il vanto – soggiunse sempre il Vico –  “d’essere il primo libro che con gusto di quelle d’Olanda” uscisse “dalle stampe di Napoli”. Precedevano i ritratti sia del biografato sia del nipote, dipinti da Steefano di Maia e incisi da Giuseppe Magliar. A principio della dedica, del proemio e di ciascuno dei  quattro libri erano freg. lavorati dagli artisti anzidetti  e allusivi talora a imprese del Carafa (per esempio alla resa di Munkàcs), nonché sei fini capolettere. … più ancora quasi tutti i mille esemplari dell’edizione, al quale, parte venduta, parte donata, s’esaurì in una quindicina di anni.” (Croce & Nicolini, Bibliografia Vichiana, I, p. 77-79). Il Vico che dell’opera fece anche una bandiera della sua concezione della storia, ricostruì una biografia rigorosa e oggettiva, senza nascondere taluni aspetti negativi come ad esempio l’atroce efferatezza dei processi di Eperjes. L’opera segue la vita e le gesta del generale dalla sua nascita fino alla morte avvenuta a Vienna il 6 marzo del 1693. La vita di Antonio è strettamente legata a quella di Vienna della seconda metà del XVII° secolo. Entrato nei Cavalieri di Malta nel 1660, fu chiamato a Vienna nel 1666 da Leopoldo I, al quale, il giovane soldato era stato raccomandato dallo zio, il nunzio apostolico, Carlo Carafa della Spina. Ben presto si distinse sul campo contro i ribelli ungheresi di Imre Thököly, venendo nominato, nel 1672 colonnello di un reggimento di corazzieri. Nel 1672 sale al grado di colonnello di un reggimento di corazzieri. Nel 1682, alla vigilia di uno dei momenti più difficili e gloriosi della storia militare di Vienna e dell’occidente, viene nominato sergente generale di battaglia e a lui si rivolge Carlo V di Lorena, nel 1683 per proteggere l’avanzata dell’esercito polacco guidato dal Re Jan Sobieski che accorre nella difesa di Vienna. Le sue doti militari di risolutezza e coraggio lo portano a distinguersi nei seguenti scontri contro i turchi, partecipando anche all’assedio e liberazione di Buda del 1686. Le sue gesta militari sono però controbilanciate da una violenza inaudita verso le popolazioni civili. Nonostante queste ombre la sua carriera dopo l’Assedio di Vienna è caratterizzata da una continua ascesa di nomine che lo porta ad essere nominato tenente maresciallo di campo nel settembre del 1685, feldmaresciallo austriaco nel 1688, conte dell’Impero nel 1686 fino ad ottenere il Toson d’oro da Carlo II di Spagna nel 1687. Nel 1691 è in Italia impegnato nella Guerra dei Nove Anni, al comando delle truppe imperiali. Anche in Italia si comporta con estrema durezza verso la popolazione locale arrivando a chiedere il pagamento di tributi anche di cinquanta volte superiori a quelli richiesti dal suo predecessore. Il comportamento di Carafa portò a violente proteste popolari, alcune in vera e propria forma di sommossa come quella avvenuta a Castiglione delle Stiviere che portarono infine, l’Imperatore a richiamarlo a Vienna nell’aprile del 1692, arrivando a dimettersi, non prima di aver ottenuto la carica di Ambasciatore a Roma, dal suo incarico militare l’11 gennaio del 1693. Non riuscì poi mai ad entrare in servizio a Roma come ambasciatore perché poco tempo dopo la sua nomina ufficiale, un’improvvisa e violentissima febbre lo porta alla morte, pochi giorni prima della partenza per la sede papale. Rif. Bibl.: Croce & Nicolini, Bibliografia Vichiana, I, p. 77-79.

12. BAROCCO MANIERISMO NAPOLI ADONE LEGATURA POESIA POEMI EPICI PRIME EDIZIONI

IMG_4676_clipped_rev_1IMG_4677_clipped_rev_1    IMG_4678_clipped_rev_1Marino Giovanni Battista,

L’Adone, poema del Cavalier Marino alla Maestà Christianissima di Lodovico il Decimoterzo, Rè di Francia, et di Navarra, con gli argomenti del Conte Fortunato Sanvitale et l’Allegorie di Don Lorenzo Scoto.

Parigi, Presso Olivier di Varano, alla strada di San Giacomo alla Vittoria, 1623.

In folio (33,9×21,4 cm); (24), (2 b.), 575 (i. e. 581), (7) pp.  In questo esemplare è presente, sciolto, un finissimo ritratto dell’autore inciso da Frederich Greuter. Elegante legatura novecentesca inglese in marocchino giansenista, dorso a 5 nervi col titolo in oro, doublure con cornice di filetti e fiori agli angoli e carta marmorizzata all’interno dei piatti. Filetto in oro ai tagli dei piatti. Titolo ed autore in oro ad un tassello. Tagli riccamente dorati. La legatura, fatta realizzare dalla bottega del celebre legatore George Baytun, legatore ufficiale della Regina d’Inghilterra, attivo a Bath ed erede dell’attività legatoria di Robert Riviere presenta la firma del legatore all’interno del piatto anteriore. Sempre all’interno dello stesso piatto è presente il bell’ex-libris nobiliare del Conte Leonardo Vitetti che fu ambasciatore d’Italia e rappresentante permanente per l’Italia nella sede dell’ONU. Stemma di Luigi XIII in xilografia al frontespizio in rosso e nero. Testo a due colonne, 21 grandi iniziali e belle testatine in xilografia. Lieve restauro al frontespizio e lievissimi fori di tarlo con restauro al margine delle pagine 79-83, nell’angolo esterno, lontani dal testo e del tutto ininfluenti. Nel complesso esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione. Prima, assi rara, edizione, da non confondersi con quella veneta stampata nello stesso anno, di quello che è considerato il capolavoro della letteratura barocca, scritto dal celeberrimo poeta e scrittore napoletano, Giovan Battista Marino (Napoli, 14 ottobre 1569 – Napoli, 25 marzo 1625) considerato come il massimo rappresentante della poesia barocca italiana. “Egli era infatti il rappresentante di un movimento che si stava affermando in tutta Europa, come il preziosismo in Francia, l’eufuismo in Inghilterra (dal romanzo di John Lyly Euphues), il culteranismo in Spagna. Di lui, il celebre critico Francesco de Sanctis scrisse: “Il re del secolo, il gran maestro della parola, fu il cavalier Marino, onorato, festeggiato, pensionato, tenuto principe de’ poeti antichi e moderni, e non da plebe, ma da’ più chiari uomini di quel tempo.” Proprio al suo nome è legato il termine manierismo. Marino dal 1588 inizia a frequentare l’Accademia degli Svegliati da pochissimo fondata. Il suo mecenate principale fu Matteo di Capua principe di Conca e Grande ammiraglio del Regno, già protettore del TassoIMG_4674_clipped_rev_1. “Durante gli anni napoletani, il Marino finisce arrestato per ben due volte. Ma sulla vita del Marino si stende persistentemente l’ombra di qualche mistero, specialmente per quanto riguarda le vicende di questo periodo, per le quali le uniche pezze d’appoggio sono fornite soprattutto da racconti biografici, e di rado da fonti documentarie dirette. Sembra verosimile, grazie ad un tardo racconto di Camillo Minieri Riccio basato su documenti oggi irreperibili, che il primo degli arresti, che si verifica nel 1598 e secondo Francesco Chiaro dura un anno, sia dovuto al procurato aborto ad un’Antonella Testa, figlia di un ricco mercante siciliano, o uno dei sindaci della città di Napoli, ingravidata non si sa se dal Marino o se da un suo amico e morta in sèguito alla sconciatura; mentre un secondo guaio con la legge, nel 1600, probabilmente coinvolto in un duello risoltosi fatalmente: il Marino avrebbe falsificato le bolle per far passare il suo caso dal tribunale laico a quello ecclesiastico nonostante non avesse i titoli per godere dei privilegi spettanti agli ecclesiastici. Di fatto il tentativo è inutile, il D’Alessandro è condannato a morte e giustiziato nell’ottobre dell’anno 1600; il Marino verosimilmente non conosce il carcere, in questa seconda occasione, circostanza nella quale assai difficilmente si sarebbe potuto salvare, ma fugge prima di essere catturato. Non è naturalmente da escludere che qualche amico influente ne favorisca la fuga; ripara comunque a Roma, di lì a poco, in condizioni fisiche pessime.”. “A Parigi il Marino mena una vita perlopiù molto ritirata (ma, se si vuol dar fede al Gédéon Tallemant des Réaux delle Historiettes, dove aneddoti a lui riferiti alla rubrichetta Sodomites italiens) e si dedica ad un appassionato collezionismo di incisioni e opere grafiche dei maggiori artisti del tempo (come Gabriello Chiabrera, anche il Marino è in fitto contatto col pittore genovese Bernardo Castello) e di libri (una biblioteca di 12000 volumi). Nel 1620 stampa La Sampogna (comprendente anche l’Idillio di Proserpina che era uscito precedentemente a Lucca), e si dedica interamente a L’Adone, terminato nel 1621 e, dopo due anni di accuratissimi lavori, stampato nel 1623 da Oliviero di Varano (de Varennes, che completa la stampa dopo la morte di Abramo Pacardo). Il primo progetto de L’Adone risale agli anni napoletani. Dalle lettere sappiamo che: IMG_4679_clipped_rev_1nel 1584 era un poemetto in 3 canti tra i tanti progetti del Marino; poi divenne di 4 (innamoramento, amori, dipartita, morte) nel 1616 da Torino scrive a Fortuniano Sanvitale che il poema è in 12 canti ed è lungo quanto la Gerusalemme liberata e di avere intenzione di stamparlo appena arriverà a Parigi. Appena giunto a Parigi, sempre allo stesso, il Marino scrive che il poema è diviso in 24 canti ed è quasi maggiore dell’Orlando Furioso. Qual che sia la verità, metà del poema a questo punto dei lavori, rimane manoscritto a Parigi e a Madrid (detto Adone1616); il poema, a questa data, manca ancora del II canto (il giudizio di Paride) ed è dedicato alla regina e al Concini, due italiani. Tuttavia, il mutamento della situazione a corte e la morte del Concini, costrinsero il Marino a rimettere mano al poema che, in cinque anni (1617-1621), divenne l’immensa macchina che leggiamo oggi (42000 versi, l’opera più lunga della letteratura italiana, poco più del Furioso in vero) e fu dedicato a Luigi XIII con l’intercessione di Maria de’ Medici; le ottave proemiali prima dedicate al Concini furono spostate, defilate, nel XII canto. Da quello che è lecito ricostruire tramite la Lettera Claretti del 1614 e ad alcune indicazioni sparse nelle lettere che ci aggiornano riguardo agli altri progetti poetici del Marino (nel 1620 scrive ancora al Ciotti: “De la Gerusalemme distrutta e le Trasformazioni, non mi occorre parlare per ora […] ch’io spero di far conoscere se abbiamo ingegno ancor noi atto a […] una epopeia”), l’Adone, per divenire l’immenso poema che è ora, deve avere inglobato col tempo anche degli altri progetti epici del Marino, quali le Trasformazioni Il Polifemo, Gerusalemme Distrutta (della quale cui resta il solo canto VII, postumo), e Polinnia (che sarebbero stati riciclati variamente nei canti V XIX XX e VI-VIII del poema). Di certo da quello che testimoniano alcune lettere (in una lettera del 1619 a Ottavia Magnanini dice che Adone viene ucciso da Marte in forma di cinghiale, cosa che nel poema non accade) e dalla vastità dell’errata corrige (in cui a volte vi sono intere sequenze di strofe aggiunte), il Marino, come l’Ariosto, continuò a interagire col poema e con la stampa fino all’ultimo, anche durante la stampaIMG_4675_clipped_rev_1 stessa. Durante la sua permanenza, nonostante conduca una vita tutt’altro che mondana, gode di un indubbio prestigio culturale, dovuto alla moda preziosista e libertina, ma la sua posizione di “papalino” rende ambiguo qualunque omaggio alla sua figura. La sua fortuna tramonterà poi in modo rapido coll’affermazione del classicismo, per quanto la sua impronta rimanga sensibile in diverse opere francesi anche dell’età d’oro di Luigi XIV, per esempio nell’Adonis di Jean de La Fontaine, senza trascurare l’attenzione (dimostrata dal catalogo della biblioteca personale) del più “barocco” tra i classicisti francesi, Pierre Corneille, che potrebbe aver meditato non superficialmente gli esiti del Marino declamatorio di certe prosopopee della Galeria o della Lira come anche di taluni monologhi (per es. quello d’Argene, c. XIV.) dell’Adone. Sono notevoli alcune lettere di Jean Chapelain ancòra degli anni Trenta, in cui l’erudito francese, dopo essere stato l’autore della lettera prefatoria che apre L’Adone, si esprime francamente in modo positivo sulle doti di grande descrittore del Marino ma – come Gabriel Naudé a proposito del Campanella – non manca di far notare la superficialità e la disorganicità della sua cultura (“peccato che fosse tanto ignorante”).”. Rif. Bibl.: ICCU IT\ICCU\BVEE\034975; Gamba, 2002; Graesse, IV, 401; Quadrio VI, 682; Parenti, 334.IMG_4680_clipped_rev_1

13. PRIME EDIZIONI ITALIANE REMARQUE RARITA’ BIBLIOGRAFICHE PACIFISMO ANTIMILITARISMO ANTITOTALITARISMO

IMG_4535_clipped_rev_1Remarque Erich Maria,

Niente di Nuovo sul Fronte Occidentale,

New York (ma Verona), Ed. Libreria Nuova Italia (Off. Graf. Mondadori), S. data (ma 1931)

In 8° (19,3×13,7 cm); 286, (2) pp. Brossura editoriale illustrata dalla bellissima grafica di Bruno Santi. Il nostro esemplare conserva anche il rarissimo foglietto volante dell’edizione del 1944 della Donatello De Luigi Editore, con la scritta “Il libro che avrebbe potuto IMPEDIRE AI TEDESCHI di insanguinare il Mondo” che forse potrebbe suggerire che Donatello De Luigi, avesse potuto, prima di stampare la sua edizione, acquisire parte delle copie in magazzino da Mondadori. Qualche lieve strofinatura ai margini della legatura ma nel complesso, esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione. Antico timbretto di proprietà privata al frontespizio “Moschi Luigi”. Prima edizione italiana insieme alle due edizioni di Basiela e di Verona di uno dei più celebri capolavori del novecento. Come ben descritto da Paolo Allessandrello, il capolavoro di Remarque “Quando nel Maggio del 1933 brucia tra i “roghi di libri” gi Gobbels “Im western nichte Neues” ha solo quattro anni di vita: pochi. Sufficenti però per averlo consacrato come un successo editoriale mondiale senza precedenti, con vendite che già superano complessivamente i 4 milioni di copie in tutti i continenti nelle traduzioni inglese, francese, spagnola, russa e perfino yiddish, cinese, esperanto. […] Un solo paese in Europa viene privato della lettura di questo romanzo: l’Italia; e priva ne rimarrà per quindici anni.”. La caratteristica antimilitarista, con forti note pacifiste non può che esser visto che con sospetto dal Regime Fascista. Nonostante gli sforzi di Mondadori che apprezza moltissimo l’opera, di sdoganare il titolo direttamente presso Mussolini e nonostante una, iniziale, non totale chiusura del dittatore alla pubblicazione (probabilmente stuzzicato dal fatto che in Germania il titolo fosse già stato messo all’indice dal movimento nazista) alla fine ne viene decretata l’invendibilità sul territorio nazionale ma se ne consente, con machiavellica pervicacia burocratica, la stampa in lingua italiana. Ne vengono addirittura concessa la stampa di 10.000 copie ma da vendere, con puro spirito bizzarro, solo sul territorio Svizzero ed in Sudamerica. Scrive ancora Allessandrello  “Ora, mentre l’esistenza di una edizione “svizzera” Mondadori del 1931 è da qualche anno già nota ai bibliofili, ci risulta del tutto inedita la nostra recente scoperta di altre due edizioni dello stesso anno: un’edizione per gli Stati Uniti [quella ch qua noi presentiamo] e una “per il resto del mondo” di cui, cioè, venne impedita la vendita sul territorio italiano e delle colonie. […] Gli esemplari studiati mostrano come i testi delle tre edizioni (pp. 286, mm 190×125) siano identici tra l’oro e l’analisi di alcuni difetti tipografici, risultanti anch’essi identici, rivelano l’uso delle stesse matrici e la probabile appartenenza alla stessa tiratura. […] Sul come poi fosse stata organizzata la distribuzione all’estero non sappiamo quasi nulla se non che, almeno in due paesi, Mondadori utilizzò – o pensò di  utilizzare – delle società locali (e non sappiamo perché): Birkhauser in Svizzera e Libreria Nuova Italia in USA. E mentre la prima è una casa editrice nota – pubblicava, tra l’altro, in quegli anni la “Rivista ticinese illustrata” – nulla sappiamo di quella Libreria Nuova Italia di New York.”. Allessandrello ha dimostrato, anche, definitivamente che il traduttore, non indicato su nessuna copia della prima edizione, sia lo stesso Stefano Jacini, “co-fondatore del Partito Popolare Italiano, deputato aventiniano, deposto dal regime nel ’26, convinto antifascista e futuro membro del Comitato di Liberazione Nazionale”, nome del quale, poi, sarà evidenziato da Mondadori nell’edizione del 1945. Una vera rarità bibliografica legata ad uno dei classici della letteratura mondiale.

14. LINGUA EBRAICA LINGUISTICA EBREI GRAMMATICHE PROPAGANDA FIDE ORIENTALISTI

IMG_4550_clipped_rev_1  IMG_4549_clipped_rev_1Bouget Jean,

Grammaticae hebraeae rudimenta ad usum collegii urbani de propaganda Fide. Concinnata a Joanne Bouget Salmuriensi in eodem Collegio Linguae Sanctae lectore. Editio tertia.

Romae, Typis Sacrae Congregationis de Propaganda Fide, 1740

In 8° (118×11,7 cm); (8), 184 pp. Legatura coeva in piena pergamena molle. Stemma xilografico al frontespizio. Tagli spruzzati. Un piccolo tarletto nel margine bianco del volume mai fastidioso o importante e nel complesso, esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione. Terza edizione, anche se in realtà è conosciuta solo un’altra edizione antecedente questa, edita sempre dalla Propaganda Fide nel 1717, di questa celeberrima grammatica ebraica compilata dal noto professore francese, Jean Bouget (1692-1775) a lungo insegnante di lingua greca ed ebraica nell’ “Accademia Salmuriense”. L’opera è scritta in ebraico e latino. Bouget, nato a Saumur, da una famiglia di umili origini, il padre era un barcaiolo, fu uno degli orientalisti più apprezzati della prima metà del settecento. Fine conoscitore e traduttore dall’ebraico (oltre che dal greco), le sue grammatiche rappresentarono uno dei testi base dell’insegnamento della lingua ebraica nel corso di tutto il settecento. Rif. Bibl.: IT\ICCU\TO0E\041565.IMG_4548_clipped_rev_1

200 euro

15. BIOGRAFIE MEMORIE PRIME EDIZIONI SECONDA GUERRA MONDIALE ANTISEMITISMO RIVOLTA DI VARSAVIA EBREI POLONIA NAZISMO MUSICISTI PIANISTI

IMG_4898_clipped_rev_1Szpilman Wladyslaw,

Smierc miasta. [Death of a City.] [The Pianist.]

Warszaw, Spoldzielnia Wydawnicza, 1946

In 4° piccolo; 204, (4) pp. Presente anche le 4 carte finali con la pubblicità editoriale, spesso assenti, in quanto legate alla carta contenente le pagine 195 e 196 che veniva di solito tagliata per essere inserita nella collocazione giusta. Brossura editoriale illustrata, qualche lievissima piega al dorso e minima strofinatura al margine esterno in eccesso dei piatti ma esemplare in ottime condizioni di conservazione. Prima edizione di questa celebre raccolta di memorie legate alla seconda guerra mondiale e alle persecuzioni razziali naziste in Polonia, dal quale venne tratto il film “Il Pianista” diretto da Polanski, scritto dal noto compositore e pianista ebreo polacco, Władysław Szpilman (Sosnowiec, 5 dicembre 1911 – Varsavia, 6 luglio 2000). L’autore nacque in una famiglia di musicisti polacchi di origini ebraiche. Il padre è un violinista e la madre una valente pianista. Formatosi all’Accademia Chopin di Varsavia sotto la guida di Jozef Smidowicz e Aleksander Michalowski, a loro volta allievi di Franz Liszt. Dal 1931 al 1932 studiò pianoforte da Leonid Kreutzer e Artur Schnabel e composizione con Franz Schreker, all’Accademia delle Arti di Berlino. “Tornato a Varsavia suona dal 1935 il piano per la Radio polacca e comincia a suonare insieme al violinista Bronisław Gimpel con il quale costituisce il Quintetto di Varsavia. Compone le sue prime opere sinfoniche, un concerto per violino, un concerto per pianoforte e orchestra, la suite per pianoforte Zycie Maszyn (La vita delle macchine), nonché colonne sonore per film, lieder e chansons”. La sua vita cambia improvvisamente il 23 settembre del 1939 con il primo bombardamento tedesco di Varsavia e nei mesi seguenti, all’occupazione nazista. Vittima delle persecuzioni razziali venne rinchiuso nel ghetto di Varsavia. Miracolosamente riesce a sopravvivere, attraverso mille avventure, all’occupazione nazista essendo anche testimone della rivolta di Varsavia all’occupazione delle forze tedesche dal 1° agosto al 2 ottobre del 1944 quando Hitler ordinò di radere al suolo la città.  Dopo la guerra torna a suonare e collabora con i violinisti Bronisław Gimpel, Henryk Szeryng, Ida Haendel, Tadeusz Wronski e Roman Totenberg. Autore di numerose composizioni nel dopoguerra è l’ideatore del noto festival delle canzoni di Sopot. Assieme al Quintetto di Varsavia, formato da Gimpel (primo violino), Wronski (secondo violino), Stefan Kamasa (alto) e Aleksander Ciechanski (violoncello), tiene circa 2500 concerti in tutto il mondo. Szpilman scrive le sue memorie subito dopo la fine della guerra e le pubblica in un numero ridotto di copie. Il volume vive un iter simile all’opera di Levi anche se ci mette ancor più tempo per arrivare all’attenzione dell’opinione pubblica. Infatti l’opera per l’argomento trattato, per una situazione politica in mutamento e per un momento storico durante il quale le persone non avevano più voglia di leggere di guerra e sofferenza finisce per diversi anni nel dimenticatoio fino a quando il figlio, per caso nel 1998 scopre una copia del volume in polacco, la fa tradurre in tedesco aggiungendo parti del diario dell’ufficiale tedesco Wilm Hosenfeld e una postfazione di Wolf Biermann. Il successo partendo dalla Germania, attraverso la traduzione in più di 30 lingue, si propaga e il volume diventa uno degli scritti di memorie sulla seconda guerra mondiale, più apprezzati. Questa presentata è la prima rara edizione polacca stampata nella Varsavia del 1946 in poche copie. Raro. Rif. Bibl.: IT\ICCU\SBL\0232771.

1.800 euro

16. PARMA BODONIANA BODONI VERONA ASTRONOMIA MATEMATICA CALCOLI ASTRONIMOCI FISICA

Senza titolo-8Senza titolo-9

Senza titolo-6Cossali Pietro,

Effemeride Astronomica ad uso comune per l’anno M.DCC. XCIV calcolata da D. Pietro Cossali C. R. Professore di Astronomia, Meteorologia, e Idraulica nella R. Univers. Di Parma e ascritto ad illustri Accademie di Belle Lettere, Socio delle Reali di Scienze, Belle Lettere e Belle Arti di Mantova e di Napoli, dell’Istituto di Bologna e della Società Italiana

Parma, Dalla Stamperia Reale (Bodoni), (1793)

In 8° (20,5×14 cm); 20, (36) pp. e una carta di tav. astronomica più volte ripiegata. Brossura coeva, qualche lieve piega e segno del tempo. All’interno in buone condizioni di conservazione. Prima edizione rara, nessun esemplare censito in ICCU stampata a Parma da Bodoni nei suoi chiari ed eleganti caratteri. L’opera raccoglie le “Effemeride Astronomica” del celebre matematico veronese, Pietro Cossali (Verona, 29 giugno 1748 – Padova, 20 dicembre 1815) per l’anno 1794. Di nobili origini, suo padre era il conte Benassù e sua madre la contessa Laura Malmignati, l’autore iniziò gli studi presso il collegio gesuitico di Verona dove fin dai primi anni dimostrò una grande predisposizione per le dottrine matematiche. Fattosi teatino, probabilmente per la maggior apertura di quest’ordine verso le moderne tesi scientifiche, perfeziona i suoi studi a Milano concentrandosi particolarmente nell’eloquenza, nella teologia, nella matematica e nella fisica. E’ qui che conosce in modo approfondito gli studi di Newton, Locke e Wolff. Nel 1770 il suo nome inizia a circolare negli ambienti accademici italiani tanto che gli viene offerta una lettura di diritto canonicoSenza titolo-5all’Università di Padova, lettura che però lo stesso rifiuta, sembra, per concentrarsi completamente sugli studi scientifici. Nel 1778 torna a Verona dove fonda un’Accademia e si pone in luce come matematico e fisico. E’ in questo periodo che pubblica i primi scritti scientifici fra i quali un interessante studio dal titolo su “Su l’equilibrio esterno ed interno nelle macchine aerostatiche” nel quale l’autore dibatte sulle recenti esperienze di volo di Montgolfier che dimostra la grande attenzione di Cossali per le nuove scoperte scientifiche. Cossali fu anche uno dei primi in Italia a far alzare un pallone aerostatico in una manifestazione pubblica tenuta all’Arena di Verona. Proprio gli scritti di Cossali dedicati al volo, spinsero nel 1787, il Duca Ferdinando di Borbone ad offrire al matematico veronese la cattedra di fisica teorica prima e poi dal 1791 quelle di astronomia, idraulica e meteorologia dell’Università di Parma poi. L’autore si impegnò fin da subito a fornire una strumentazione scientifica adeguata all’ateneo parmense che nella seconda metà del XVIII° secolo aveva visto un grande progresso didattico e di fama. È in questo periodo che le sue “ricerche si concretarono in sette volumi di effemeridi astronomiche annue (Effemeride astronomica per l’anno…, Parma 1791 e seguenti) pubblicati fino al 1804 con saggi introduttivi su temi d’astronomia generale. Altri scritti di questa fase furono le Apparenze del solare eclissi del 3 apr. 1791, Parma 1791, il Discorso… astronomico su l’eclissi del 1800 (Parma s. d.) ed il Prenuncio… sull’eclissi dell’11febbr. 1804, Venezia 1804. Il C. ottenne anche dal governo un aiuto finanziario per osservazioni su pianeti che effettuò a Milano, nell’osservatorio di Brera, e per l’istallazione d’un osservatorio meteorologico nella casa parmense Senza titolo-7dei teatini, nel quale effettuò registrazioni sistematiche pluriennali che non riuscirà mai, malgrado l’intento, a pubblicare. […]A Parma il C. s’impose tra le personalità culturali più in vista, e fu vicino alla stessa famiglia ducale e in particolare al principe ereditario Ludovico, che in una lettera allo Spallanzani l’indicò come ispiratore di suoi esperimenti volti a smentire le tesi del naturalista sull’orientamento dei pipistrelli (un sonetto del C. al principe è a Guastalla, Bibl. Maldottiana, Fondo provenienze varie, ms. 39); inoltre il C. fu consulente governativo per questioni idrauliche., e arbitro in vertenze analoghe tra famiglie parmensi. “(da http://www.treccani.it). Con il cambiamento della situazione politica parmense, nel 1805, torna a Verona dove “si vide offrire la cattedra di introduzione al calcolo sublime nel locale liceo e la sovrintendenza a canali, ponti e strade, mentre il governo austriaco ricorse a lui per consulenze idrauliche; proseguì anche la ricerca e le pubblicazioni scientifiche” (da http://www.treccani.it). L’opera qui presentata riporta le effemeridi per l’anno 1794 con la posizione dei pianeti e delle stelle nei diversi mesi dell’anno, rendendo così possibile indirizzare gli strumenti astronomici ed individuare correttamente gli oggetti astrali presenti nel campo visivo dei telescopi. Le effemeridi erano anche ampiamente utilizzate nell’astrologia. Prima rara ed unica edizione. Rif. Bibl.: IT\ICCU\UBOE\119236.

370 euro

17. STORIA DELLA FOTOGRAFIA STORIA CARTA FOTOGRAFICA FOTOGRAFI ILFORD PUBBLICITA’ ALBUM CAMPIONARIO

Senza titolo-94  Senza titolo-93Senza titolo-90Prove Stampate sulle carte fotografiche ILFORD. Rappresentanti per l’Italia Ubertalli & Morsolin Torino

S. luogo (ma probabilmente la legatura e l’album furono realizzati a Torino mentre le foto a Ilford), S. data (ma 1900-1910 circa)

In oblungo (37.5×28,3 cm); 29 cc. per 28 fotografie di grandi dimensioni (l’ultima carta vuota). Legatura coeva in piena tela verde con titolo impresso in oro al dorso e  fregi a secco  in stile Liberty al margine interno e ai due angoli esterni dei due piatti. Qualche strofinatura ma in buone condizioni. All’interno un leggero difetto alla cerniera all’altezza della prima carta (ininf luente e legatura solida) e nel complesso in buone-ottime condizioni di conservazione. Ogni foto presenta nel margine basso, applicata, una pecetta in italiano con indicata il tipo di carta fotografica utilizzata per la stampa. Rarissimo album campionario di uno dei più celebri marchi storici legati al mondo della fotografia, realizzato agli albori della loro attività commerciale. Non se ne conoscono altri esemplari, nemmeno nella sua versione inglese. Le fotografie sono, senza dubbio, realizzate, da importanti fotografi che collaboravano con la celebre ditta e ritraggono personaggi femminili in puro stile Liberty, tre ritratti di un marinaio e una bambina, interni, paesaggi (navi) ed edifici. Fra le descrizioni Senza titolo-92delle carte troviamo ad esempio “Carta ILFORD Hyptona, (Antivirante celloidina) Matt bianca rugosa; Carta ILFORDe P.o.P. (al citrato d’argento) brillante bianca; Carta ILFORD Intona P. O. P.  Autovirane brillante bianca; Carta Celloidina ILFORD Brillante Lilla; Carta ILFORD Hyptona (Autovirante Celloidina) Matt gialla grana fina; Carta al Bromuro ILFORD Rugosa lenta; Carta al Bromuro ILFORD Platino-Matt-Surface; Carta al Bromuro ILFORD Matt molto ruvida; Car ta ILFORD Gaslight Matt; Carta ILFORD Gaslight Carbon Surface (mezza brillante); Carta ILFORD Bromona S. Verde di mare;  Carta ILFORD Bromona C. D. Crema superfice di lino (Virata all’Sulfuro) ecc. ecc.  Rarissimo catalogo pubblicitario della celeberrima ditta inglese di produzioni di carte fotografiche ILFORD fondata nel 1879 da Alfred Hugh Harman con il nome di Britannia Works Company. Il business originale era basato sulla lastre fotografiche ma il rapido sviluppo Senza titolo-95delle tecniche fotografiche e il continuo aumento di popolarità del mezzo fotografico, portarono la ditta a svilupparsi rapidamente. Nel 1902 l’azienda cambiò il nome originario in ILFORD Limited cda nome della cittadina dove era nata e nella quale era presente un suo enorme stabilimento. Il nome “ILFORD” in stampatello appare però, sul celebre simbolo della ditta, il battello a vapore con la bandiera e la scritta ILFORD, già dal 1886. La ditta Ubertalli & Morsolin torinese nata come ditta di vendita di carta fotografica, si specializzò, poi, a partire dal 1910, in lenti ottiche. All’inizio della sua attività fu il rappresentante italiano della ILFORD. L’album vede le foto realizzate probabilmente dalla casa madre ILFORD. Molto raro.

450 euro

18. STORIA LOCALE PADOVA PRIME EDIZIONI UNIVERSITA’ PATAVINA BIOGRAFIE COPERNICO STORIA DELLE UNIVERSITA’

  IMG_4546_clipped_rev_1Nicolai Comneni Papadopoli,

Nicolai Comneni Papadopoli Historia Gymnasii Patavini: post ea, quæ hactenus de illo scripta sunt, ad hæc nostra tempora pleniùs, & emendatiùs deducta. Cum auctario De Carlis cum Professoribus tum Alumnis ejusdem Tomus I  – Tomus II

Venetiis, Apud Sebastianum Coleti, 1726

In folio; (12),  338 pp. e 345, (1) pp. Legature coeve in piena pergamena con titolo e fregi chiosati abilmente da mano coeva ai dorsi. Minimi dife tti ai margini del dorso del primo volume. Qualche minima traccia di sporco ai piatti. Un forellino di tarlo all’angolo basso delle prime tre carte del IMG_4545_clipped_rev_1secondo volume, ininfluente. Marche tipografiche ai frontespizi con Minerva, Mercurio e putti attorno a un quadro con personaggio alato che reca un’aureola e una cornucopia, in basso a sinistra la sigla G.P.  Qualche minimo ed ininfluente foxing ai margini esterni di poche pagine dovute alla qualità della cart a utilizzata. Esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione. Prima ed unica edizione di questa monografia dedicata alla storia dell’università di Padova scritto dal noto avvocato e storico italiano di origine greca, Niccolò Comneno Papadopoli (in greco: Νικόλαος Κομνηνός Παπαδόπουλος, Nikólaos Komninós Papadópoulos, 6 gennaio 1655 a Creta – 20 gennaio 1740 a Padova). Figlio  dell’amministratore veneziano a Candia, oggi Heraklion, l’autore studiò Diritto Canonico presso l’ateneo  patavino, divendone, in seguito, bibliotecario. Nel 1726 pubblicò la sua opera più importante, appunto l’ Historia Gymnasii Patavini. Il volume che si avvale delle ricerche d’archivio realizzate dallo stesso autore ricostruisce, la storia dell’ateneo nel corso dei secoli, illustrandone anche i più celebri studiosi. Nonostante diverse critiche rivolte da alcuni studiosi su alcuni punti dell’opera di Papadopoli (celebre il passaggi, ricco di particolari, dedicato da Papadopoli, alla presenza di Niccolò Copernico a Padova, ripreso, poi, da tutte le biografie susseguenti del grande astronomo polacco ma ampiamente criticato da Carlo Malagola e Leopold Prowe), il volume resta una delle principali fonti documentali per la storia dell’ateneo padovano. Esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: IT\ICCU\TO0E\041831.IMG_4547_clipped_rev_1

1.100 euro

19. VENEZIA STORIA LOCALE BIOGRAFIE ILLUSTRATI PRIME EDIZIONI ILLUSTRATI INCISIONI STORIA VENETA DOGI DI VENEZIA NAPOLI

IMG_4560_clipped_rev_1IMG_4562_clipped_rev_1 IMG_4561_clipped_rev_1IMG_4563_clipped_rev_1Matina Leone,

Ducalis Regiae Lararium siue Ser.mae Reipu. Venetae principum omnium icones usque ad serenissimum Ioannem Pisaurum qui nunc rerum feliciter potitur. Elogia P. D. Leone Mutinae neapolitani Monachi Casinatis.

Padova, Apud Jacobum  Herzium, 1659.

In folio (31×21 cm); (22 compreso frontespizio calcografico), 344 (i. e. 342), (8) pp. e 2 c. di tav. fuori testo. Completo. Esemplare privo, come tutti gli altri, delle pagg. 325-326 censurate dal Senato Veneto perché “sfacciatamente narcisistiche in favore dell’Autore”. Legatura coeva in piena pergamena con titolo e fregioIMG_4559_clipped_rev_1 chiosato da abile mano coeva al dorso. Antip. e ritratti sottoscritti: “Jacobus Picinus ad uiuum deli. et sculpsit Venet.1659” il celebre incisore veneto Giacomo Piccini. Un piccolissimo ed insignificante tarletto al margine esterno di quattro carte e nel complesso, esemplare in ottime condizioni di conservazione. Bel frontespizio allegorico interamente inciso in rame, 2 ritratti fuori testo, uno di Domenico Contarini e l’altro dell’ autore, oltre a 103 ritratti entro grandi medaglioni con fronde d’alloro e stemmi nobiliari incisi in rame nel testo. Prima edizione con i ritratti realizzati da Giacomo Puccini, di questa raccolta di biografie dei doge veneziani, scritti dal monaco benedettino cassinese, nato a Napoli intorno al 1611 e morto a Padova nel 1678, Leone Matina che fu a lungo professore di sacra scrittura all’Università di Padova e membro attivo dell’Accademia de’ Signori Ricoverati di Padova. Le biografie ed i ritratti dei 103 dogi vanno da Paolo Lucio Anafesto (eletto nel 697) fino a Domenico Contarini (eletto nel 1659). Opera molto rara. Rif. Bibl.: Cicogna, 2259.; British Library, Catalogue of seventeenth century italian books.., v. 2 p. 557; per l’autore Maggiolo, Attilio, I soci dell’Accademia patavina : dalla sua fondazione, 1599, Padova, [1983].IMG_4564_clipped_rev_1

1.700 euro

 

20. DANTE DIVINA COMMEDIA INCUNABOLO ILLUSTRATO LANDINO STAMPATORI STORIA DELLA STAMPA PRIME EDIZIONI VENEZIA LANDINO FIGINO

  IMG_4694_clipped_rev_1 IMG_4697_clipped_rev_1 IMG_4696_clipped_rev_1   IMG_4701_clipped_rev_1Dante Alighieri, Pietro da Figino, Cristoforo Landino,

Comento di Christophoro Landino fiorentino sopra la comedia di Danthe Alighieri poeta fiorentino.

Impressi in Venesia, per Bernardino Benali & Matthio da Parma, 1491 adi iii marzo

In folio (???); CCLXXXXI, (1) cc. Come altri esemplari conosciuti, il nostro è mutilo delle prime (10) carte non numerate, contenti la Vita di Dante e altri scritti presenti nel Prologo del Landino, ma testo del tutto completo della Divina Commedia e del commento ai canti del Landino e di Pietro da Figino. Un foglio volante posto all’inizio del volume con ritratto a china di Dante realizzato, nel seicento, dal livornese Emilio Denti (Derni?). Legatura seicentesca, probabilmente rimontata nel settecento, con piccoli restauri e rinforzi. Illustrazioni xilografiche a piena pagina alle c. a1v, s1v, s2v e C1r; nel testo altre 97 vignette xilografiche all’inizio di cia scun canto. Carattere romano. Due antiche firme d’appartenenza private alle prime due carte che suggeriscono come l’esemplare, probabilmente fin dal cinquecento, fosse mutilo delle prime 10 carte. La prima firma realizzata tra la seconda metà del cinquecento ed i primissimi anni del seicento, è presente, al recto della prima carta “Taveggi”. La seconda, nel margine alto della seconda carta, probabilmente cinquecentesca, IMG_4700_clipped_rev_1riporta il nome di “Horatii Marii”. Numerose interessanti glosse coeve e seicentesche al margine esterno del volume, in parte rifilate. Alcune piccole iniziali ornate realizzate n el seicento. Qualche sottolineatura antica. Qualche piccolo forellino di tarlo, ininfluente. Qualche piccolo tunnel di tarlo anticamente ed abilmente restaurato. Un piccolo tunnel di tarlo che tocca alcune lettere a partire da CXIIII e che interesse tre carte, non particolarmente fastidioso. Le stesse tre carte presentano un abile restauro antico di un sottile tunnel. Al recto di carta XCVII un bel disegnetto antico con putto che suona un violino m entre cavalca, probabilmente, un tritone. Esemplare per il resto in più che buo ne condizioni di conservazione. Seconda edizione illustrata (dopo la prima bresciana del 1487 che però non presenta, come in questo caso, le illustrazioni del Paradiso), prima veneziana, della commedia dantesca  stampata a Venezia da Bernardino Benali e da Matteo IMG_4698_clipped_rev_1Capcasa e prima con la revisione del testo curata da Pietro da Figino. Nel novembre dello stesso anno seguirà l’edizione illustrata stampata, sempre a Venezia da Piero de Piasi (Petro Cremonese detto Veronese). Questa è anche la prima edizione illustrata dei canti del Paradiso. Uno dei monumenti tipografici delle edizioni dantesche e della storia della stampa quattrocentesca veneziana ed italiana. L’opera si avvale del celebre commento del famoso professore, filosofo, poeta fiorentino Cristoforo Landino (Firenze, 8 febbraio 1424 – Pratovecchio, 24 settembre 1498), c he insegnante anche di Poliziano e Marsilio Ficino, era stato sostenuto dalla famiglia Medici, nella stesura di un nuovo commento alla Divina Commedia, commento poi apparso per la prima volta nell’edizione fiorentina del 1481, proprio per rivendicare il profondo legame fra Dante e ed il capoluogo toscano dopo le diverse edizioni dantesche, edite nella prima metà del quattrocento, in diverse città italiane. Questa edizione del 1491 che divenne uno dei canoni classici delle edizioni dantesche, come già detto, è la prima curata dal noto frate francescano, Pietro da Figine. Poco si sa dei natali del frate. Alcuni studi lo indicano come comoasco ma non mancano quelli che individuano i suoi natali in Figline Valdarno. L’Argelati, sulla scorta del canonico Giovanni IMG_4699_clipped_rev_1Andrea Irico, l’unico studioso ad aver provato a ricostruire una biografia attendibile della vita di Pietro da Figino, ne individua i natali a Milano. Con Argelati è d’accordo Gnoli che analizzando il noto esemplare della commedia stampata a Cremona e postillata dallo stesso Pietro, dice di ricoscere nella scrittura del frate, chiari caratteri di scrittura lombarda anche se le miniature d i questo esemplare, sembrano essere attribuibili a zona padovana. Ma non mancarono nel corso dei secoli attribuzioni e ricostruzioni avverse a quelle dell’Argelati e dello Gnoli. Quello che è certo, è che non è dato sapere se il francescano Pietro abbia curato altre edizioni ma sembra ormai appurato che con ogni probabilità, tutte le edizioni a lui attribuite della “Commedia” non sono altro che  riedizioni (o rielaborazioni) delle due edizioni del 1491 o come dice la Treccani forse “di quella del Benali soltanto”. Ancor meno dubbi vi sono del fatto, sempre citando la Treccani IMG_4693_clipped_rev_1riguardo al celebre esemplare della Divina Commedia postillato da Pietro da Figino, che “Per queste sue caratteristiche umorose, per l’ottima conoscenza dell’opera dantesca, per il buon livello di cultura e, forse, per le gustose quanto ingenue miniature, P. da Figino ha indubbiamente diritto a un suo posto particolare nella storia della fortuna dantesca del sec. XV.”. Rarità bibliografica. Rif. Bibl.: Edizione rara e ricercata, cfr. Mambelli, n. 13, pag. 25; Goff D-32; HC 5949; BMC V 373, Olschki, Choix 2041; IGI 363; BMC V 373; Essling 531; Sander 2313; GW 7969; H 5949; De Marinis, Il Castello di Monselice, p. 130; Rhodes, Catalogo del fondo librario antico della Fondazione Giorgio Cini, D4; Ageno, Librorum saec. 15…, a c.di Gasparrini Leporace, Firenze, Olschki…1954, n.15; ICCU IT\ICCU\VEAE\131887.IMG_4695_clipped_rev_1

21. VERONA FONTI DI STORIA DELL’ARTE CAVALIERI GEROSOLIMITANI PRIME EDIZIONI VENETO

IMG_4447_clipped_rev_1IMG_4446_clipped_rev_1Dal Pozzo Bartolomeo,

Vite de’ Pittori, de gli Scultori, et Architetti veronesi raccolte da varj Autori stampati, e manuscritti, e da altre particolari memorie. Con la narrativa delle Pitture, e Sculture, che s’attrovano nelle Chiese, case, & altri luoghi publici, e privati di Verona e suo Territorio. Del Signor Fr. Bartolomeo Co: dal Pozzo Comna. Et Ammiraglio della Sagra Religione Gierosolimitana.

In Verona, Per Giovanni Berno, 1718

In 4° (23,5×17 cm); (8), 313, (3) pp. Legatura editoriale in cartoncino molle, esemplare ancora in barbe ed in ottime condizioni di conservazione. Prima edizione di questa celeberrima fonte di storia dell’arte del celebre Conte, storico dell’arte e Cavaliere di Marta, Bartolomeo del Pozzo (Verona 1637 – Verona 28 ottobre 1722) che prese parte alla Battaglia dei Dardanelli il 26 giugno del 1656 e che ricoprì importanti cariche nella sua città e nell’ordine Gerosolimitano. A Verona nel 1705 fu eletto tra i “consiliarii” del Comune, nel 1710 tra i “praesides derelictorum”, carica che nel 1711 lasciò per essere inserito fra i “milites procurato rum”. Infine nel 1712 fu uno dei “provisores Communis” di Verona. Nei cavalieri Gerosolimitani, nei quali entrò nel 1656, oltre a numerosissimi incarichi di rilievo, occupò la carica di ammiraglio. Nella battaglia dei Dardanelli si distinse per l’ardore durante numerosi assalti, facendosi notare dai superiori. A lui si deveno numerosi scritti oltre ad una delle migliori storie dell’Ordine Gerosolimitano, l’Historia della Sagra Religione militare di S. Giovanni Gerosolimitano detta di Malta che uscita per la prima volta nel 1703, si prefiggeva di proseguire ed ampliare la celebre opera dedicata all’ordine scritta da Giacomo Bosio. La sua fama è però particolarmente legata all’opera qui presentata. Infatti il suo studio, oltre ad essere considerato approfondito e corretto, basti ricordare che vi si citano centosessantasette artisti maggiori e IMG_4448_clipped_rev_1minori, vengono descritte numerosissime opere, oggi, scomparse o distrutte, quadri ma anche pitture murali esterne e interne degli edifici, edicole e fregi presenti nei palazzi cittadini, tanto che l’opera è considerata, ancora oggi, una fonte basilare per chiunque si voglia dedicare alla ricostruzione della storia artistica della città scaligera. Nel volume non manca una dettagliatissima descrizione delle opere artistiche in possesso dei conti Dal Pozzo, conservate nel loro palazzo in contrada S. Maria in Organo (pp. 305-309). In fine al volume è presenta una pagina di errata. Prima edizione rarissima a reperirsi nella sua legatura originale ed in queste ottime condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: Cicognara 2351: “Libro accreditato, e scritto da un coltissimo amatore di cose patrie”; Schlosser-Magnino, p. 532, 550 e 566; Lozzi, 6272.

750 euro

22. CURIOSITA’ MITI E LEGGENDE LINGUA EBRAICA UTOPIE FILOSOFIA NATURALE PREADAMITI POLIGENISMO

 IMG_4599_clipped_rev_1IMG_4598_clipped_rev_1Hilpert Johann,

Johannis Hilperti, in illustri Julia professoris publici & ordinar. Disquisitio de praeadamitis, anonymo exercitationis & systematis theologici auctori opposita.

Ultraiecti : ex officina Johannis a Waesberge, 1656

In 12° (13×7,4 cm); (12), 250, (2 b.) pp. Legatura coeva in piena pergamena rigida con titolo manoscritto al dorso. Un piccolo tunnel di tarlo al margine interno di diverse carte, solitamente nella parte bianca ma che in una decina di carte tocca  una lettera di testo per pagina, non particolarmente fastidioso e nel complesso, esemplare, in buone condizioni di conservazione. Bianche le c. pi greco1 e L6. Prima edizione, uscirono tre edizioni nello stesso anno e tutte e tre sono considerate prime edizioni in quanto nessuno studio è stato in grado di stabilire una cronologia delle stesse, di questo celebre e curioso, scritto filosofico del famoso teologo e giurista luterano di Coburgo,  Johann Hilpert (1627-1680) . Scrive Justin E. H. Smith a pagina 6 del suo studio “The Pre-Adamite Controversy and the Problem of Racial Difference in 17thCentury Natural Philosophy”: “There were at least a dozen important treatises in the latter half of the 17th century seeking to refute La Peyrère’s thesis. Three of these were of particular significance, all published in 1656: Philippe Le Prieur’s Animadversiones in librum Prae-Adamitarum, Johann Hilpert’s Disquisitio de Prae-Adamitis. and the revealingly titled work of Anton Hulsius, Non ens prae-adamiticum, sive confutatio vani et socinizantis cujusdam somnii, quo S. Scripturae praetextu in cautioribus nuper imponere conatus est anonimus fingens ante Adamum primum homines fuisse in mundo”.  Del lavoro di Hilpert parla anche Arturo Graf, citando però l’edizione di Amsterdam, nel suo “Miti, Leggen de e Superstizioni del Medioevo. Volume I. Il mito del Paradiso Terrestre, il Riposo dei Dannati, La Credenza nella Fatalità, Torino, Hermanno Loescher, Firenze, Roma, 1892: “Inventore dei preadamiti fu Isacco de la Peyrère (1594-1676), il quale, fondandosi sopra un passo della Epistola di San Paolo ai Romani, mise fuori la opinione che uomini fossero esistiti prima di Adamo, e la sostenne in un libro stampato la prima volta nel 1653, e intitolato Preadamitae, sive exercitationes super vv. 12, 13 et 14, cap. V, epistolae D. Pauli ad IMG_4597_clipped_rev_1Romanos. Questa opinione suscitò grande scandalo e infinite dispute, e diede materia a numerosi libri, alcuni dei quali scritti in tempi assai prossimi a noi. Eccone alcuni: Filippo Le Prieur (sotto il nome di Eusebio Romano), Animadversiones in librum praeadamitarum, Parigi, 1656; Hilpert, Disquisitio de praeadamitis, Amsterdam, 1656; Hulsius, Non-ens prae-adamiticum, sive confutatio vani cujusdam somnii, quo quidam Anonymus fingit ante Adamum primum homines fuisse in mundo, Lugduni Batavorum, 1656; Gelpke, Ueber die Erde oder das Menschengesch lecht vor Adam, Braunschweig, 1820”. Le teorie dei preadamiti furono conosciute durante il medioevo,  attraverso il testo “Kuzari” del poeta e rabbino andaluso Yehuda Ha-Levi, fra i massimi pensatori della filosofia ebraica medioevale. Quest’opera, completata intorono al 1140, prende, a sua volta spunto dal lavoro di di Tahāfut al-Falāsifah di al-Ghazālī, massimo esponente del pensiero islamico nei Paesi arabi dell’Asia occidentale durante il Medioevo. Il testo di Ha-Levi è un dialogo immaginario nel quale il rabbino, ricostruisce un dibattito filosofico organizzato dal re dei Cazari, popolazione semi-nomade di origini turche, fra tre teologi: uno cristiano, uno mussulmano ed uno ebreo. In questo dialogo il re “chiede al rabbino se sia preoccupato dalla rivendicazione, da parte degli Indiani, di essere in possesso di artefatti e costruzioni antichi di milioni di anni; il rabbino afferma che si tratta di affermazioni senza senso, propugnate da gente senza un libro riguardo al quale “molte persone avessero la stessa opinione”. In questo stesso libro Halevi attacca molte idee contenute nel libro intitolato Agricoltura nabatea, composto o tradotto da Ibn Wahshiyya nel 904: queste idee, attribuite ai Sabei, affermavano l’esistenza di persone nate prima di Adamo e di genitori di Adamo, oltre che l’origine indiana di Adamo stesso; Halevi respinse queste opinioni semplicemente affermando che queste persone non conoscevano la rivelazione contenuta nella Bibbia”. Le teorie confutate in “Kuzari”, vennero recuperate, questa volta in forma positiva  da  Isaac La Peyrère (1596-1670) che nella sua opera “Praeadamitae sive Exercitatio super Versibus duodecimo, decimotertio, et decimoquarto, capitis quinti Epistulae D. Pauli ad Romanos, quibus inducuntur Primi Homines ante Adamum conditi” (è qui che compare per la prima volta il termine “Preadamita”) ipotizza, anticipando le teorie del poligenismo, l’esistenza storica di uomini viventi prima di Adamo. Il lavoro di La Peyrere, ebbe notevole successo e diede vita ad un dibattito serrato fra diversi studiosi. Non comune. Rif. Bibl.: van Huisstede-Brandhorst, Dutch printer’s devices 15th-17th century, v. 1 p. 631 n. 0619; ICCU, IT\ICCU\VEAE\007612.IMG_4600_clipped_rev_1

200 euro

23. OMERO CLASSICI GRECI LATINI LINGUA GRECA LATINO ILIADE ODISSEA BATRACOMIOAMACHIA BIOGRAFIE ILLIADE ODISSEA

  IMG_4566_clipped_rev_1Homerus,

Homeri opera graeco-latina quae quidem nunc extant, omnia. Hoc est : Ilias Odyssea, Batrachomyomachia, et Hymni: Praeterea Homeri Vita Ex Plutarcho. In haec operam suam contulit Sebastianus Castalio.

Basileae, per Haeredes Nicolai Brylingeri,  1567

 In 2° (32×20,5 cm); (20), 292, 317, (3) pp. legatura coeva in piena pergamena con dorso a 5 nervi. Qualche difetto e piccola mancanza al dorso ed ai piatti. Al dorso, titolo chiosato in bella grafia coeva. Esemplare leggermente brunito come tipico in di tutti gli esemplari, a causa della qualità della carta utilizzata. Antica firma di appartenenza privata al frontespizio “de Rossi”.Tagli colorati in grigio scuro. Un forellino di tarlo nell’angolo interno alto della seconda metà del volume che diventa un piccolo tunnel in una quarantina di carte, ininfluente e sempre lontano dal testo. Importante edizione, realizzata sul testo greco di Henrie Estienne del 1566, preceduta da un epigramma dell’umanista svizzero, Heinrich Pantaleon Heinrich Pantaleon (nato il 13 luglio 1522 a Basilea, morto il 3 marzo 1595 ibid.) e che si avvale della presentazione dell’umanista francese, Sébastien Castellion, o Chatellion o anche Châteillon, latinizzato in Sebastianus Castellio e IMG_4565_clipped_rev_1più noto in italiano come Sebastiano Castellione (Saint-Martin-du-Frêne nella Savoia, 1515 – Basilea, 29 dicembre 1563) che fu tra i massimi sostenitori della tolleranza religiosa oltre che stimato avversario dell’irenismo di Erasmo da Rotterdam e fra i più apprezzati traduttori e conoscitori della letteratura antica classica. Castillion parlava e scriveva correttamente, oltre che in francese, anche in latino, greco ed ebraico. L’edizione, che venne pubblicata per la prima volta a Basilea nel 1561, è qui presente nella sua terza edizione particolarmente apprezzata, per le numerose correzioni ed aggiunte rispetto alle due edizioni precedenti e per la sua veste grafica, caratterizzata da un bellissimo carattere corsivo greco “Grecs du Roi by Claude Garamond”, affiancato al testo latino. Il volume raccoglie l’opera del grande poeta autore dell’Iliade e dell’Odissea e contiene, oltre a questi il poemetto giocoso Batracomiomachia (attribuito, nel cinquecento ad Omero), i cosiddetti Inni omerici, oltre alla celebre vita di Omero attribuita, a partire dall’edizione dell’editore ed umanista francese Henri Estienne, comunemente latinizzato Henricus Stephanus (Parigi, 1528? – Lione, 1598), al celebre biografo, scrittore e filosofo greco di nascita ma cittadino romano, Plutarco (Cheronea, 46 d.C./48 d.C. – Delfi, 125 d.C./127 d.C.). Rif. Bibl.: ICCU IT\ICCU\TO0E\035807; Vgl. BM, German Books, 459; Brunet III, 271; Adams 1872; Wellisch, Gesner, 11,1; VD 16 J-769.IMG_4567_clipped_rev_1

680 euro

24. DIRITTO NATURALE PRIME EDIZIONI RARITA’ BIBLIOGRAFICHE MASSONERIA LIBERI MURATORI POLLA SALERNO RAIMONDO DI SANGRO PRINCIPE DI SAN SEVERO NAPOLI DIRITTO D’AUTORE

IMG_4932_clipped_rev_1Giovanni Giuseppe Origlia Paolino,

De’ Principj del Diritto Naturale trattenimenti IV. di Giangiuseppe Origlia, Paulino, Filosofo, e Giureconsulto Napoletano.

In Napoli, Presso Giovanni di Simone, 1746

In 4° piccolo (17,8×11,4 cm); (16), 356, (6) pp. Legatura coeva in piena pergamena. Titolo e autore chiosati da mano coeva al dorso. Qualche pagina uniformante brunita e qualche piccola macchiolina di foxing dovute alla qualità della carta utilizzata e per il resto, nel complesso, esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione. Prima rarissima edizione, nessun esemplare censito in ICCU, di questo importante studio che è considerato in primo libro in italiano scritto sull’argomento, opera del celebre giureconsulto, storico e filosofo, originario di Polla, Paolino Giovanni Giuseppe Origlia (Polla in provincia di Salerno 24 luglio 1718 –  1784). L’autore, laureato a Napoli in legge, nonostante gli fossero state offerte le cariche di aiutante di studio del cardinale Cienfuegos Ministro di Carlo  VI a Roma e quella di coadiutore di suo zio materno Basilio Forlofia che era il custode della Real Biblioteca di Vienna, rimase a fare il maestro di scuola a Napoli, sembra anche su pressioni del padre. Durante questo periodo di insegnamento compilò, sulla stregua del dibattito illuminista, la sua prima opera, stampata in poche copie, “De’ principj del dritto naturale”. Fu proprio grazie a questo scritto che portò al Cappellano del Re Monsignor Galiani che gli IMG_4933_clipped_rev_1fu offerta il ruolo di Lettore onorario di Legge nell’ateneo partenopeo e gli venne commissionata la sua opera più celebre. Tale opera ebbe una storia editoriale travagliata (a causa di alcune inimicizie il primo volume gli venne sequestrato e dovette aspettare diverso tempo, l’intervento del Principe di San Severo e l’adesione di Origlia ai massoni napoletani dei quali il Principe era il Gran Maestro, prima di riuscire a stampare il secondo), “Istoria dello studio di Napoli” compilata secondo i più moderni concetti storiografici e dopo profondi studi negli archivi napoletani, salernitani e di Montecassino. Ottenuto il giusto riconoscimento del suo lavoro, venne promosso a Regio Giudicato di Matera nel 1769, a governatore dell’Isola di Capri nel 1770, a Regio Auditore nell’Udienza di Calabria ultra, carica dalla quale poi, nel 1780 passò a Capo della Ruota (la Sacra Rota) della Calabria Ultra fra le massime cariche per un giurista. Amico intimo di Raimondo de’ Sangro, Principe di San Severo ne fu anche il biografo. L’opera è inserita anche nella Bibliografia di Paolo Galli dedicata alla storia del diritto d’autore al numero 174. Prima rarissima edizione in buone-ottime condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: BN Roma 13.16.B.26. I, 398.

600 euro

25. PRIME EDIZIONI RARITA’ BIBLIOGRAFICHE BIBLIOFILIA BIBLIOMANIA COLLEZIONISMO LIBRI

IMG_4558_clipped_rev_1IMG_4557_clipped_rev_1Salden Willem, Saldenus Guilielmus Antonius,

Guiljelmi Saldeni Ultrajectini De libris varioque eorum usu & abusu libri duo : cum indicibus necessariis.

Amstelodami, ex officina Henrici & viduae Theodori Boom, 1688

In 8° piccolo (16,2×9,8 cm); (32), 437, (51) pp. Bella legatura coeva in piena pergamena con il titolo e l’autore elegantemente chiosati da mano coeva al dorso. Un piccolo difetto al margine alto del dorso, ininfluente, per un esemplare in ottime condizioni di conservazione. Bell’antiporta figurata (firmata Ioh. Van den Aveele) rappresentante l’interno di una libreria, con personaggi intenti a leggere in primo piano e sullo sfondo persone nell’atto di alimentare un fuoco con dei libri. Prima ed unica rara edizione, di una delle principali opere del celebre filosofo e teologo originario di Utrecht, Salden Willem (anche conosciuto con la forma latinizzata del nome in Saldenus Guilielmus Antonius, 1627-1694). Il curioso volume è un vero e proprio trattato sui libri, sul loro uso ed abuso e sull’amore per essi. Include capitoli dedicati alla bibliografia, alle grandi biblioteche pubbliche e storiche, alla bibliofilia fino alle sue forme patologiche, alla storia dei libri in generale oltre a molte osservazioni su singoli scrittori e le loro opere. Il volume fu a lungo inserito nell’Index Librorum Prohibitorum cosa che ha contribuito ad aumentarne, notevolmente, la rarità. Saldeno (Guilielmus Antonius), nacque a Utrecht nel 1627. Qui studiò teologia sotto Gysbert e Paulus Voet e Hoornbeek, divenendo Ministro presso la “Congregazione Riformata di Renswoude” nel 1669. Tre anni dopo, si trasferì a Kockengen prima, poi a Enkhuizen nel 1655 e nel, 1664 a Delft. Dal 1677 si stabilì a L’Aia, dove morì l’8 febbraio del 1694. Autore prolifico, fu molto apprezzato non solo per le sue conoscenze teologiche ma anche, per i suoi versi poetici che il senato della “Utrechtsche Hoogeschool” lo nominò, honoris causa, dottore in Teologia. Scrisse diverse opere dedicate ai libri, delle quali, quella qui presentata, è la più celebre. Rif. Bibl.: Graesse VI, 230 e IV, 250. – Brunet V, 70 e III,.Graesse VI, 230 e IV, 250. – Brunet V, 70 e III, 150.

550 euro

26. VENEZIA STORIA LOCALE PROPAGANDA PAMPLHET CENSURA RARITA’ BIBLIOGRAFICHE

IMG_4632_clipped_rev_1Anonimo (Bedmar Alfonso de la Cueva  Marques de ?),

Squitinio della libertà veneta. Nel quale si adducono anche le raggioni dell’impero romano sopra la citta & signoria di Venetia.

Stampato in Mirandola, appresso Giouanni Bennincasa, 1619.

In 8° (19,7×14,5 cm); (2), 101, (3) pp. Legatura coeva in piena pergamena. Qualche lieve difetto. Una fascetta antica che integra piccole mancanze di carta sul lato esterno bianco delle prime tre carte e due piccole pecette che integrano due piccoli forellini agli angoli bianchi esterni delle ultime due carte. Un forellino alla quarta carta tocca una lettera nelle glosse laterali. Nelle ultime quattro carte leggermente sfrangiato l’angolo esterno, ininfluente, nel margine bianco e lontano dal testo. Nel complesso esemplare genuino in buone-ottime condizioni di conservazione. Seconda rara edizione, dopo la prima del 1612, di quest’opera, uscita anonima ed attribuita, fra gli altri al Marchese Bedmar Alfonso de la Cueva (1572-1655), ambasciatore IMG_4631_clipped_rev_1spagnolo a Venezia, a Marcus Welser e a Possevino che rappresenta una dei più forti pampleth antiveneziani del seicento, tanto inviso alla Serenissima da esser espressamente ordinato dal Minor Consiglio, di recuperare tutte le copie possibili dell’opera e di distruggerle.  Il celebre avvocato e bibliografo francese, Étienne-Gabriel Peignot (Arc-en-Barrois, 15 maggio 1767 – Digione, 14 agosto 1849), nella sua opera “Dictionnaire des Ouvrages Condamnes au feu” scrive riferendosi a quest’opera “”Ouvrage seditibux et rare. Il a ete Brulè par ordre du Senat de Venise. On n’en connait pas l’auteur precisement…Il pretend monster dans cet ouvrage que la Republique de Venise n’est pas nee libre, qu’elle est un ancien domaine de l’Empire, et que, par consequent l’Empereur et l’Empire conserrvent sur la Republique leurs droits et leurs memes pretentions. Cet auteur semble avoir prevu la sorte de Venise. Quoi qu’il en soit, son livre a donnè lieu a’ Fra Paolo (Sarpi) de Faire l’Histoire du Concile de Trente pour Mortifier la cour de Roe, et il n’y a que trop bien. Reussiò (II, p. 144-145). Melzi, Dizionario di opere anonime e pseudonime, III, p. 93; Parenti, Dizionario dei luoghi di stampa falsi, inventati o supposti, p. 143; Autori italiani del Seicento, III, p. 226-227, n. 1013-1016. (II, P.144-145)”. Rara opera. Rif. Bibl.: Brunet V, 502; Cicogna 129; Lozzi 6133.

450 euro

27. STORIA LOCALE GENOVA LIGURIA PIACENZA NAPOLI

  IMG_4569_clipped_rev_1Foglietta Uberto (Oberto),

Ex universa historia rerum Europae suorum temporum. Coniuratio Ioannis Ludovici Flisci. Tumultus Neapolitani. Caedes Petri Ludovici Farnesij Placentiae Ducis.

Napoli, Giuseppe Cacchi, 1571.

In-4ø; 6, 97, 1 cc. (di errata). Legatura settecentesca in piena pergamena rigida con titolo manoscritto da mano coeva al dorso. Piatti foderati con bella carta marmorizzata coeva. Due antichi timbretti seicenteschi di appartenenza privata in parte abrasi al frontespizio e oggi, solo in parte leggibili. Più leggibile la nota ex-libris degli inizi del seicento, chiosata in bella grafia nel margine basso del frontespizio che identifica l’esemplare come appartenuto prima ad Ottavio Ayroldi della nobile famiglia degli Ayroldi di Ostuni, poi al di lui figlio ed infine, al Conte Vitaliano Borromeo  (con ogni probabilità il Conte Vitaliano VI Borromeo), “Octavij Ayroldi et ab erede Ill.ssmo Co. Vitaliano Vicecomiti Borromeo donavat”. Tagli rossi. Qualche macchiolina di foxing e qualche foglio leggermente ed uniformemente brunito, come i tutti gli esemplari, dovuti alla quallità della carta utilizzata per la stampa e nel complesso, esemplare in buone ottime condizioni di conservazione. Marca tipografica al titolo, capilettera figurati. Prima edizione, non comune, di questa celebre opera dell’insigne studioso e storico genovese, Oberto Foglietta (Genova, 1518 – Roma, 5 settembre 1581) che raccoglie scritti di cronaca napoletana, ligure ed anche piacentina. IMG_4568_clipped_rev_1Foglietta, abile letterato fin dalla giovanissima età, a soli 17 anni, ebbe l’incarico di trascrivere i Castigatissimi Annali di Genova di Agostino Giustiniani. Dopo aver iniziato gli studi nella natia Genova, si spostò prima a Perugia e poi a Roma per perfezionare le sue conoscenze. A Roma, iniziò presto a farsi notare per le sue dote di storico. Nel 1559 diede alle stampe il suo “Delle cose della Repubblica di Genova” nel quale l’autore, analizzò in modo distaccato e critico la storia di Genova senza risparmiare aspre critiche all’operato dei “vecchi” nobili genovesi e di Andrea Doria cosa che gli procurò la condanna all’esilio, con il conseguente allontanamento definitivo, dalla sua terra d’origine, nella quale non fece più ritorno nel corso della sua vita. L’esilio romano, dove si era stabilito presso lo zio Agostino, non gli impedì di continuare a dedicarsi agli studi storici e artistici dedicati alla Liguria ed ai suoi artisti. Fù cosi che nel 1572 pubblicò il Clarorum Ligurum Elogia, in cui esaltava le doti artistiche del fratello Paolo e la Genuensium Historia che però fu pubblicata solo postuma dal fratello Paolo (che ne curò anche la traduzione dal latino in genovese). Nel 1573 uscì il De linguae latinae usu et praestantia, noto studio nel quale l’autore difende la lingua latina senza mancare, però, di elogiare e riconoscere i meriti di un poeta come Bembo. Rif. Bibl.: Manzi, Annali di G. Cacchi, 32. Edit on-line 19315.IMG_4570_clipped_rev_1

550 euro

28. NAPOLI RARITA’ BIBLIOGRAFICA PRIMA EDIZIONE LEGATURE TORINO REGNO DELLE DUE SICILIE ECONOMIA USI E COSTUMI

 IMG_4571_clipped_rev_1Mantegna Giuseppe (a volte anche riportato come Gioseffo),

Ristretto Istorico della Città e Regno di Napoli. A cui si unisce la varietà di fortuna overo aggiunta de Napoletani accidenti alli descritti per la famosa penna di Tristano Caracciolo. Autore G. Gioseffo Mantegna Acad. Agitato, Sagrato il tutto alla fedelissima città di Napoli, e suoi nobilissimi eletti patritii, e popolare. Torino,

 Per Bartolomeo Zapata, 1672.

In 12° (13,5×7,5 cm); 720, (2) pp. e una c. di tav. fuori testo con il ritratto di Giuseppe Mezzomonaco posto prima dello scritto ”La varietà di fortuna di Gioseffo Mezzomonaco”. Bellissima legatura artigianale barocca napoletana, in marocchino rosso, con ricchi fregi al dorso. Ai piatti, cornice in quattro filetti semplici a contenere una quinta corcice a motivi floreali. All’interno della cornice bellissimo rosone centrale finemente inciso al centro di quattro quarti di ventaglio disposti agli angoli. Dorso a 4 nervi. Qualche lieve difetto. All’interno, qualche lievissimo foxing e brunitura, una piccola mancanza di carta all’angolo alto esterno dell’ultima carta di errata e per il resto, nel complesso, in IMG_4572_clipped_rev_1buone-ottime condizioni di conservazione. Molto particolari i ferri utilizzati per le impressioni in oro. Prima rarissima edizione completa (manca quasi sempre la carta d’errata e nessun esemplare censito da noi reperito, presenta la tavola con il ritratto come presente nel nostro esemplare), stampata a Torino da Bartolomeo Zappata, di questa importante fonte storica del Regno delle Due Sicilie e della sua capitale, Napoli, scritta dallo storico napoletano, Giuseppe Mantegna. L’opera, oltre che una dotta dissertazione della storia del Regno delle Due Sicilie, è particolarmente apprezzata per la sua puntigliosa descrizione della situazione socio-economica della Napoli del seicento con descrizioni precise dei suoi monumenti, delle sue chiese, dei suoi monasteri e dei suoi conventi proprio in questa seconda parte del seicento che vide un aumento esponenziale delle ricchezze lasciate dai facoltosi trapassati durante la virulenta peste del 1656 ed un conseguente arricchimento e moltiplicazione delle chiese napoletane, così che mai si sono avute tante chiese e tanti conventi attivi a Napoli come in questo terzo quarto del Seicento. A pag. 541 inizia “La varieta’ di fortuna di Gioseffo Mezzomonaco” storia satirica di un mercante fallito che per un certo periodo, venne attribuita a Tristano Carracciolo ma che in realtà, sembra oggi appaurato, è dello stesso Mantegna. Rif. Bibl.: Piantanida 895: “Rara edizione probabilmente unica”; Fera 51; Lozzi 2967: “Raro”. Coleti p. 113.

1.300 euro

29. RISORGIMENTO PRIME EDIZIONI MAZZINIANA SAVOIA UNIFICAZIONE ITALIANA POLITICA

  Senza titolo-2(Mazzini Giuseppe),

A Carlo Alberto di Savoja un italiano. Sé no, no!

Nizza, S. stampatore, 1831

In 12° (14,3×10 cm); 24 pp. Brossura muta coeva. Antica nota manoscritta a matita al piatto anteriore “Scritto di Mazzini” e antico numero a china all’angolo alto. All’interno qualche lievissima macchiolina di foxing al margine esterno bianco di due pagine, dovute alla qualità della carta e del tutto ininfluenti e nel complesso esemplare ancora in barbe ed in buone-ottime condizioni di conservazione. Prima rarissima edizione di questo celeberrimo pamphlet del grande patriota, politico, filosofo e giornalista italiano, Giuseppe Mazzini (Genova, 22 giugno 1805 – Pisa, 10 marzo 1872) fra le figure più importanti del movimento risorgimentale italiano che con le sue idee e la sua azione politi ca contribuì in modo decisivo alla nascita dello Stato unitario italiano. Mazzini nel 1830 viene denunciato da un certo Raimondo Doria come “Carbonaro” e per la sua attività politica, arrestato su ordine di Carlo Felice  di Savoia. Incarcerato, seppur per un breve periodo, nella Fortezza del Priamar a Savona. Fu durante questa prigionia che formulò il programma politico della “Giovine Italia” viene liberato per mancanza di prove ma obbligato o a risiedere confinato in una cittadina del Piemonte o ad espatriare decide per questa seconda soluzione.  Nel febbraio del 1831 lascia l’Italia per recarsi prima a Ginevra, poi a Lione e quindi a Marsiglia dove già vivevano numerosi esuli italiani perseguitati Senza titolo-1in patria per le proprie idee politiche. Qui apprese della morte di Carlo Felice di Savoia e decise di comporre questa celeberrima lettera rivolta al nuovo sovrano, Carlo Alberto di Savoia nella quale Mazzini esortava il nuovo sovrano, non solo ad assumere atteggiamenti lib erali ma soprattutto ad appoggiare e porsi alla guida di coloro che sognavano un’Italia unita. La lettera così si apriva: “Sire ! Se io vi credessi Re volgare, d’anima inetta o tirannica, non vi indirizzerei la parola dell’uomo libero. I Re di tal tempra non lasciano al cittadino che la scelta fra l’armi e il silenzio. Ma voi, Sire, non siete tale. La natura, creandovi al trono, vi ha creato anche ad alti concetti e a forti pensieri; e l’Italia sa che voi avete di regio più che la porpora. I Re volgari infamano il trono su cui si assidono e voi, Sire, per rapirlo all’infamia, per distruggere la nube di maledizioni di che lo aggravano i secoli, per circondarlo d’amore, non avete forse bisogno che di udire la verità: però io ardisco dirvela, perché voi solo estimo degno d’udirla e perché nessuno di quanti vi stanno intorno può dirvela intera. La verità non è linguaggio di cortigiano; non suona che sul labbro di chi né spera né teme dell’altrui potenza”. Opera rarissima ed in buone-ottime condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: IT\ICCU\TO0\1176298.Senza titolo-3

550 euro

30. CASERTA NAPOLI MILITARIA MEMORIE STORIA LOCALE BORBONE REGNO DELLE DUE SICILIE PRIME EDIZIONI RARITA’ BIBLIOGRAFICHE

IMG_4922_clipped_rev_1Simeoni Gennaro Ignazio,

Lettera di Fronimo Stratiota scritta al signor Conte Vittorio Marciano,

S. luogo, S. stampatore, (1771)

In 4° (18,2×13,2 cm); LXXII, (8) pp. Legatura coeva in cartoncino molle. Un piccolissima bruciatura nell’angolo alto del volume, lontano dal testo e non particolarmente fastidiosa. Rara prima edizione di questo scritto del casertano Ignazio Gennaro Simeoni che fu Capitano del Reggimento del Corpo Generale di Artiglieria e Professore di Geografia e Storia nella Regia Accademia Militare di Carlo III Borbone. Lo scritto è dedicato ad una ricostruzione di avvenimenti militari e non, legati al territorio casertano e napoletano e ne fanno una preziosa fonte di storia locale casertana. Rarissimo, due soli esemplari censiti in ICCU. Rif. Bibl.: IT\ICCU\SBLE\015409.

300 euro

31. MILANO VISCONTI STORIA BIOGRAFIE STORIA LOCALE VISCONTI PRIME EDIZIONI ILLUSTRATE

 IMG_4644_clipped_rev_1IMG_4646_clipped_rev_1   IMG_4643_clipped_rev_1Giovio Paolo,

Le Vite dei Dodici Visconti che Signoreggiarono Milano. Descritte da Monsignor Paolo Giovio Vescovo di Nocera tradotte da Lodovico Domenichi. Et in quest’ ultima Impressione accresciute de gl’ Argomenti à caiscuna d’esse Vite, con le annotationi nel margine, & Tauola copiosissima. Abbellite delle ver Effigie d’essi Principi, dedicate all’illustmo. et revermo Monsigr. Honorato Visconti Arcivescovo di Larissa.

In Milano In Casa di Gio. Battista Bidelli, 1645

In 4° (24,4×18,4 cm); (20), 132 pp. Legatura coeva in piena pergamena con titolo manoscritto da mano coeva al dorso. Qualche lieve traccia di sporco ai piatti. Un leggerissimo alone nel testo, mai intenso o fastidioso e nel complesso, esemplare in più che buone condizioni di conservazione. Esemplare stampato su carta forte. 14 bellissimi ritratti a piena pagina nel testo. Primo frontespizio calcografico. Ritr. del dedicatario sul v. del front.; nel testo 13 ritr. numerati; l’ultimo, il 12, duplicato. Il ritr. del dedicatario e il front. calcogr. incisi da Giovanni Paolo Bianchi. Prima edizione illustrata e tradotta in italiano, di questo celebre scritto del grande storico, museologo, biografo, medico e vescovo italiano, Paolo Giovio (Como, 21 IMG_4647_clipped_rev_1aprile 1483 circa – Firenze, 12 dicembre 1552). Laureatosi in medicina dopo lunghi studi a Padova e Pavia, fu principalmente interessato ad una carriera letteraria dove ottenne i maggiori successi, tanto da venir insignito da Leone X, del grado di Cavaliere cosa che prevedeva una pensione annua e che gli permise di dedicarsi completamente agli studi. Celebre fu anche la sua collezione dei ritratti di alcuni celebri personaggi italiani. In una lettera del 1521, espresse la sua intenzione di mettere insieme alcuni ritratti dal vero di uomini di lettere ed illustri da mostrare al pubblico con la finalità di stimolare gli uomini alla virtù. Giovio, nel corso della sua vita aggiunse ritratti di artisti, papi e principi e nel 1537 costruì un celebre museo per ospitare i dipinti a Como. Giovio convinse uomini famosi a inviargli i loro ritratti con la promessa che, nel suo museo, sarebbero stati immortalati per i posteri. La presente opera fu pubblicata per la prima volta a Parigi nel 1549, Vita XII Vicecomitum Mediolani Principum, anche se questa del Domenichi è la prima traduzione italiana, nota per i ritratti incisi con eccezionale finezza da Bianchi. Rif. Bibl.: Brunet III, 584; Milano nei suoi libri, Hoepli.IMG_4645_clipped_rev_1

1.450 euro

32. ECONOMIA COMMERCIO LIBERALISMO

 IMG_4614_clipped_rev_1IMG_4613_clipped_rev_1Verri Pietro,

Meditzioni sulla economia politica. Prima edizione Napoletana.

Napoli, Nella Stamperia di Giovanni Gravier, 1771

In 8° (19,5×12,5 cm); (8), 212 pp. Legatura editoriale in cartoncino molle (un piccolo difetto con perdita di carta al margine esterno, qualche difetto al dorso. Qualche piccolissima ed ininfluente macchiolina di foxing tipica a tutti gli esemplari, causati dalla qualità della carta napoletana utilizzata. Esemplare ancora in barbe ed in buone-ottime condizioni di conservazione. Una delle edizioni considerate seconde edizioni, stampate tutte nello stesso anno 1771, dopo la prima livornese dello stesso anno. Questa edizione vede, non presente nell’edizione originale, la lunga dedica ad Antonio Spinelli. E’ quello qui presentato il più importante lavoro dedicato all’economia del grande filosofo, economista, storico e scrittore milanese, il conte Pietro Verri (Milano, 12 dicembre 1728 – Milano, 28 giugno 1797). Il pensiero economico di Verri è considerato per certi versi, precursore di Adam Smith, del marginalismo e persino di John Maynard Keynes Partendo dalla descrizione dei meccanismi che regolano i principi della domanda e dell’offerta, Verri arriva a descrivere la moneta come “merce IMG_4612_clipped_rev_1universale” di scambio. Di teorie liberiste, arrivò a sostenere che l’equilibrio nella bilancia dei pagamenti di un paese è assicurato da aggiustamenti del prodotto interno lordo (quantità) e non del tasso di cambio. Pur sostenitore del liberalismo non mancò però di suggerire meccanismi di difesa della proprietà privata e dal mercantilismo, convinto che solo una sana concorrenza tra eguali, possa distribuire in modo omogeneo sulla popolazione la proprietà privata arrivando a criticare gli accorpamenti di troppe ingenti quantità di beni nelle mani di pochi. In New Palgrave, volume iv, p. 807 possiamo leggere “Verri’s Meditazioni (Meditations on Political Economy) is a complete treatise on political economy, reminiscent of Turgot’s work (1766) with its tight, logical framework and division into fairly short sections. The work was highly appreciated when it appeared and could be found, for example, in the library of Adam Smith. His work, though now largely ignored, may therefore have exerted greater influence than is generally believed”. Non comune seconda edizione. Rif. Bibl.: Di Pietro Verri, cfr. G. Melzi, Dizionario di opere anonime e pseudonime, v. 2, p. 175; Kress, Italian Economic Literature, i, 406; Kress 6828; Goldsmiths 10722 (edition without place or publisher); Higgs 5167; Mattioli 3734-36, all different editions, not this one;  Carpenter, Economic Bestsellers before 1850, xxv/2; non in Einaudi (listing three other editions from 1771)

680 euro

33. SCIENZE NATURALI PRIME EDIZIONI BOTANICA MEDICINA GASTROENTEROLOGIA CHIRURGIA SANDIANO REGGIO – EMILIA FISIOLOGIA

IMG_4454_clipped_rev_1SIMG_4452_clipped_rev_1 (1)pallanzani Lazzaro Abbè, Senebier Jean,

Expériences sur la Digestion de l’Homme et de différentes espèces d’animaux, par l’Abbé Spallanzani, avec des considérations sur sa méthode de faire des expériences, & les conséquences pratiques qu’on peut tirer en Médecine de ses découvertes, par Jean Sénebier. Unito a: Observations importantes sur l’usage du Suc Gastrique dans la Chirurgie, rassemblées par Jean Sénebier, avec quelques additions de M. l’Abbé Spallanzani à ses expériences sur la digestion.

A Genève, chez Barthelemi Chirol, Libraire, 1783, 1785

In 8°; (2), CXLIX, (2 b.), 320 pp. e (2), 54 pp. Elegante legatura coeva in mezza-pelle maculata con titolo su fascetta di pelle rossa e filetti in oro al dorso. Piatti foderati con bella carta marmorizzata coeva. Tagli rossi. Prima edizione francese tradotta da Jean Senebier (che curò anche la lunga introduzione), della prima opera e prima edizione in assoluto della seconda. Esemplare in ottime condizioni di conservazione. La prima opera è la prima edizione francese (si distingue dalla seconda edita nello stesso anno dal numero di pagine) di questo importante studio del celebre trattato del grande gesuita, biologo e naturalista originario di Scandiano (Reggio-Emilia) Lazzaro Spallanzani (Scandiano, 12 gennaio 1729 – Pavia, 11 febbraio 1799), considerato il “padre scientifico” della fecondazione artificiale e che è ricordato soprattutto per aver confutato la teoria della generazione spontanea con un esperimento che verrà successivamente ripreso e perfezionato da Louis Pasteur. Le sue ricerche di fisologia gastroenterologica furono fondamentali nel dimostrare come il processo digestivo non consista, solo, nella semplice triturazione meccanica del cibo, ma anche in un processo di azione chimica a livello gastrico, necessario per permettere l’assorbimento dei nutrienti.   Prandi p. 81: “Traduzione delle esperienze sulla digestione (primo volume delle ‘Dissertazioni di fisica animale e vegetabile’, Modena, 1780).” GM981 (Italian ed.): “Spallanzani confirmed earlier doctrines of the solvent property of the gastric juice and discovered the action of the saliva in digestion. He stated that gastric juice can act outside the body and can prevent or inhibit putrefaction.”. First issued in Italian inIMG_4453_clipped_rev_1 (1) 1780, of Spallanzani’s (1729-1799) work on digestion; the first French edition was issued in Geneva in 1783. It was later translated into English (London, 1784, 1789). “Spallanzani confirmed earlier doctrines of the solvent property of the gastric juice and discovered the action of the saliva in digestion. He stated that gastric juice can act outside the body and can prevent or inhibit putrefaction. He obtains gastric juice by tying a sponge on a piece of string, then allowing it to be swallowed.” – Garrison and Morton. La seconda opera (che si trova a volte rilegata con la prima per contiguità di argomento e perché di questa è, in qualche modo, una continuazione) è la prima edizione, non comune, di uno studio del il noto scrittore e botanico svizzero Jean Senebier (Ginevra, 6 maggio 1742 – Ginevra, 22 luglio 1809) che in questo lavoro riassume e completa la conoscenza dei meccanismi della digestione. L’opera si avvalse anche del contributo dello stesso Spallanzani. Senebier, botanico di fama mondiale, è conosciuto per essere stato uno dei primi a studiare ed interpretare i processi chimici della fotosintesi clorofilliana. Estremamente interessato all’opera di Spallanzani ne capì e seguì le intuizioni in campo chimico, applicandole e a volte estendendole. Nell’opera qui presentata analizza l’importanza della conoscenza dei meccanismi del succo gastrico in ambito chirurgico. Due prime edizioni in ottime condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: per la prima opera ICCU IT\ICCU\PUVE\012056; per la seconda opera ICCU IT\ICCU\PUVE\012071.

340 euro

34. FILOSOFIA CARTESIANA OCCASIONALISMO CARTESIO DESCARTESE LA FORGE

 image00012_clipped_rev_1 image00013_clipped_rev_1image00011_clipped_rev_1Louis de la Forge,

Traitté de L’Esprit de L’ Homme, de ses facultez & Fonctions, & de son union avec le Corps, suivant les principes de Rene Descartes

Amsterdam, Abraham Wolfgang, s. data (ma 1670 circa).

In 16° (13,5×7,5 cm); (64), 462, (2) pp. Legatura coeva in piena pergamena rigida con titolo manoscritto al dorso da mano coeva. Tagli marmorizzati. Tre quaderni uniformemente bruniti a causa della carta olandese utilizzata e nel complesso, esemplare in ottime condizioni di conservazione. Marca tipografica al frontespizio con animale che guarda nella cavità di un albero e motto Quaerendo. Seconda edizione dopo la prima del 1666, di questo celeberrimo trattato del noto filosofo francese, Louis de La Forge (La Flèche, 1632 – Saumur, 1666). Grande amico di Cartesio, La Forge fu un medico e filosofo francese, fra i massimi esponenti del movimento filosofico dell’occasionalismo, secondo la quale tutti gli atti dell’uomo, sia pratici che teorici, non sono che occasioni per l’intervento di Dio e che ispirata dal lavoro di Cartesio, vide fra i suoi più conosciuti rappresentanti, Arnold Geulincx e Nicholas Malebranche. L’opera image00010_clipped_rev_1qui presentata è la sua più famosa e contribuì in modo notevole alla propagazione delle teorie cartesiane e anche, in parte all’elaborazione della dottrina cartesiana, per le numerose discussioni filosofiche intercorse tra Cartesio e La Forge. In quest’opera, l’autore spiega la relazione dell’anima col corpo come opera della volontà divina e allo stesso modo, l’interazione tra i due sulla scorta della filosofia dell’amico Cartesio, esplicando anche il debito dell’amico verso il pensiero di Sant’Agostino ed i filosofi platonici. La Forge combatte strenuamente il materialismo e il dinamismo, dimostrando come Dio sia l’unica forza trainante e la causa universale di tutti i movimenti dell’universo. Non comune ed in ottime condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: G. Rodis-Lewis, ‘L’ame et le corps chez Descartes et ses successeurs’, ‘Etudes philosophiques’, 1996, 4.; Brunet, III, 764; Graesse, IV, 77; Willems, 1834.

500 euro

35. CINA VIAGGI STORIA STORIA LOCALE USI COSTUMI MISSIONARI RITI RELIGIOSI PRIME EDIZIONI

  IMG_4610_clipped_rev_1Lionne Artus de,

Lettre de Mr. l’abbé de Lionne: eveque nommé de Rosalie, vicaire apostolique de la province de Suchuen dans la Chine à Monsieur Charmot, directeur du Séminaire des Missions Etrangères de Paris, à Canton, à present procureur général en cour de Rome des missions des eveques françois dans les Indes. Unito a: Lettre de messieurs des Missions etrangeres au Pape, sur les idolatrie set les superstitions chinoises.

S.luogo, S. data, 1700.

In 8° (17,3×11,4 cm); 257, (3 b.) pp. e 178 pp. Legatura coeva in pieno cartoncino molle. Qualche pagina leggermente ed uniformemente brunite a causa della qualità della carta utilizzata. Due piccoli tunnel di tarlo al margine esterno bianco della seconda opera che però non toccano mai il testo e non sono mai fastidiosi. Esemplare in barbe ed in buone condizioni di conservazione. Due prime edizioni di queste, non comuni, opere dedicate alla Cina. La prima opera è la prima edizione di quest’opera scritta sotto forma di lettera a Charmot, direttore del seminario del ministero degli Esteri e rappresenta la risposta al libro sulle cerimonie cinesi del padre Le Tellier. In essa si descrivono usi e costumi cinesiIMG_4609_clipped_rev_1 dell’epoca rappresentando, così, un documento interessante sullo stato delle missioni in Cina e sulla situazione politica dei vari ordini religiosi europei presenti nel territorio cinese. La seconda opera, sempre in prima edizione (una seconda edizione venne stampata l’anno dopo in Olanda), è un’interessante testimonianza sui riti religiosi cinesi e sulle differenze e contrasti fra le varie dottrine filosofico-religiose presenti in Cina, comprese quelle diffuse dai missionari occidentali. Infatti, durante le loro missioni, i gesuiti spesso praticano con successo il principio della “sistemazione”, adattando la presentazione del cristianesimo alla cultura IMG_4611_clipped_rev_1indigena. L’accettazione e rielaborazione dei riti locali favorì, però, la nascita di forme di paganesimo, tanto che Papa Clemente XI proibì queste pratiche a partire dal 1704 e condannandole, apertamente, il 19 marzo 1715 con l’enciclica “Ex Illa Die” con la quale proibì i riti tradizionali cinesi causando , fra altro, l’intervento dell’Imperatore cinse. Questa disputa, segnò l’inizio delle espulsioni e persecuzioni dei cristiani nel territorio cinese. L’opera qui presentata, così, diviene una centrale testimonianza, dell’ultimo periodo durante i quali, i missionari potevano ancora aggirarsi liberamente nel territorio cinese. Rara fonte storica dedicata alla Cina. Rif. Bibl.: Cordier, Bibliotheca Sinica I I.885 (diversi lavori).

400 euro

36. STORIA LOCALE RIETI CANTALICIO MILITARIA PAVIA BIOGRAFIE STORIA ITALIAN REGNO DI NAPOLI

IMG_4574_clipped_rev_1Cantalicio Giovanni Battista,

Le historie di monsig. Gio. Battista Cantalicio, vescouo d’Atri, et di Ciuita di Penna; delle guerre fatte in Italia da Consaluo Ferrando di Aylar, di Cordoua, detto il gran capitano, tradotte in lingua toscana dal signor Sertorio Quattromani, detto l’Incognito Academico cosentino. A richiesta del sig. Gio. Maria Bernaudo.

In Napoli, Appresso Gio. Giacomo Carlino, 1607

In 4° (20,3×14,4 cm); (12), 126, (26) pp. Legatura coeva in piena pergamena molle con titolo manoscritto da abile mano seicentesca al dorso. Qualche mancanza al dorso. Legatura lenta. Un piccolo tunnel di tarlo nel margine interno bianco delle prime 18 carte che non tocca mai il testo. Grande stemma di “Casa di Cordova del Duca di Sessa sono quattro fasce vermiglie, poste in campo di oro”. Seconda edizione di questo importante scritto del noto umanista e vescovo cattolico, Giovanni Battista Valentini, più noto come Cantalicio (Cantalice, 1450 circa – Roma, 1515). Giovanni Battista Valentini, più noto come Cantalicio (Cantalice in provincia di Rieti, 1450 circa – Roma, 1515), è stato un vescovo cattolico e umanista italiano. Discepolo del cardinale Papiense a Pavia fu insegnante di grammatica, poetica, retorica e storia italiana in diversi IMG_4573_clipped_rev_1atenei toscani prima e italiani come Rieti, Foligno, Spoleto, Perugia e Viterbo. Nel 1472, mentre vive a San Gemignano, dedica un celebre poemetto sul sacco di Volterra a Lorenzo de’ Medici che apprezzandolo, chiama Cantalicio a Firenze dove incontra l’amico Poliziano. Grande conoscitore dei classici latini e greci, a lui si devono diversi componimenti poetici e carmi dedicati ai personaggi potenti che incontrò durante la sua vita. Le sue “Historie” sono considerate un’importante fonte storica sulla storia del sud Italia nella second metà del cinquecento, attraverso le gesta di Gonzalo Fernández de Córdoba (Montilla, 1º settembre 1453 – Granada, 2 dicembre 1515), generale spagnolo, noto come Consalvo Ernandes di Cordova, Gran Capitano del Regno di Napoli finché fu viceré di Ferdinando il Cattolico nella stessa città dal 1504 al 1506 e poi, duca di Terranova e di Sessa. Il cavaliere  “Si distinse nella guerra per la conquista della città musulmana di Granada che durò dal 1481 al 1489 e successivamente fu inviato da Isabella in Italia dal re consorte per combattere i francesi e le loro mire espansionistiche sul Regno di Napoli”. Opera non comune. Rif. Bibl.: IT\ICCU\SBLE\010316.

700 euro

37. EBRAISMO VENEZIA GHETTO VENEZIANO CULTURA EBRAICA RABBINI LINGUA EBRAICA RARITA’

  image00087_clipped_rev_1Rabbi Leon Modena,

Historia de Riti Hebraici, Vita, et osservanza de gl’Hebrei di questi tempi di Leon Modena Rabì Hebreo da Venetia. Nuovamente Ristampata, et con diligenza ricorretta.

In Venetia, Appresso il Miloco, 1673

In 12°; (6), 123, (3) pp. Legatura coeva in piena pergamena rigida con titolo chiosato da mano coeva ad un tassello del dorso, in parte sbiadita. Tre piccoli tunnel di tarlo alla legatura, ininfluenti. Dorso a 4 nervi. Quattro carte con leggerissima rifilatura nel margine alto che sfiora alcuni numeri della pagina. Nel complesso esemplare in ottime condizioni di conservazione. Bella marca tipografica di Milocco al frontespizio.  Testatine e finalini xilografici. Quarta rarissima edizione, raracome tutte le edizioni seicentesche dell’opera, di una delle più importanti fonti sull’ebraismo veneziano e non, del seicento, scritta dal celebre rabbino veneziano, Leon Modena, detto anche Leone da Modena, in ebraico: יהודה אריה ממודנה‎ Yehudah Aryeh mi-Modena (Venezia, 23 aprile 1571 – Venezia, 21 marzo 1648). Appartenente ad un’importante famiglia ebrea di origini francesi ricca di beni materiali ma anche culturali, il nonno Mordecai fu un insigne medico che ricevette anche il Toson d’Oro da Carlo V, Leon nacque a Venezia dove i genitori si erano spostati dopo che avevano lasciato Ferrara (avendo fatto tappa anche Montagnana), dove risiedevano, dopo il violento terremoto che colpì questa città nel 1570. Fin da bambino, Leon dimostrò grandi doti di studio che lo portarono a raggiungere la carica di Rabbino fin dalla giovane età. A dimostrazione delle sue doti precoci a due anni e mezzo era in grado di leggere un brano profetico nella sinagoga e, all’età di tre anni, di tradurre in italiano passi della Torah. Autore prolifico, ebbe una vita difficile e tribolata e fu personaggio dalle molteplici attività fra le quali quelle di predicatore, pedagogo, insegnante a ebrei e cristiani, lettore di preghiere, interprete, scrittore, correttore di bozze, traduttore (Orlando furioso), libraio, mediatore, commerciante, rabbino, musicista, sensale di matrimoni, alchimista (seguendo il lavoro del sacerdote Giuseppe Grillo) e produttore di amuleti. Sul finire del cinquecento, iniziò a predicare nella Scuola grande tedesca veneziana, la più importante sinagoga ashkenazita del Ghetto Nuovo, e nell’accademia talmudica di Kalonimos Belgrado, uno dei maggiorenti della locale Comunità ashkenazita. Raggiunse una certa fama a Venezia anche se la sua critica ad alcune sette emergenti dell’ebraismo ed all’approccio mistico, gli portarono non pochi nemici che poterono attaccarlo per la sua dipendenza dal gioco d’azzardo (a lui si deve anche un noto libello contro il gioco d’azzardo “Sur me-ra‘” appunto Tienti lontano dal male, pubblicato a Venezia, da de Gara nel 1595) e per il suo carattere scostante. A lui si deve anche la prima autobiografia scritta in ebraico dal titolo di Ḥayye Yehudah ed un importante dizionario, il Novo Dittionario Hebraico et Italiano (Venezia 1612), un’esposizione in italiano, con regole di grammatica, di espressioni ebraiche della Bibbia e il Lev ha-Aryeh (Il cuore del Leone; Venezia 1612), un testo di mnemotecnica. Alla pubblicazione della sua opera più nota, appunto quella qui presentata, Modena si trovò a fronteggiare una situazione molto delicata. “Come il M. narra nella Vita, l’opera era stata composta verso il 1616-17 su richiestaimage00088_clipped_rev_1 dell’ambasciatore inglese a Venezia, sir Henry Wotton (1568-1639), che voleva farne omaggio al re Giacomo I. Nell’intenzione del M., il testo, destinato a rimanere manoscritto, era rivolto a «persone che non sono della setta del papa»  (p. 103), residenti in un Paese, l’Inghilterra, dove non esisteva il tribunale dell’Inquisizione. Lungi da intenti apologetici, come evidenzia nel proemio, il M. si prefiggeva di far conoscere al pubblico cristiano i riti e la precettistica ebraica: «nello scriver, in verità, mi sono scordato d’esser hebreo, figurandomi semplice e neutrale relatore […] perché ho inteso di referire e non di persuadere» (Historia de’ riti hebraici, Proemio). Tuttavia, vent’anni più tardi, il M. ammise un certo intendimento polemico seppure non nei riguardi del cattolici, bensì dei protestanti, quale risposta alla Synagoga Judaica di Johannes Buxtorf (1564-1629), edita a Basilea in tedesco nel 1603 e in latino nel 1604, che avallava la posizione negativa di Lutero nei riguardi degli ebrei. L’Historia fu data alle stampe a Parigi, nel 1637, a opera dell’orientalista Jacques Gaffarel (1601-81) venuto nel 1633 in Italia su richiesta del cardinale Richelieu. Non risulta se Gaffarel abbia conosciuto il M., questi comunque gli fece pervenire una copia manoscritta del testo che, il 12 genn. 1637, vide la luce a Parigi senza il nome dell’editore e con una dedica a Claude Mallier, ambasciatore di Francia a Venezia. La pubblicazione allarmò il Modena. L’edizione, seppure da lui autorizzata, era avvenuta a sua insaputa ed egli non aveva avuto la possibilità di intervenire su quelle parti «che, una volta stampate, non sarebbero state gradite all’Inquisizione che si trova in Italia» (Vita, p. 103). Ad ogni buon conto, il 28 aprile, per evitare sanzioni da parte dell’Inquisizione, il M. sottopose una copia manoscritta al S. Uffizio per ottenerne l’approvazione in vista di un’eventuale edizione veneziana. Il 14 maggio il domenicano Marco Ferro riferiva al tribunale che andavano soppressi i capitoli decimo e undecimo in quanto contenenti proposizioni contrarie alla religione cristiana (la negazione dell’incarnazione divina e la credenza nella metempsicosi). I giudici, tuttavia, il 18 maggio, vietarono la pubblicazione dell’Historia, ingiungendo al M. di segnalare eventuali altre opere di analogo contenuto edite nella terre della Serenissima. Trascorso un anno, l’opera, cui erano stati espunti i passi incriminati, venne comunque pubblicata per i tipi di Giovanni Calleoni (Venezia 1638) e venduta con successo dai librai cristiani tanto che, scriveva il M., «fino a ora, per circa sei mesi, non se ne sono sentiti se non elogi» (ibid., p. 104). Anche questo volume fu dedicato all’ambasciatore Claude Mallier che ricompensò l’autore con un dono di trentaquattro ducati, con i quali il M. coprì «le spese di stampa» (ibid.).” da Enciclopedia Treccani. L’Historia, dopo la prima edizione parigina, venne stampata l’anno seguente a Venezia. L’opera uscì poi in lingua inglese. Non seguirono altre edizioni in italiano, fino al 1669 quando uscì una nuova edizioni a Venezia per i torchi di “Li Prodotti”, stampata in image00086_clipped_rev_1pochissime copie. Seguì poi questa edizione di Miloco e nel seicento ancora un’edizione nel 1683 ed una nel 1693. Tutte le edizioni però furono stampate in poche copie tanto che le edizioni seicentesche son tutte rarissime. La memoria dell’opera non si perse però e quando all’inizio del settecento uscì una nuova edizione, la sua fama crebbe a tal punto che il volume venne, poi, ristampato diverse volte nel corso del settecento e dell’ottocento divenendo una dei testi basi per la conoscenza non solo dei riti ebraici negli ambienti non ebrei ma anche per far luce sulla situazione delle comunità ebraiche del primo seicento. “A famous source for this period, the Historia de’ Riti Hebraici by the Venetian Rabbi Leone da Modena (1571 – 1648), printed in Paris in 1637 and again in Venice in 1678, and reprinted therafter several times, relates that Ashkenazi Jews in Italy spoke what he called Thedesco and adds: Pochi sono gl’Heberi hoggidì che sappiano parlare un ragionamento intero Hebraico […]; e sono allevati alle lingue del paese dove sono nati, se in Italia in Italiano, se in Alemagna in Thedesco, se in Levante, ò Barberia Thurchesco, ò Moresco,e simili. Anzi  talmente si hanno appropriato quelle lingue straniere, che molti, che d’Alemagna in Polonia, Ongaria, e Russia, sono andati, s’hanno fatto, & à tutti i loro discendenti materna la lingua Thedesca.” da Bovo d’Antona by Eyle Bokher “A Yddish Romance” pag. X, 2016. Quarta edizione italiana, rarissima, in ottime condizioni di conservazione ed in legatura coeva.

38. NUMISMATICA PRIME EDIZIONI STORIA LOCALE BIBLIOFILIA GARDA FRIULI MONETE STORIA ROMANA STORIA LOCALE

IMG_4443_clipped_rev_1Liruti Gian Giuseppe,

Della moneta propria, e forestiera ch’ebbe corso nel Ducato del Friuli dalla decadenza dell’impero romano sino al secolo XV. Dissertazione nella quale si da un saggio della Primitiva Moneta Veneziana.

In Venezia, Appresso Giambattista Pasquali, In Venezia, 1749

In 4° (23,5×18,3 cm); (10), 216 pp. e 10 c. di tav. Legatura coeva in piena pergamena con dorso a 4 nervi. Tagli spruzzati. Esemplare in splendide condizioni di conservazione. Antica nota di possesso privato al frontespizio che identifica l’esemplare come appartenuto alla collezione privata del celebre uomo politico, Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro e numismatico gardesano, Alessandro Carlotti (Garda, 11 marzo 1809 – Verona, 3 novembre 1867) che fu il primo sindaco di Verona dopo l’unificazione italiana. Carlotti, numismatico di ottimo livello, raccolse una discreta collezione di monete e bibliografie sull’argomento che venne poi dispersa, insieme alla sua biblioteca, alla sua morte. Fu poi un discendente di Alessando, Felice, anche lui appassionato bibliofilo che all’inizio del novecento ricreò nuovamente una biblioteca di famiglia. Prima rara edizione di questo importante studio dedicato alla numismatica friulana, scritto da celebre storico, bibliografo e numismatico friulano, Gian Giuseppe Liruti (Villafredda, castello posto nelle vicinanze di Tarcento 1689 – ). Liruti, appartenente ad una nobile famiglia della nobiltà friulana, ma di origini mantovane, studiò grammatica presso i gesuiti a Venezia prima e poi, per quattro anni, retorica e filosofia sotto padre Pier Catterino, fratello di Apostolo Zeno, nel collegio di S. Cipriano dei Somaschi di Murano. In seguito si spostò a Padova dove seguì il corso di Diritto e si laureò nel 1708. In realtà, Liruti non ebbe mai molta passione per la pratica forense che ben presto abbandonò per dedicarsi allo IMG_4442_clipped_rev_1studio delle scienze fisiche (fra le quali anche l’ingegneria areostatica), a quello della storia romana e alla storia del territorio friulano con attenzione alle ricerche archeologiche, alla paleografia ed appassionandosi in particolar modo, alla numismatica, ambito nel quale arrivò ad avere notevoli conoscenze. Libero da pressioni economiche grazie alle sue origini, la sua fama di grande ed attento studioso, crebbe nel tempo, tanto da divenire punto di riferimento culturale per gli intellettuali friulani e non (ad esempio fu amico anche di Ludovico Antonio Muratori e sembra, anche di Giambattista Vico). Basti ricordare che Giusto Fontanini, notissimo bibliofilo, vescovo, storico e letterato volle conoscerlo di persona e si recò espressamente da lui per tale scopo. Fra i due nacque poi un’amicizia che durò per tutta la loro vita. Dal 1731, Gian Giuseppe fu uno dei 50 più importanti intellettuali friulani, chiamati dal  patriarca di Udine, Dionisio Dolfin, per fondare la celeberrima Accademia di Scienze. L’opera qui presentata, venne composta da Liruti, negli anni 30’ del settecento ma a causa delle continue correzioni apportate dall’autore, sempre in cerca di nuove notizie e mai soddisfatto pienamente della completezza dei propri lavori, non fu edita prima del 1749. In realtà sembra che l’opera fosse già pronta prima del 1747 ma sembra, per uno sgarbo fattogli IMG_4444_clipped_rev_1dal padre Bernardo Maria de Rubeis, al quale Liruti aveva dato grande aiuto nella compilazione dell’opera “De nummis patriarcharum Aquileiensium dissertatio” fornendogli molto materiale (prova ne è la fitta corrispondenza intercorsa fra i due) l’opera non venne edita prima del 1749. Da quello che riportano diversi storici, infatti, De Rubeis fece pressioni sull’editore Pasquali per far pubblicare la sua opera prima di quella del Liruti. In realtà, Gian Giuseppe riteneva l’opera di De Rubeis funzionale alla sua ma non in contrapposizione e anche priva di una buona parte delle monete stampate nel territorio. Infatti l’opera di De Rubeis, come scrisse lo stesso Liruti a suo nipote Innocenzo Maria, descriveva il conio di sole tre abbazie benedettine friulane, mentre quelle che batterono monete furono sette. Nell’introduzione l’autore specificò di voler seguire, nella compilazione dell’opera, la strada di correttezza e precisione storica che Muratori aveva, per primo, tracciata. L’opera ebbe subito un grande successo e venne enormemente apprezzata dai numismatici, tanto che Filippo Argelati inserì l’opera, in toto, nel suo “De monetis Italiae variorum illustrium virorum dissertationes” uscito nel 1750. Oggi l’opera è considerata un classico della numismatica friulana. Prima edizione rara ed ancor più rara a reperirsi in queste ottime condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: Graesse IV, 220.IMG_4445_clipped_rev_1

480 euro

39. ATEISMO DE RERUM NATURA CLASSICI GRECI UMANESIMO LUCRETIUS EPICUREISMO EVOLUZIONISMO SUPERSTIZIONI

  IMG_4649_clipped_rev_1Lucrezio,

T. Lucretius Carus Titus, Lucretii Cari De rerum natura, libri 6. A Dion. Lambino Monstroliensi, litterarum Graecarum in vrbe Lutetia doctore regio, olim locis innumerabilibus ex auctoritate quinque codicum manu scriptorum emendati, ac fere redintegrati, & praeterea breuibus, ac perquam vtilibus commentariis illustrati: nunc ab eodem recogniti, & longe meliores facti, planeque iam in suam pristinam integritatem restituti: cum iisdem commentariis, plus quarta parte auctis. Accesserunt haec praeterea, Vita Lucretij, eodem Lambino auctore Praeter eum indice, qui in omnibus aliis libris ante impressis ponisolitus est, omnium rerum, quae à Lucretio singulis libris tractantur, ac dispuntantur, capita continens, indices alij duo, Unus, Rerum, quae sunt in contextu Lucretij, et vocum, elocutionumque feré omnium Lucretianarum: Alter, earum, qua sunt in commentariis Lambini.

Lutetiae (Parigi), apud Ioannem Benenatum, 1570

In 4° (23,4×15,8 cm); (44), 627, (137), (1 b.) pp. Legatura seicentesca in piena pergamena con titolo e fregi manoscritti da abile mano coeva ai tasselli. Antica fascetta di rinforzo al margine esterno del recto dell’ultima carta, ininfluente. Due forellini ai margini superiore ed inferiore del frontespizio. Esemplare con pagine lievissimamente brunite a causa della carta utilizzata per la stampa. Antiche note di possesso privato al frontespizio. Nel complesso esemplare in buone condizioni di conservazione. Marca tipografica al frontespizio. Non comune seconda edizione parigina, ricercata perché emendata ed aumentata, stampata da Jean Bienné, del “De Rerum Natura” di Tito Lucrezio Caro con il commento del celebre filologo ed umanista francese,  Denis Lambin (Montreuil-sur-Mer, 1516 – Parigi, 1572). Lambin, filologo di grande fama, servì a lungo il Cardinale De Taurnon. Con questi scese in Italia per due lunghi viaggi intorno alla metà del IMG_4650_clipped_rev_1cinquecento incontrando e stringendo amicizia con vari personalità letterarie che gravitavano nell’orbita veneziana come il cremonese Gabriele Faerno, Marc-Antoine Muret e Guglielmo Sirleto. Durante uno di questi soggiorni veneziani si dedicò alla traduzione dal greco al latino dell’Etica Nicomachea di Aristotele. Gli iniziali rapporti di amicizia con Muret si ruppero ben presto a causa delle accuse di plagio che Lambin rivolse al vecchio amico. Sembra che Muret avesse utilizzato nelle sue  “Variarum lectionum libri octo”  alcune note ed il commento dello stesso Lambin, alle satire e alle epistole di Orazio che poi lo stesso avrebbe utilizzato, per l’edizione che venne pubblicata a Lione nel 1561, edizione che sarebbe poi diventata una delle fondamentali delle opere di Orazio. Lambin fu poi nominato professore di eloquenza, ossia di lingua e letteratura latina, al Collegio reale e l’anno seguente, nel 1562, ottenne la cattedra di lingua greca. Il “De rerum natura” è l’opera più celebre del grande poeta e filosofo romano, seguace dell’epicureismo, Tito Lucrezio Caro (in latino: Titus Lucretius Carus; Pompei o Ercolano, 94 a.C. – Roma, 15 ottobre 50 a.C. o 55 a.C.). Considerato la “bibbia” degli atei, il “De rerum natura” è un’opera complessa che tratta diverisi temi e che nel tempo, è diventata uno dei capisaldi del pensiero occidentale, facendo da riferimento per illuministi come Diderot, d’Holbach e La Mettrie e per poeti come Foscolo e Leopardi, ad esempio, arrivando ad anticipare temi cari all’esistenzialismo moderno. “È un IMG_4648_clipped_rev_1poema didascalico in esametri, di genere scientifico-filosofico, suddiviso in sei libri (raccolti in diadi) che illustrano fenomeni di dimensioni progressivamente più ampie: dagli atomi (I-II) si passa al mondo umano (III-IV) per arrivare ai fenomeni cosmici (V-VI). … Secondo Lucrezio, che riprende in maniera radicale la tesi già di Epicuro, la religione è la causa dei mali dell’uomo e della sua ignoranza. Egli ritiene che la religione offuschi la ragione impedendo all’uomo di realizzarsi degnamente e, soprattutto, di poter accedere alla felicità. Il poema ha come argomenti principali la lacerante antinomia fra ratio e religio, l’epicureismo e il progresso. La ratio è vista da Lucrezio come quella chiarità folgorante della verità «che squarcia le tenebre dell’oscurità», è il discorso razionale sulla natura del mondo e dell’uomo, quindi la dottrina epicurea, mentre la religio è ottundimento gnoseologico e cieca ignoranza, che lo stesso Lucrezio denomina spesso con il termine “superstitio”. Indica l’insieme di credenze e dunque di comportamenti umani “superstiziosi” nei confronti degli dèi e della loro potenza. Poiché la religio non si basa sulla ratio essa è falsa e pericolosa.”. Ma il “De rerum natura” non è solo una critica alla “superstitio” ma anche e soprattutto uno studio approfondito dell’uomo, delle sue capacità tecniche e della sua inventiva, un’indagine sulla natura e sull’evoluzione delle specie animali e sul senso della vita. Edizione rara. Rif. Bibl.: ICCU IT\ICCU\PUVE\007199IMG_4651_clipped_rev_1

700 euro

40. ASTRONOMIA ASTROLOGIA MATEMATICA ASTROLOGIA DE SPHERA SACROBOSCO RARITA’ BIBLIOGRAFICHE

IMG_4638_clipped_rev_1  IMG_4639_clipped_rev_1Clavius Christophorus,

Christophori Clavii Bambergensis ex Societate Iesu, In Sphaeram Ioannis de Sacro Bosco. Commentarius. Nunc quinto ab ipso Auctore hoc anno 1606. Recognitus, & pleriq. in locis locupletatus. Accessit Geomatrica, atque Uberrima de Crepusculis Tractatio.

Romae, Sumptibus Io. Pauli Gelli ad Signum Navis, Apud Aloisium Zannettu, 1606

In 4° (22×16 cm); (8), 669 (i. e. 639), (41) pp. Legatura coeva in piena pergamena molle, difetti e piccola mancanza al dorso ed al piatto anteriore. Piccolo strappetto al margine alto del frontespizio, senza perdita di carta, restaurato con pecetta al recto. Una leggerissima e piccola gora al margine esterno alto delle prime 20 carte, ininfluente. Due piccoli lavori di tarlo nei margini alto ed esterno delle ultime due carte, anticamente, integrati con piccole pecette, del tutto ininfluenti e per il resto esemplare genuino ed in buone condizioni di conservazione. Una delle più rare edizioni di una delle più importanti opere di astronomia del cinquecento che venne ristampata ancora tre volte nel seicento. L’edizione contiene gli aggiornamenti al 1606, qui presenti per la prima volta, di mano dello stesso Clavius. Christophorus Clavius, meglio noto in Italia come Cristoforo Clavio (Bamberga, 25 marzo 1538 – Roma, 12 febbraio 1612) fu un celebre matematico ed astronomo tedesco, appartenete all’ordine dei gesuiti. Come astronomo, l’autore,IMG_4642_clipped_rev_1 segue le teorie geocentriche di Tolomeo contrapponendosi a Copernico ed alla teoria eliocentrica anche se non mancò di individuare le evidenti incongruenze del modello tolemaico. A lui si deve anche la riforma del calendario giuliano, adottata da Papa Gregorio XII che fece sì che il 4 ottobre 1582 divenne il 15 ottobre di quell’anno. All’inizio del seicento è uno degli astronomi più celebri, tanto che lo stesso Galileo gli fa visita nel 1611 per discutere con lui le sue recenti osservazioni fatte con il telescopio, strumento che lo stesso Clavius si fece costruire. Ma l’amicizia fra i due è in realtà già viva da alcuni anni. Ad esempio, quando Galileo pubblicò il suo Siderius nuncius nel 1610, Clavius ​​fu uno dei suoi principali difensori. Considerato il principale matematico ed astronomo gesuita del suo tempo, a lui si deve il più importante commento al più celebre trattato astronomico del grande matematico, astronomo ed astrologo inglese Giovanni Sacrobosco, detto anche Johannes de Sacrobosco, Sacrobosco, o John of Holywood (1195 circa – Parigi, 1256), il Tractatus de Sphaera, massimo trattato astronomico dal XIII° al XVII° secolo che contribuì in modo decisivo alla propagazione del sistema tolemaico e della sfericità della terra. Sacrobosco, grande sostenitore e conoscitore della matematica araba, ne descrisse le applicazioni al sistema astronomico ed anche all’astrologia. Clavius riprese la passione di Sacrobosco per la matematica e le sue applicazioni pratiche in campo teorico astronomico ed astrologico che insegnò a lungo al Collegio Romano e che espose in alcuni suoi noti scritti, fra i quali, il più noto è la sua versione degli IMG_4641_clipped_rev_1Elementi di Euclide edita nel 1574. Tutte le diverse edizioni del commento di Clavius ad De Sphera, stampati durante la vita dell’astronomo tedesco, riportano aggiornamenti astronomici ed astrologici per mano dello stesso autore, presentando così, ognuna, novità rispetto alle edizioni precedenti. Questa del 1606 è una delle edizioni meno comuni. Rif. Bibl.: Cantamessa, Biblioastrology.com edizione del 1606, Romae, sumptibus Io. P. Gelli apud A. Zanettum, in 4°, ✝4 A-4L4 a-e4, cc. [4], pp. 669 (i.e. 639) [1], cc. [20]. Esemplare dell’Osservatorio astronomico dell’Università di Palermo; Grassi p. 163; ICCU IT\ICCU\RLZE\024652; BN Paris, 29:927, BLC to 1975, 63:505 e 287:86.

41. ASTRONOMIA ASTROLOGIA SIENA STELLE ASTRI ATLANTI ASTRALI

 Senza titolo-7   Senza titolo-8  Senza titolo-5Piccolomini Alessandro,

Della Sfera del Mondo di M. Alessandro Piccolomini Di nuovo da lui ripolita, accresciuta, et fino à sei Libri, di Quattro che erano, ampliata, et quasi per ogni parte rinnovata et riformata.

In Venetia, per Giovanni Varisco e compagni, 1566

In 4° piccolo (21×15 cm); (12), 252, 48, 25-93, (6) pp. Come in tutti gli esemplari dopo le 48 pagine numerate la numerazione ricomncia da pagina 25 e finisce poi con pagina 93. CompletoLegatura coeva in piena pergamena molle. Esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione.  Titolo manoscritto al dorso da mano coeva. Antica firma d’appartenenza privata al frontespizio che presenta ancge un timbro nobiliare ottocentesc o che identifica l’esempalre come appartenuto alla nobile famiglia veronese dei marchesi “De Gianfilippi” che vide il Marchese Paolino Gianfilippi divenire uno dei più importanti bibliofili dell’ottocento e la cui collezione venne poi venduta in tre celeberrime aste tenutasi a Parigi nel 1843. Bella e non comune edizione, notevolmente accresciuta e corretta dallo stesso autore, di questa celeberrima opera del grande letterato, astronomo e arcivescovo senese, Alessandro Piccolomini (Siena, 13 giugno 1508 – Siena, 12 marzo 1578), membro dell’Accademia degli Intronati con il nome di Stordito. Professore di filosofia all’università di Padova dal 1539 al 1543, partecipa anche alle riunioni dell’Accademia degli Infiammati. Nel 1541, in una celebre lettera scritta a Pietro Aretino, espone le sue idee sulla necessità del volgarizzamento della prosa scientifica. Negli anni seguenti, dopo un breve p eriodo di soggiorno nella natia Siena, si trasferisce a Roma al servizio del Cardinale Francisco de Mendoza. Piccolomini fu uomo dai molteplici interessi, spaziando dalla poesia al teatro, dalla letteratura alle traduzioni dei classici come il sesto libro dell’Eneide e il tredicesimo libro delle Metamorfosi di Ovidio ed il commento di Alessandro di Afrodisia ai Meterologica e Meccanica di Aristotele, dal latino o dal greco l’Economico di Senofonte, la Retorica Senza titolo-6e la Poetica di Aristotele, ma interessandosi e distinguendosi per i suoi studi astronomici arrivando nel suo capolavoro “Della Sfera del Mondo” pubblicato per la prima volta nel 1540, anno di pubblicazione dell’altro suo capolavoro “Delle stelle fisse”, molti anni prima di Johann Bayer, a catalogare le stelle in base alla loro luminosità attraverso le lettere dell’alfabeto latino. L’opera ebbe un enorme impatto scientifico, non tanto per i suoi contenuti che erano in parte rielaborazioni di scoperte scientifiche di altri autori ma per la capacità narrativa di Piccolomini che ne fece uno straordinario divulgatore scientifico grazie ad una prosa semplice e precisa. Le bellissime mappe presenti nel testo raffigurano le costellazioni tolemaiche e mostrano le stelle senza le corrispondenti figure mitologiche. In fine un capitolo dedicato allo zodiaco. Da BiblioAstrology, Leandro Cantamessa “La Sfera, suddivisa in quattro libri (sarebbero poi divenuti 6 con l’ edizione del 1579 o forse anche prima), è preceduta da alcuni principi elementari di geometria, diretti a intendere il contenuto dell’opera. Afferma Piccolomini nel Primo Libro che le Sfere Celesti sono 10, come “Vedere hebber […] gli Astrologi” e che le Stelle non si muovono, “ma si muovano al movimento de gli Orbi loro, nei quali dicano che stanno infisse, come noi veggiamo esser saldi i nodi in una tavola di legno, & si come tai nodi per loro stessi non si muovan punto, ma son mossi insieme con la Tavola, mantenendo sempre la medesima distanza l’un da l’altro” (carta 10). Piccolomini scrive poi che il Cielo è sferico, e così la terra, l’acqua, l’aria e il fuoco (cioè tutti e quattro gli Elementi). La Terra sta immobile in mezzo al Mondo, secondo il sistema tolemaico. Nel Secondo Libro tratta degli equinozi, dei solstizi, dei segni zodiacali, dell’orizzonte, dei Tropici e del Circolo Antartico. E’ significativo rilevare che gli astrologi, continuamente evocati, sono in realtà gli astronomi: ma nel XVI secolo non vi era ancora, per tutti, una netta separazione tra le due attività o scienze. Nel Libro Terzo Piccolomini tratta del “nascimento e cadimento de i Segni” e della diversità dei giorni, nonché delle regioni abitabili. Nel Libro Quarto (per un errore alla carta 42 defini to Libro Terzo per la seconda volta), l’Autore tratta delle eclissi del Sole e della Luna e delle relative differenze. Osserva poi che “nessuna stella può in tal modo eclissare, e la ragione è chiarissima, & è che l’ombra della Terra non si distende fino al Cielo stellato”. Piccolomini tratta infine di astrologia in relazione alla divisione dello Zodiaco in 12 Segni: attribuisce tale divisione agli “Astrologi Egittiy per ciò che per la continua serenità, che è in Egitto, molto più commodamente, & ordinatamente poterno osservare, e considerare i movimenti, e l’ordine de i corpi celesti; che Senza titolo-4far non han pouto ne i Greci, ne i Latini, a i quali la maggior parte dell’anno si mostra il Cielo, e di nuvole, e di nebbia coperti”. Le carte successive hanno ad oggetto la costruzione e l’uso di uno strumento di osservazione e misurazione del Cielo. Le ultime carte sono dedicate alla grandezza e quantità (cioè dimensione) dei Pianeti e delle Stelle Fisse rispetto alla Terra. I libri Quinto e Sesto de La Sfera, aggiunti come già ho rilevato in edizioni successive a quella del 1559, trattano rispettivamente di geografia celeste e delle eclissi. La seconda opera (De le Stelle Fisse) contiene se non il primo, uno dei primi atlanti stellari: le stelle sono disegnate in modo molto semplice, ma identificate attraverso lettere, con un sistema, dunque, costituente la base di quelli futuri. E’ riprodotta l’immagine dello strumento già commentato ne La Sfera e vi sono 47 Tavole delle Costellazioni. I segni dello Zodiaco e i Pianeti sono riprodotti e pure figurano le quattro grandezze delle Stelle riprodotte nelle mappe. Le ultime carte hanno ad oggetto il sorgere e il tramontare delle principali Stelle nei dodici Segni dello Zodiaco”. Edizione rara, ancor più rara a reperirisi in queste buone-ottime condizioni di conservazone, accresciuta ed emendeta, di una delle più celebri opere astronomiche del cinquecento. Rif. Bibl.: BiblioAstrology.com, Leandro Cantamessa; Riccardi I.270.10; Warner, Sky Explored, p. 200; R. Suter, “The Scientific Work of Alessandro Piccolomini,” Isis 60 (l969) 210-22; Owen Gingerich, “Piccolomini’s star atlas,” Sky and Telescope 62 (l981). 532-4.

42. CLASSICI POEMI CAVALLERESCHI FIRENZE EPICA CICLO CAROLINGIO ORLANDO ACCADEMIA MEDICEA FIRENZE

 IMG_4635_clipped_rev_1  IMG_4634_clipped_rev_1Pulci Luigi,

Il Morgante di Luigi Pulci nobil’ fiorentino. Nuovamente corretto, e Ristampato con licenzia de Superiori.

Firenze, Bartolomeo Ser martelli, 1574

In 4° (22,5×15,5 cm); (16), 390, (2) pp. Legatura coeva in piena pelle maculata con titolo, autore e ricchi fregi ai tasselli. Piccola abrasione antica a cancellare antica e piccola nota di possesso privato al frontespizio solo in parte ancora leggibile “Di Enea (?) …”. Ritratto del Pulci entro medaglione al frontespizio. A parte qualche leggero foxing e alcune pagine con leggera ed uniforme brunitura dovuto alla qualità della carta utilizzata e comune a tutti gli esemplari, volume in buone-ottime condizioni di conservazione. Testatine, iniziali e finalini riccamente ornati. Non comune edizione stampata a Firenze da Bartolomeo Sermatelli di quello che è considerato il capolavoro della letteratura cavalleresca fiorentina e fra le opere più singolari della letteratura italiana, scritto dal celebre poeta fiorentino, Luigi Pulci (Firenze, 15 agosto 1432 – Padova, 11 novembre 1484). Il “Morgante” è la storia IMG_4633_clipped_rev_1epica e parodistica, in ottave e suddivisa in cantari, del gigante Morgante che Orlando converte al cristianesimo. Pulci recupera così la materia del ciclo carolingio rielaborandola in modo inaspettato e comico. Pulci, dopo un’infanzia difficile cara tterizzata da un’estrema povertà, entrò nelle grazie del giovane Lorenzo de’ Medici dopo essergli stato presentato nel 1461 che ne condivideva lo spirito giocoso ed allegro (come è dimostrato anche dai componimenti del de’ Medici di quegli anni). I favori di Lorenzo, però, mutarono quando il Pulci, entrò in forte polemica con i filosofi platonici dell’accademia medicea (Ficino, Pico e Landino) e dopo un aspro scontro avuto con Ficino sul tema dell’immortalità dell’anima. Le difficoltà finanziare dovute ai problemi economici dei suoi fratelli e dalle mutate simpatie di Lorenzo de’ Medici lo portarono al servizio del condottiero Roberto di San Severino, che seguì in vari viaggi (Milano, Pisa e Venezia) e che lo premiò per il suo abile e prezioso servizio, con il titolo di Capitano di Val di Lugana, feudo dei Sanseverino. Nel corso del XVI secolo ne apparvero varie revisioni che ne alterarono la coerenza filologica, principalmente le edizioni veneziane corrette dal Masetti. Anche questa impressione fiorentina è espurgata dai passaggi licenziosi. ICCU/EDIT16, n.33661. BM-STC Italian, p. 544; Non in ADAMS; Gamba 791, Haym 91:6. Graesse V, 508; Brunet IV, 973.IMG_4636_clipped_rev_1

1.000 euro

43. ISLAM MEDIO ORIENTE BIOGRAFIE VITE PRIME EDIZIONI ITALIANE MAOMETTO

 IMG_4578_clipped_rev_1IMG_4577_clipped_rev_1Boulainvilliers Henri de,

Vita di Maometo cavata dagli autori arabi maometani, da cui si scuopre la sua impostura. Colla descrizione dell’Arabia, del tempio della Mecca, de’ loro costumi, dell’antica religione, dell’istoria, delle virtù e de vizi degl’arabi. Tradotta dal francese. Dedicata all’illustrissimo sig. Alessandro Cancellieri dottor medico-fisico.

In Venezia, nella stamperia di Niccolò Glichì, sopra la fondamenta di S. Lorenzo, 1745.

In 8° (18,8×12,2 cm); (38), 339, (5 delle quali 4 bianche) pp. e 3 c. di tav. ripieg. Legatura coeva in piena pergamena molle con titolo impresso in oro al dorso. Qualche carta con qualche leggero foxing e nel complesso esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione. Prima edizione italiana, stampata a Venezia dall’editore Nikolaos Glykys, di questa prima traduzione italiana, dedicata al fisico e medico Alessandro Cancellieri, della famosa opera del grande storico e politologo francese, Anne Gabriel Henri Bernard, marcheseIMG_4576_clipped_rev_1 di Boulainvilliers (Saint-Saire, 11 ottobre 1658 – Parigi, 23 gennaio 1722). L’opera si avvale di 3 grandi illustrazioni ripiegate che raffigurano: la carta nuova dell’Arabia, il tempio della Mecca, l’albero genealogico da Abramo a Maometto. Il marchese di Boulainvilliers, educato presso il noto collegio di Juilly, si dedicò tardi alle pubblicazioni storiche, in quanto, fino al 1697 militò dell’esercito francese. Fervente aristocratico, le sue opere sono impregnate di una forte distinzione di classe descritte dal marchese come due vere e proprie “razze”, quella aristocratica erede della tradizione francese e quella popolare, proveniente dalla tradizione gallo-romana. Fautore di una politica statale basata su uno stato di guerra permanente, fu un fautore di un sistema sociale basato sulla supremazia del più forte sul più debole dove i più forti, l’aristocrazia deve pensare alla guerra nelle file dell’esercito e la plebe, alla produzione dei beni necessari a sostenere i membri dell’esercito. Boulainvilliers vede in questo accordo fra “classi” l’unico sistema di equilibrio sociale. Quando gli stati hanno creato eserciti assoldati con il denaro sono andati, inevitabilmente incontro alla rovina ed all’insurrezzione della plebe. Nonostante le sue idee politiche alquanto bizzarre, Boulainvilliers fu uno storico apprezzato e a lui si devono diverse opere storiche apprezzate dedicate non solo alla storia francese ma anche ai territori arabi, oltre a questa importante storia delle vita di Maometto. Per far comprendere quanto sia interessante l’opera Henri de Boulainvilliers, basti ricordare la serie di lezioni su di lui, tenute da Michel Foucault nel 1976, presso il Collège de France. Opera non comune. Rif. Bibl.: IT\ICCU\TO0E\073272; L. D’Ascia, Il Corano e la tiara, 2001, p. 72, n. 130.

450 euro

44. CLASSICI GRECI LINGUA LATINA OLIMPIADI GIOCHI OLIMPICI CARMI POESIA PINDARICA SPORT PUGILATO LOTTA CORSA CORSE CAVALLI

 IMG_4594_clipped_rev_1IMG_4592_clipped_rev_1Pindarus,

Pindari Olympia, Pythia, Nemea, Isthmia. Caeterorum octo lyricorum carmina, Alcaei, Sapphus, Stesichori, Ibyci, Anacreontis, Bacchylidis, Simonidis, Alcmanis, nonnulla etiam aliorum. Editio V. Graecolatina H. Stepha. recognitione quorundam interpretationis locorum, & accessione lyricorum carminum locupletata.

S. luogo (ma Geneve) , Oliva Pauli Stephani, 1626

In 8° piccolo (12,2×6,8 cm); 684 pp. Legatura coeva in piena pergamena con titolo manoscritto al dorso. Testo su una colonna in greco e nell’altra pagina in latino. Pagine leggermente ed uniformemente brunite. Esemplare in ottime condizioni di conservazione. Edizione fra le più rare di questa celeberrima raccolta di odi pindariche. Le  Odi di Pindaro, o odi alla vittoria, sono scritti composti da o attribuiti al celebre poeta greco antico considerato fra i massimi esponenti della lirica corale, Pindaro (Cinocefale, 518 a.C. circa – Argo, 438 a.C. circa). In questi componimenti, conosciuti anche come Epinici, Pindaro cantò le vittorie della gioventù aristocratica dorica – cui egli stesso apparteneva – ai giochiIMG_4593_clipped_rev_1 panellenici, che a cadenze fisse si tenevano a Olimpia (ed erano, questi, in onore di Zeus perciò i più importanti: appunto gli agoni olimpici), Delfi (Giochi pitici), a Nemea nel Peloponneso (Giochi nemei) e sull’Istmo di Corinto (Giochi istmici)., e sono, appunto, raggruppati e suddivisi in base ai giochi di riferimento: olimpici, pitici, nemeani e istmici. L’influenza continentale di Pindaro nel corso dei secoli è stata estremamente rilevante e multiforme e basti ricordare, ad esempio, l’introduzione del Siderus Nuncius di Galileo. I componimenti descrivono, per lo più, tornei di lotta, pugilato, corse a piedi, a cavallo o su carri tirati da cavalli, cantando, attraverso di essi, uno dei principali canoni dell’etica greca appresa dallo stesso Pindaro attraverso la lezione aristotelica, e cioè, la coniugazione di bellezza e bontà, prestanza fisica e sviluppo intellettuale. All’edizione dei componimenti per i giochi paraellenici sono affiancati i canti lirici dedicati a Alcaei, Saffo, Stesichori, Ibyci, Anacreontis, Bacchylidis, Simonidis, Alcmanis. Anche se probabilmente, Pindaro, parlava greco boeotiano, componeva in una lingua letteraria che tendeva a fare maggiormente affidamento sul dialetto dorico. Nei suoi scritti c’è una mescolanza di altri dialetti, in particolare di forme eoliche ed epiche. Quella qui presentata è la terza rara edizione, assai più rara dell’edizione del 1599 (stampata a Ginevra) e di quella del 1612 ( edita a Cologny), stampate dallo stesso, Paul Estienne. Rif. Bibl.: OCLC number 46819344; Catalogo ragionato della Biblioteca Ventimiliana, Catania, 1830, pag. 380; “De ces editions. Qui toutes sont estimees, les duex premiere set celle de Plantin, sont les meilleurs et les plus belles; elles sont aussi les plus recherchees. Ces petites livres portatifs, et qui ont beacoup servi, ne se trouvent presque jamais que taches, et surtout tres rognes; ceux-ci sont d’une conservation parfaite, le dernier etoit en feuilles.”, Catalogue de la Bibliotheque d’un amateur, Tome Second, A Paris, Renouard, 1819, pag. 127.

400 euro

45. BIOGRAFIE EPICURO ATEISMO EDIZIONI RARE EPICUREISMO FILOSOFIA

  IMG_4623_clipped_rev_1 (1)IMG_4622_clipped_rev_1Gassendi Pierre,

De vita et moribus Epicuri libri octo. Authore Petro Gassendo Diniensis Ecclesiæ præposito. Editio altera auctior et correctior.

Hagae Comitum, apud Adrianum Ulacq, 1656.

In 4° (19,5×15 cm); V,(4), 167, (9) pp. e una c. di tav. con ritratto calcografico di Epicuro al verso della c. segn. *8. Legatura coeva in piena pergamena con titolo chiosato da mano coeva al dorso. Qualche traccia lieve di sporco ai piatti. Haga Comitum è la latinizzazione di Den Haag nei Paesi Bassi. Frontespizio stampato in rosso e nero contenente testo tratto dal cap. xiii del Liber de vita beata di Seneca. Dedica di Pierre Gassendi a François Luillier. Antica firma di appartenenza privata seicentesca in parte abrasa al margine basso del frontespizio e due forellini di tarlo al margine basso bianco del volume a cominciare dalla pagina 1 che nelle ultime carte divengono due piccoli tunnel, in ogni caso mai fastidiosi ed insignificanti e a parte questo, nel complesso, esemplare in buone condizioni di conservazione. Seconda rara edizione, ancor più rara della prima del 1647, dalla quale differisce per le numerose parti aggiunte e le notevoli correzioni, di quest’opera del grande astronomo, astrologo, matematico, teologo e filosofo francese, l’abate Pierre Gassend, detto Gassendi (Champtercier, 22 gennaio 1592 – Parigi, 24 ottobre 1655). Amico di Galileo, con il quale intrattenne una fitta corrispondenza, Gassendi studiò IMG_4621_clipped_rev_1il movimento delle comete, la topografia e le eclissi lunari, oltre all’evoluzione delle macchie solari. Lo scienziato francese fu il primo a dare una descrizione scientifica del fenomeno luminoso dell’atmosfera da lui chiamato “aurora boreale”, partendo dall’osservazione, il 12 settembre, ad Aix-en-Provence, di un’eccezionale aurora polare. Applicò il metodo scientifico anche alla filosofia, recuperando il metodo baconiano, mettendo in dubbio tutte le “auctoritates” antiche a partire da Aristotele ed arrivando a rivalutare l’epicureismo che seppur attaccato dalla Chiesa, Gassendi sente molto vicino alla sua concezione di cristianesimo. Per il suo sensismo empiristico di ispirazione epicurea espresso nella sua opera “Syntagma” è considerato un precursore di John Locke. Gassendi arrivò ad ipotizzare la possibilità che corpuscoli infinitesimi, gli atomi, possano essere alla base della realtà tutta e sempre come operatori della creazione agli ordini di Dio. Le sue teorie atomiche furono riprese poi da Boyle nella sua chimica e da Newton nell’elaborazione della sua filosofia meccanica. La sua “Vita di Epcuro” è considerata una delle più importanti fonti di studio di Epicuro, che riletto da Gassendi, sulla base delle concezioni filosofiche del suo tempo ne ricostruisce non solo la vita ma anche il pensiero e le intuizioni. J.H. Randall nel suo “The Career of Philosophy”, Vol. I, pp. 521-23 scrive: “Before Galileo and Descartes had succeeded in combining mathematics with mechanics, the chief refuge of hard-headed opponents of scholastic verbalism and Renaissance IMG_4623_clipped_rev_1Platonism was the tradition of Greek atomism…Its chief representative during the period of Cartesian domination was Gassendi, who stands both as the climax of Epicurean atomism of the Renaissance in its accommodation to a mathematical science of nature, and as the first of the explorers of the implications of that science for the traditional empirical philosophy of knowledge. Gassendi is thus with Hobbes one of the fathers of ‘scientific’ empiricism…Gassendi indeed fancied himself the creator of the great rival scientific system to that of Descartes, the system founded on sound experience. History has reserved that distinction for Hobbes; yet it probable that Gassendi contributed far more to the actual advance of scientific ideas than his more consistent and gifted British fellow-worker.”. Seconda assai rara edizione, notevolmente corretta ed aumentata rispetto alla prima. Rif. Bibl.: gl. Goldsmith G 186, DSB V, 289 und Ziegenfuß/Jung I, 377 (EA 1647).

1.300 euro

46. ILLUMINISMO VOLTAIRE PRIME EDIZIONI RARITA’ CURIOSITA’ BIBLIOGRAFICHE FEDERICO DI PRUSSIA ENRICO DI PRUSSIA HOHENZOLLER BIOGRAFIE

  IMG_4619_clipped_rev_1Due opere in un volume.

Voltaire,

Mémoires de M. de Voltaire, écrits par lui-même.

À Genève, S. stampatore, 1784

Unito a:

(Guyton de Morveau, Louis Bernard).

La vie privee d’un prince celebre, ou details des loisirs du Prince Henri de Prusse, dans sa retraite de Reinsberg

A Veropolis (i. e. Berlin), S. stampatore, 1784

In 8° (20×12,5 cm); due opere in un volume: 174, (2 errata) e 70 pp. Legatura coeva in piena pergamena rigida con titoli impressi in oro al dorso. Tagli spruzzati. Due opere rare, dedicate alla casata degli Hohenzoller, in ottime condizioni di conservazione. La prima opera, nella prima rara edizione, raccoglie le celeberrime memorie di Voltaire scritte nel 1759, coprono il periodo della vita di Voltaire che va dal 1733 al 1759. Cominciano con la vita in comune con Madame du Châtelet, fino a presentare, in dettaglio, la relazione movimentata con Federico II. Le “memorie” di Voltaire  hanno reso possibile ricostruire la genesi della nascita di alcune tragedie storiche, opere filosofiche e del saggio sulla storia generale (in seguito noto come “Essai sur les moeurs”). Questo scritto autobiografico consente, innanzitutto, all’autore di spiegare i suoi stati d’animo in un periodo travagliato della propria vita, durante il quale, Voltaire perde un perfetto compagno intellettuale e si impegna in una relazione della quale si rammaricherà per tutta la vita, arrivando a dire, che con Federico II, non solo di aver perso un amico ma di aver trovato un “nemico”. Rivela la sua debolezza e si sente in colpa per essere stato sedotto dalla tentazione della vanità ma soprattutto, difende la sua fama per i posteri e usa questa amara esperienza della sua vita, per dimostrare l’importanza della dignità del “popolo delle lettere” contro l’imponenza del potere. La storia della sua vita è posta nel mezzo di eventi storici che gli danno una luce particolare anche se probabilmente, la ricostruzione dei fatti proposta da Voltaire, è in parte differente da come essi si svilupparono realmente. La storia stessa del manoscritto originale e della sua pubblicazione è fumosa e a volte, anche improbabile. La vulgata comune IMG_4618_clipped_rev_1è che Voltaire scrisse queste memorie, senza intenzione di pubblicare, intorno al 1759 e una volta finite, ne distrusse il manoscritto originale. Il suo segretario personale Wagnier, ne aveva però fatte due copie ma non si sa bene se su indicazione di Voltaire o per iniziativa perosnale. Secondo la leggenda, una di queste copie fu rubata da La Harpe de Ferney e finì nel 1783, nelle mani di Beaumarchais che però rimandò la pubblicazione dell’opera fino alla morte di Federico II, dato il contenuto delle memorie stesse. L’altra copia sembra, invece esser finita nella biblioteca dell’Imperatrice Caterina a San Pietroburgo. Nello stesso anno di questa prima edizione, uscirono altre edizioni pirata in giro per l’Europa. Questa prima edizione si distingue, dalla maggior parte delle edizioni pirata, oltre che per un numero differente di pagine, anche per la fine xilografia al frontespizio (anche se esiste un’edizione con una xilografia uguale a quella del nostro esemplare ma che non presenta la fine vignetta aimata in testatina della seconda carta). Prima rara edizione, IMG_4620_clipped_rev_1stampata solo postuma, delle memorie del grande illuminista. La seconda opera, è probabilmente una contraffazione, contemporanea alla prima edizione, di questo pamphlet dedicato al celebre principe prussiano, Federico Enrico Luigi di Hohenzollern, indicato comunemente col solo nome di Enrico di Prussia (Berlino, 18 gennaio 1726 – Rheinsberg, 3 agosto 1802) che prestò servizio come politico e generale durante il regno del fratello Federico II (del quale fra l’altro criticò alcune decisioni politiche e militari). Enrico fu anche fra i candidati a diventare il re degli Stati Uniti. Alla morte del fratello, Enrico divenne consigliere del figlio di questi, Federico Guglielmo II di Prussia. Anche se questo scritto venne a lungo attribuito a Mirabeau, oggi, si crede che sia opera del chimico francese, Louis-Bernard Guyton-Morveau (Digione, 1737 – Parigi, 1816). Rif. Bil.: per la prima opera BN 4382; : G. Bengesco, Voltaire. Bibliographie de ses œuvres, n° 1642 (longs développements sur la date de rédaction, et les raisons qui ont fait publier le texte seulement en 1784); per la seconda opera Barbier IV, 984.

400 euro

47. FILOSOFIA ILLUMINISMO PRIME EDIZIONI ANIMA DEGLI ANIMALI ANIMALISMO

 IMG_2331_clipped_rev_1Boullier David Renaud,

Essai philosophique sur l’ame des betes  où l’on traite de son existence & de sa nature. Et où l’on mêle par occasion diverses reflexions sur la nature de la Liberté, sur celle de nos sensations, sur l’union de l’Ame & du Corps, sur l’immortalité de l’Ame &c. Et où l’on réfute diverses objections de Mr. Bayle.

AAmsterdam, Chez Francois Cranculon, 1728

In 8° piccolo (15,4×9,7 cm); (20), 300, (2 b.) pp. Legatura coeva in piena pergamena con titolo manoscritto da mano coeva al dorso. Fregio xilografico al frontespizio. Testatine e finalini xilografici. Frontespizio in rosso e nero. Prima non comune edizione, in ottime condizioni di conservazione, della più celebre opera del noto pastore calvinista filosofo e uomo politico olandese, David Renaud Boullier ( Utrecht 1699 – 1759) che fu tra i massimi critici di alcune dottrine dell’illuminismo francese ed in particolare, contro il materialismo ateo di Voltaire e dei suoi contemporanei. L’opera prende in esame soprattutto le tesi meccanistiche di Cartesio e le teorie di Bayle, contestandole vivacemente. In particolare Boullier analizza  il sensismo, la fisiologia dei corpi e soprattutto, il rapporto fra le sensazioni, la libertà e la ragione, “Le due più nobili facoltà dell’anima umana” come suggerì lo stesso, Barbier. Sembra che il lavoro di Boullier, influenzò anche alcune teorie leopardiane legate all’anima degli animali. Anche se il Leopardi si richiamò direttamente a Rousseau, IMG_2330_clipped_rev_1quando il recanatese dice che gli animali sono dotati di una sorta di ragione e quindi di una specie di anima spirituale a sua volta capace, con evidenza, di esternare i propri sentimenti attraverso la voce o altri segni, sembra proprio far sue alcune ragionamenti di Boullier del quale sicuramente aveva letto l’opera e sicuramente aveva letto anche le opere di diversi pensatori cattolici quali Moniglia, Sauri e Muzzarelli che avevano partecipato a propagare le idee di Boullier in Italia. Boullier, in controtendenza sui tempi, quasi moderno Leibniz, arriva a superare la teoria cartesiana di una materia inerte ed estesa e giudica gli animali, sena ombra di dubbio, portatori di un’anima spirituale anche se caratterizzata da una percezione confusa che li porta a non avere  una piena coscienza dei propri pensieri. Prima edizione in ottime condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: Barbier II-222.

180 euro

48. MAIALI SUINI CUCINA ALLEVAMENTO GASTRONOMIA SALUMI ALLEVAMENTO PRIME EDIZIONI CARICATURE PRIME EDIZIONI MACELLERIA MACELLAZIONE MACELLAI

Senza titolo-6 Senza titolo-8  Senza titolo-5Alfred le Petit,

Le Cochon Souvenirs de Normandie, 60 magnifique gravures et dessins humoristiques avec texte et musique.

Paris, F. Juven Editeur, S. data (ma 1898)

In folio (35,2×28 cm); 93, (3) pp. Brossura editoriale. Rinforzo al dorso ad integrare p erdita di carta, piccoli strappetti ai piatti e per il resto, all’interno, esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione. Prima, rara edizione, di questa celebre opera caricaturale dedicata al maiale, ai suoi utilizzi in cucina ed al suo allevamento nella Normandia della fine dell’ottocento, opera del celebre fotografo, pittore e caricaturista francese, Alfred Le Petit (1841-1909). Dopo aver studiato disegno, pittura e fotografia, Alfred iniziò a disegnare a Rouen, poi a Parigi, contribuendo alle due famose riviste illustrate ottocentesche “La Lune” e “L’Éclipse”. Nel 1870 fondò La Charge, un periodico che attaccò Napoleone III con ferocia. Successivamente fondò anche le testate polemiche “Le Pétard” e “Le Sans-Culotte”, anch’esse incent rate sul commento e la satira politico dei detentori del potere. Come ebbe modo di provare sulla sua pelle, il commento politico può essere costoso, tanto che Le Pitit finì la sua vita in condizioni di estrema povertà, dopo essere estromesso dalle principale testate giornalistiche e venir boicottato da alcuni nemici che si era fatto, grazie ai suoi scritti. Finì i suoi giorni facendo caricature per i turisti al primo piano della Torre Eiffel e cantando in cabaret, accompagnandosi col violino del quale era un abile suonatore. Si legge nell’introduzione dell’opera: « A moins que vous ne soyez Mahométan, vous avez certainement plus d’une fois mangé du Senza titolo-9cochon ; mais en vous délectant de sa chair, vous est-il arrivé de penser par quelle odyssée a passé ce malheureux animal avant d’être transformé en boudins, saucisses, pâtés, jambons, andouilles, andouillettes, cervelas, salé, galantine et chip olata. C’est de quoi je vais vous entretenir, heureux si je puis vous intéresser quelques instants. D’après Buffon, le cochon est un animal brut, grossier, stupide, immonde, hébété ; mais le génie de Buffon, qui embrassait toute la nature, lui faisait écrire sur trop de choses pour pouvoir tout approfondir. Aussi a-t-il fait l’histoire des animaux d’après ce qu’il en avait lu ou entendu dire, ne les ayan t souvent guère vus qu’empaillés ; il en résulte que ses descriptions sont pleines d’erreurs. Tel est le cas pour le cochon, qui est juste le contraire de ce qu’il en dit. Voici du reste ce qu’on lit dans le Dictionnaire de Larousse en réponse à l’opinion de Buffon: « Il ne serait pas difficile d e prouver que ce portrait peu flatteur est souverainement injuste, etc… Je lis encore dans le Dictionnaire pittoresque d’histoire naturelle: « Selon quelques auteurs, le porc a l’intelligence très bornée ; il est peu susceptible de répondre aux attentions que l’on a pour lui, et de s’attacher aux personnes qui lui font du bien. ». Rara opera caricaturale dedicata ai maiali. Raro. Rare first edition.Senza titolo-7

290 euro

49. LINGUA GRECA TEATRO GRECO TREGEDIE CALSSICI GRECI UMANESIMO BASILEA SVIZZERA CRETA EURIPIDE RARITA’

  image00009_clipped_rev_1image00007_clipped_rev_1Euripides, Apostolios  Arsenios,

Scholia ton pany dokimon eis hepta tragodias tou Euripidou, syllegenta ek diaphoron palaion biblon kai synarmologethenta para Arseniou Archiepiskopou monembasias. Scholia in septem Euripidis tragoedias ex antiquis exemplaribus ab Arsenio archiepiscopo Monembasiae collecta, nuncque denuo multo quam antea emendatiora in lucem edita.

Basileae, Per Ioannem Hervagium, 1544

In 8° (18×12 cm); (8), 580 (566 i. e.), (2) pp. Numerosi errori nella numerazione, Omesse nella numerazione le p. 49-62. Legatura seicentesca in piena pergamena rigida (segno di cera calda al piatto posteriore) con titolo abilmente chiosato da mano coeva al dorso. Tagli spruzzati in azzurro. Due piccoli forellini di tarlo al margine basso bianco delle prime due carte, assolutamente ininfluenti e per il resto esemplare in ottime condizioni di conservazione. Testo in greco. Seconda edizione molto rara, dopo la prima giuntina del 1534 (qui però emendata, aumentata e corretta), stampata a Basilea da Johann Herwagen, di questo classico della letteratura greca nel celeberrimo commento del grande umanista e copista bizantino, cretese di nascita, Aristobulo Apostolio (in greco Ἀριστόβουλος Ἀποστόλης) (Creta, 1468/69 – Venezia, 1535). Figlio del celebre copista ed umanista, Michele Apostolio e della figlia di Teodosio, Conte di Corinto, apprese dal padre, ritrovatosi in povertà dopo la caduta di Costantinopoli sotto i turchi nel 1453, l’arte di copista. Abile ricercatore, fu collaboratore di Janus Lascaris nella ricerca di manoscritti greci per la biblioteca di Lorenzo de Medici. Dal 1492 fu in Italia, prima a Firenze e poi a Venezia. Nonostante nel 1500 si fosse stabilito a Candia sull’isola di Creta, image00008_clipped_rev_1tornò spesso a Venezia dove divenne amico di Erasmo da Rotterdam e di Aldo Manuzio. Nel 1506 divenne, per nomina di Papa Giulio II, vescovo di Monemvasia, protettorato di Venezia e antica sede vescovile della Grecia nel Peloponneso, suffraganea dell’arcidiocesi di Corinto. Arsenios, una volta presa la carica si dichiarò in comunione con la Chiesa Cattolica ed il Patriarca di Costantinopoli che però considerò non valida la proclamazione e prima lo invitò a rinunciare alla carica ed in seguito lo comunicò. A causa dell’ostilità della popolazione locale fu costretto a lasciare la città e a tornare a Venezia. Rimase quindi a Creta fino al 1519, quando tornò a Roma chiamato da Papa Leone X per   ricoprire la carica di rettore del Collegio greco di Firenze (1521), prima e più tardi (1534), quella di predicatore nella Chiesa di San Giorgio dei Greci a Venezia. Personaggio dalla grande cultura, fu tenuto in grande considerazione dagli ambienti umanisti veneziani. Ad esempio, nel 1495, quando Aldo Manuzio iniziò le sue pubblicazione in lingua greca, Apostolios firmò la prefazione ad una di queste primissime edizioni aldine, la Galeomyomachy di Theodore Prodromus. L’opera qui presentata raccoglie alcune tragedie del grande drammaturgo greco, Euripide (in greco antico: Εὐριπίδης, Euripídēs; in latino Euripides; Salamina, 485 a.C. – Pella, 407-406 a.C.). Nello stesso anno di questa edizione, Hervagium pubblicò un’altra opera contenente le altre tragedie di Euripide. Edizione molto rara. Rif. Bibl.: IT\ICCU\RMLE\021228; Adams A-2032 e seguenti per altre edizioni.image00006_clipped_rev_1

800 euro

50. NAPOLI STORIA DEL DIRITTO MODERNO STORIA LOCALE PRIME EDIZIONI RARITA’ CONTROVERSIA BENEFCIARIA SCRITTI ANTICURIALI CENSURA CURIA ROMANA REGNO DELLE DUE SICILIE CAVA DE’ TIRRENI FONDI LATINA

IMG_4617_clipped_rev_1Due opere di interesse napoletano in un volume:

Grimaldi Costantino,

Cosiderazioni Teologico-Politiche fatte a pro degli editti di S. Maesta Cattolica intorno Alle Rendite Ecclesiatiche del Regno di Napoli. Parte Prima – Parte Seconda.

S. luogo, S. stampatore, 1708-1709

Unito a:

Riccardi Alessandro,

Considerazioni sopr’al nuovo libro intitolato. Regni Neapolitani erga Petri cathedram religio adversus calumnias Anonymi vindicata, distinte in cinque parti. Volume primo della Parte (I) (L’unico pubblicato).

In Cologna, appo Pier Martello, anno 1709

In 4° piccolo (20×13,8 cm); due opere in un volume, in tre tomi: (8), 100 pp., (2), 285, (1) pp.; (2 b.), (2), 248 pp. Legatura coeva in piena pergamena rigida con titolo della prima opera impresso in oro al dorso. Piatti interni foderati con bella carta coeva marmorizzata. Tagli spruzzati. Antiche firme di appartenenza al frontespizio della seconda opera, cancellate a china in epoca storica e ancora in parte leggibili “Ex libris Josephi …”. Firma alla fine del volume, forse autografa dell’autore, Alessandro Riccardi. Marca tipografica di Martello al frontespizio della seconda opera. All’inizio del secondo volume sono presenti due frontespizi. Il secondo frontespizio, senza la marca tipografica, non presenta la marca editoriale e nemmeno la dichiarazione di “Volume primo …” cosa che suggerisce che probabilmente, presa consapevolezza che non sarebbero usciti gli altri cinque libri, l’editore e l’autore, stavano pensando di far uscire il libro con un nuovo frontespizio. Al recto dei due frontespizi è presente la stessa scritta. Insieme di due rarissime prime edizioni di notevole importanza per il moderno diritto e per il territorio napoletano, composte da due dei più eminenti giureconsulti italiani dell’epoca. Le due opere vennero censurate e ne venne richiesto che venissero rintracciate e date alle fiamme, in tutti i territori controllati dalla Chiesa Cattolica e in quelli napoletani, durante l’occupazione della città partenopea da parte dell’esercito austriaco, guidato da colui che deteneva, in quel momento, in accordo con il papato, la carica di Vicerè, Wirich Philipp Lorenz von und zu Daun, principe di Teano. Dedica a Gaetano Argenti Consigliere del re nel Supremo Consiglio di Santa Chiara. La prima opera fu date alle stampe dal celebre filosofo, giurista, politico e noto anticurialista italiano, Costantino Grimaldi (Cava de’ Tirreni, 30 gennaio 1667 – Napoli, 16 ottobre 1750) che seguace di Cartesio, fece parte della famosa Accademia degli Investiganti che annoverava fra i suoi solidali, Giuseppe Valletta e Francesco D’Andrea. Insigne studioso di diritto, non trascurò mai le buone lettere. Autore di diversi scritti, sono da ricordare: “Lettere apologetiche in difesa della teologia scolastica e della filosofia peripatetica” uscita nel 1694 e che diede vita ad un ampio ed aspro dibattito pubblico con il gesuita Aleatino che a sua volta, attaccava le posizioni di forte critica ai principi aristotelici ed alla filosofia scolastica di Grimaldi e che vide, anche, l’intervento del Santo Uffizio; le “Considerazioni intorno alle rendite ecclesiastiche del Regno di Napoli” (Napoli 1708), appunto qui presentate; le “Discussioni istoriche teologiche e filosofiche” (Lucca 1725);  infine il curioso trattato “Dissertazione sulle tre magie, naturale, artificiale e diabolica” (Roma 1751, uscito postumo per cura del di lui figlio). Nel 1708, Grimaldi é chiamato, direttamente dalla corte di Barcellona, su consiglio di Nicolò Caravita, a difendere gli editti regi in materia di benefici ecclesiastici nel Regno di Napoli contro la Curia romana. Dalla Treccani si legge: “La pretesa del re Carlo d’Asburgo, espressa negli editti, di conferire benefici ecclesiastici solo a regnicoli, contro la pretesa della Curia romana, venne dunque sostenuta dal G. nelle Considerazioni teologico-politiche fatte a pro degli editti di s. maestà cattolica intorno alle rendite ecclesiastiche del Regno di Napoli (I-II, Napoli 1708-09), che furono recensite nel IV supplemento degli Acta eruditorum del 1711 (pp. 369 s.). La risposta di Roma non si fece attendere: il 17 febbr. 1710 la Curia emanò una bolla che colpiva, con le opere di Alessandro Riccardi e Gaetano Argento, la prima parte del Trattato delle considerazioni teologico-politiche, mentre la seconda parte veniva raggiunta dalla censura neppure un mese dopo, il 24 marzo. Il G., che nel 1709 era stato nominato consigliere straordinario del tribunale di S. Chiara (diverrà IMG_4616_clipped_rev_1ordinario il 28 febbraio dell’anno successivo), preparò contro il testo della censura (la cui stesura si doveva al benedettino Nicolò Maria Tedeschi) un Avviso critico et apologetico intorno alla bolla, et alla censura fatta a’ libri intitulati Considerazioni teologico-politche, che circolò manoscritto negli ambienti anticuriali napoletani”. La seconda opera è invece un importante scritto critico del noto giurista Alessandro Riccardi (Fondi in provincia di Latina, 1678 – ). Personaggio dal carattere forte ed impulsivo, una volta prese a schiaffi in pubblico un sacerdote che aveva preso dalla sorella Veronica la parola di unirsi in matrimonio con un giovane, senza il consenso suo e del nonno, fu un’importante giurista nella Napoli dell’inizio del XVIII° secolo. Ancora giovane si impegnò apertamente con, “all’indomani della venuta degli austriaci (1707), la redazione di un memoriale che conteneva un nutrito programma di riforme. In esso si sosteneva la necessità di superare i molteplici ostacoli che impedivano lo sviluppo del Mezzogiorno, anzitutto l’ingente estrazione di risorse che avveniva costantemente a vantaggio della Corte romana. Era il preannuncio del successivo impegno di Riccardi in occasione della controversia beneficiaria. Ma il giurista aggiungeva che le migliaia di giovani che affollavano i tribunali, svolgendo un’attività del tutto improduttiva, avrebbero potuto più utilmente dedicarsi ai traffici commerciali” (Treccani). Con l’opera qui presentata, Riccardi si schierò apertamente a favore dell’editto che nel 1708 “disponeva il sequestro delle rendite dei benefici ecclesiastici posseduti dai forestieri, la Corte dava infatti prova di un forte decisionismo in una materia cruciale, emblematica dell’intreccio esistente fra economia e giurisdizione” (Treccani). In appoggio delle “Ragioni del Regno di Napoli nella causa de’ suoi benefici ecclesiastici” uscite nello stesso 1708, furono edite altre due opere di importanti personaggi, fautori di una politica giuridica moderna, Gaetano Argento con il suo scritto “De re beneficiaria” e Costantino Grimaldi con le sue “Considerazioni teologico-politiche”. “Il testo riccardiano si caratterizzava per l’uso di un linguaggio colorito e aspro. Il giurista non esitava a parlare di preti degni «più di zappa che di stola» (p. 11). Quanto alla pretesa dipendenza feudale del Regno di Napoli dalla Sede apostolica, era tesi di cui non si sarebbe riuscito a convincere nemmeno un «Cinese» o un «Timimambuso» (p. 23). Ma l’invettiva non era disgiunta dall’adozione di solide argomentazioni giuridiche. Essendo in contrasto con il diritto divino e naturale, la consuetudine di attribuire i benefici agli stranieri – notava Riccardi – non poteva dar vita a una valida prescrizione (ibid.). La controreplica di Riccardi fu affidata alle Considerazioni sopra al nuovo libro intitolato Regni Neapolitani erga Petri cathedram religio adversus IMG_4615_clipped_rev_1calumnias Anonymi vindicata (Cologna 1709). In quest’ultimo testo si avvertivano i segni di un giurisdizionalismo di tipo nuovo, per tanti versi anticipatore di quello giannoniano. Riccardi, per esempio, prendeva le distanze dal cesaropapismo degli imperatori bizantini, a cui pure tradizionalmente gli anticurialisti guardavano come a un modello. Criticava, nel contempo, Ugo Grozio che, nel De imperio, aveva attribuito ai principi un dominio assoluto nelle materie religiose, e Roberto Bellarmino che, con i suoi schemi teorici, aveva finito per svilire oltre misura i poteri laici (pp. 111-115). Dallo scritto di Riccardi usciva inoltre fortemente ridimensionato il topos del principe protettore dei canoni. Il giurista notava infatti che le persone e i beni sacri, per la loro peculiare natura, non cessavano di essere soggetti alla giurisdizione del sovrano (p. 120). Né le esenzioni di cui godevano facevano venir meno il potere dei principi, i soli cui competesse concedere quei privilegi (p. 124). Al sovrano spettava decidere la destinazione non solo dei beni dei laici, ma anche di quelli sacri, al fine di assicurare il benessere dello Stato (pp. 125 s.). Perciò, nel vietare di attribuire i benefici agli stranieri, i principi assolvevano il compito di promuovere la ricchezza e la felicità terrena dei sudditi (pp. 11 s.). Notevole anche la polemica contro il tentativo di considerare materie di fede questioni che riguardavano la realtà naturale o il fondamento e i limiti del potere dei pontefici.” (Treccani). Due rarissime prime edizioni di notevole importanza per la storia del diritto moderno. Rif. Bibl.: per la prima opera Fera-Morlicchio N° 1853;  Melzi I, 246. Per la seconda opera: ICCU IT\ICCU\SBLE\015750.

800 euro

51. STORIA ITALIANA LONGOBARDI STORIOGRAFIA MILANO FRIULI STORIA MEDIOEVALE SLOVENIA SLOVENI PAVIA MONZA MILANO RAVENNA

 IMG_4595_clipped_rev_1Diaconus Paulus,

Historia dell’origine, vita, et fatti de i re de Longobardi. Scritta da Paolo Diacono della chiesa di Aquileia. Tradotta di latino in volgare da Lodouico Domenichi. All’Illustriss. Signore, Il Sig. Galeazzo Arconati Feudatario Regio.

In Milano, Per Gio. Batt. Bidelli, 1631.

In 16° (11,8×7,4 cm); 8, (24), 314, (2) pp. bella legatura coeva in piena pergamena molle con titolo chiosato elegantemente al dorso da mano coeva. Legatura lenta, un piccolo lavoro di tarlo nel margine intero bianco alto delle prime 25 carte, sempre al margine del volume ed ininfluente, come anche il piccolissimo tarletto all’angelo esterno bianco delle ultime 20 carte. Una piccola macchiolina d’inchiostro al margine basso bianco di una trentina di carte, anche questo ininfluente e mai fastidioso e nel complesso esemplare in buone condizioni. Antica nota di possesso seicentesca al margine basso del frontespizio. Bello stemma araldico di Galeazzo Arconati, Feudatario Regio, alla quale l’opera è dedicata, al frontespizio. Rara seconda edizione in lingua italiana, dopo la prima del Giolito del 1548, di questa celebre opera storica del grande monaco cristiano che fu poeta, storico e scrittore longobardo, Paolo Diacono (in latino: PauluIMG_4596_clipped_rev_1s Diaconus, pseudonimo di Paul Warnefried o Paolo di Varnefrido o anche Paolo di Warnefrit, Cividale del Friuli, 720 circa – Montecassino, 13 aprile 799). La sua “Historia”, una delle sue opere più importanti, è divisa in sei libri che coprono un periodo storico che va dalle mitiche origini scandinave, attraverso la creazione e sviluppo del regno, fino alla morte di Liutprando nel 744. Scritta come ideale continuazione dell’Historia Romana dei tempi di Giustinano, si presenta nel tipico stile delle opere latine monacali, ma è considerato, ugualmente, come uno dei vertici della storiografia longobarda. Questo in quanto la cronaca di Diacono è sfacciatamente di parte e tende a giustificare ogni conquista ed ogni azione, anche le peggiori, compiute dai longobardi, come inevitabile volere del fato. Lo stesso espediente di far terminare tale storia con Liutprando e cioè, al momento del massimo splendore del dominio longobardo, è un espediente che evita a Diacono di affrontare l’innegabile declino politico e sociale del suo popolo del quale lo stesso autore doveva esser testimone consapevole. Il lavoro di Diacono è assai importante anche per la storia degli sloveni in quanto rappresenta la prima testimonianza storica documenta. Rif. Bibl.: ICCU IT\ICCU\VEAE\003254.

300 euro

52. GRECIA ANTROPOLOGIA RITI FUNEBRI GRECIA ANTICA USI E COSTUMI ARCHEOLOGIA

IMG_4591_clipped_rev_1Nicolai Johann,

Johannis Nicolai Tractatus de graecorum luctu lugentiumque ritibus variis e graecorum praecipue scriptis aliisque in usum rei litterariae collectus et in lucem editus.

Marburgi Cattorum, apud Ephraimum Boncke bibl., 1696

In 12° (13,5×8 cm); (2 b.), (12), 302, (26), (2 b.) pp. Legatura coeva in piena pergamena con titolo manoscritto da mano coeva al dorso. Tagli spruzzati in azzurro. Un piccolissimo tarletto al margine interno delle prime 3 carte, praticamente invisibile. Esemplare leggermente ed uniformemente brunito a causa della qualità della carta utilizzata. Prima assai rara edizione, da non confondersi con la comune seconda edizione, stampata l’anno seguente, di questo IMG_4590_clipped_rev_1curioso studio del noto antiquario, professore e storico tedesco, Johann Nicolai (1665-1708) che laureatosi all’Università di Iena nel 1676, dopo aver seguito corsi di studio anche a Helmstiidt, Lipsia, Marburg e Giessen, fu a lungo professore di antichità all’Università di Tübingen. Nato a Stadt-Ilm, nella contea di Schwarzburg-Rudolstadt nel 1665, fu autore prolifico e curioso, oltre che appassionato collezionista ed apprezzato antiquario. Fra le sue opere principali sono da citare: “de Mercurio et Hermis” 1687; “de ritu antiquo et hodierno Bacchanaliorum” 1696 ; “De triumphis Romanorum” 1696; “De luctu Graecorum” 1696 che qui presentiamo; “De Phyllobolia” 1698; “de nimbis deorum” 1699; “De iuramentis Ebraeorum, Graecorum, Romanorum” 1700; “Antiquitates ecclesiasticae” 1705;4 vols., 1706. Il “De Luctu” è un forbito studio dei riti funerari e delle credenze degli antichi greci, ricavati dalle testimonianze degli autori classici ma anche dai moderni scavi archeologici. Questa prima edizione del 1696 è notevolmente rara. Rif. Bibl.: ICCU, IT\ICCU\VEAE\122796; NUC pre-1956, v. 418, p. 397.

300 euro

53. VERONA STORIA LOCALE VERONESE PRIME EDIZIONI SCALIGERI

 Senza titolo-3Senza titolo-2Sarayna Torello,

Le Historie e Fatti de Veronesi Nelli Tempi d’il Popolo et Signori Scaligeri, per L’eccellentis. Doct. de le leggi Messer Torello Sarayna Veronese

Stampato in Verona, Per Antonio Portese, 1542

In 4° piccolo (20×14,2 cm); 54, (2 pp. ultima bianca) cc. Legatura muta della seconda metà del seicento in piena pergamena. Tagli spruzzati in rosso. Leggere tracce di polvere e d’uso al frontespizio. Sempre al frontespizio due forellini ai margini alto ed esterno bianchi del frontespizio, un leggerissimo alone al margine alto, tutti ininfluenti e per il resto in buone-ottime condizioni di conservazione. Qualche antica sottolineatura in matita rossa nel testo. Antica nota di possesso privata al frontespizio. Prima edizione di questa celeberrima opera dedicata alla storia di VeroSenza titolo-1na scritta dal celebre giureconsulto, notaio e storico veronese Sarayna (anche Saraina) Torello, considerata una delle prime e più autorevoli fonti per la storia locale veronese dalle origini al cinquecento. L’opera ripercorre le origini della città di Verona ed il suo sviluppo sotto il dominio scaligero nel trecento e quattrocento. L’ultimo capitolo contiene l’interessante “Brieve descrittione de’ come se ritrova il Paese di Verona” e il “Tenore del compromesso fatto sopra la pace già fatta da Ezzelino da Romano Podestà di Verona… e Rizzardo de S. bonifacio.” Rif. Bibl.: Lozzi 6322; NUC vol. 520 p. 554; Adams S-394; BM-STC, p. 609; Maffei Verona illustrata, II p. 197; Giuliari, della tipografia veronese, pag. 58, n. XXX: “Nuovo carattere minuto corsivo usò in questa bella stampa il Portese ….ed è la integra”.

550 euro

54. MATEMATICA SCIENZA ARITMETICA GEOMETRIA EUCLIDE QUADRATI MAGICI MAGIC SQUARE RARITA’ BIBLIOGRAFICHE PASCAL GEOMETRIE PORT-ROYALE

 IMG_4582_clipped_rev_1IMG_4580_clipped_rev_1Arnauld Antoine, Pascal Blasie, Pierre Nicole,

Nouveaux élémens de géométrie contenant, outre un ordre tout nouveau & de nouvelles démonstrations des propositions les plus communes, de nouveaux moyens de faire voir quelles lignes sont incommensurables, de nouvelles mesures des angles, dont on ne s’étoit point encore avisé, et de nouvelles manières de trouver & de démontrer la proportion des lignes. Seconde édition où il y a un traité tout nouveau des proportions et beaucoup d’autres changemens considérables.

A La Haye, chez Henry van Bulderen, marchand libraire, dans le Pooten, à l’enseigne de Mezeray, 1690

In 12° (15,4×9,6 cm); (24), 480 pp. e una c. di tav. più volte ripiegata (nella maggior parte degli esemplari, la grande tavola contenete i due “Quarré Naturele” e i due “Quarré Magique”, si trova ritagliata in quattro parti). Bella legatura coeva in piena pergamena con titolo, autore e stemma nobiliare araldico, abilmente chiosati al dorso. Tagli spruzzati in rosso. Esemplare in ottime condizioni di conservazione. Terza rara edizione (più rara sia della prima che della seconda ed altrettanto ricercata) di questo importante studio, del grande matematico, teologo e filosofo giansenista, acerrimo nemico dei gesuiti, Antoine Arnauld, soprannominato dai contemporanei “Le Grand Arnauld”, per distinguerlo da suo padre (Parigi, 5 febbraio 1612 – Bruxelles, 8 agosto 1694). Nel 1656 venne espulso dalla Sorbona per le questioni espresse nei suoi scritti “Lettre à une personne de condition” e nella “Lettre à un duc et pair” editi nel 1655. Questi scritti fornirono a Blasile Pascal, suo grande amico, materiali per le sue “Lettres provinciales”. Arnauld fino al 1668, quando si addivenne alla “pace della Chiesa”, diresse la cosiddetta,  resistenza di Port-Royal. Fra i primi ad adottare la filosofia di Cartesio, seppur con qualche riserva legata alle sue profonde credenze religiose, fu impegnato in diverse celebri dispute filosofiche. Da ricordare quella con Malebranche sui rapporti fra teologia e metafisica che si protrasse dal 1683 al 1685. Insieme a Pierre Nicole, fu autore di “La Logique ou l’art de penser” uno dei testi basi della Logica fino agli inizi del XX° secolo, conosciuta anche come “Port-Royale Logic”. Considerato uno dei più grandi matematici del suo tempo, la sua fama in questa materia, scemò nei secoli successivi a favore dei suoi scritti di logica e filosofici, per essere poi recuperato come matematico di primissimo piano, nel XX° secolo. “The Elements undertakes a reworking and reordering of the Euclidean theorems in the light of the contemporary literature and Pascal’s influence. It bases its claim to originality and influence on the new order in which the theorems, many of them adapted from contemporary sources, are arranged. As mathematics, itIMG_4579_clipped_rev_1 is characterized by the mastery of the contemporary literature and by its clear and fresh exposition… It is interesting to compare Arnauld’s order of theorems with such recent ones as that of Hilbert and Forder, whose aims are quite different…”. (DSB I p. 292). L’opera qui presentata è conosciuta anche come la “Geometrie de Port-Royale”. Le illustrazioni poste alla fine che vedono presenti 4 tavole con quadrati magici, sono usate per spiegare il trattato di Pascal, pubblicato alla fine dell’opera e spiegre la soluzione di uno dei problemi più famosi e più difficili dell’aritmetica, comunemente chiamato “les quarrez magiques”. Fermat e Pascal furono i primi matematici a interessarsi al problema dei quadrati magici. Pascal descrisse i risultati dei suoi studi all’amico Arnauld che li pubblicò in quest’opera. La geometrie di Arnauld è il frutto del lavoro in comune con l’amico Pascal, tanto che l’opera qui presentata, viene, comunemente, attribuita anche a Pascal. Nella lunga prefazione di Pierre Nicole si parla di Pascal senza nominarlo, come una delle grandi menti di questo secolo e di uno dei più geniali matematici per la sua apertura mentale. Nicole spiega come Arnauld sia partito da un piccolo saggio in cui Pascal, si era accontentato di sostituire le classiche dimostrazioni di alcuni problemi matematici di Euclide, sostituendole con dimostrazioni più acute e naturali. Come ci racconta Nicole, Arnould letto lo scritto dell’amico Pascal decise di presentare seguendo lo stesso spirito dell’amico ma con più metodo, tutto il corpo del pensiero pascaliano. J. Itard, nel suo famoso articolo dedicato alla “La Géométrie de Port-Royal”, nella rivista “L’enseignement mathématique” del marzo 1940, esaminando in dettaglio il contenuto del libro di Arnould, osserva che l’insegnamento della geometria in Francia, fu permanentemente influenzato, almeno fino a Legendre, dalle opinioni e dimostrazioni matematiche espresse da Arnould in questo libro. Rarissima terza edizione in buone-ottime condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: Bibliotheae Casanatensis catalogus librorum, Tomus Primus, Romae, Salvioni, 1761, pag. 277; Klaas Hoogendoorn, Bibliography of the Exact Sciences in the Low Countries ca. 1470 to the Golden Age (1700), Brill, London, pag. 50 “First edition: Paris 1667; Second Edition: Paris 1683. So this is the third edition. There is a reissue of 1711”; ICCU IT\ICCU\BVEE\023016.IMG_4581_clipped_rev_1

1.000 euro

55. POLONIA POLONICA STORIA POLACCA RARITA’ CINQUECENTO LEGATURA

 Senza titolo-79 Senza titolo-82Senza titolo-81Kromer Marcin, 

De origine et rebus gestis Polonorum libri XXX. 

Basileae, per Ioannem Oporinum (Basileae, ex officina Ioannis Oporini, 1558 mense Septembri).

In folio (32,3 x 20 cm); (XII), 719, (37) pp. (le pagine 233-236 rilegate dopo le pp. 237-240). Presente anche l’ultima carta bianca. Bella legatura coeva in pieno vitello con ricchi fregi in oro ai piatti che presentano un grande fleuron centrale, riquadrato da cornice floreale, dorso a nervi con piccole decorazioni in oro, unghiature dorate. Qualche strofinatura ai piatti e al dorso. All’interno in ottime condizioni di conservazione. Tagli riccamente dorati e goffrati con magnifico motivo floreale in rosa. Armi della Polonia al frontespizio e ritratto di re Sigismondo Augusto incisi su legno, secondo ritratto, di re Sigismondo il Vecchio, nel testo. Rara seconda edizione aumentata rispetto alla prima del 1555, arricchita dalla bellissima legatura e dai tagli riccamente goffrati che ne fanno un esemplare unico, di una delle più importante storia della Polonia scritta dal leader della Controriforma cattolica, Martin Cromer (Marcin Kromer in polacco, Biecz 1512 – Lidzbark Warmiński, oggi conosiuta come Heilsberg, 1589). Che fu principe e vescovo di Warmia (Ermland) e che fu a lungo, segretario personale di re Sigismondo I il Vecchio e di re Sigismondo II Augusto. Kromer oltre che valente storico fu anche un apprezzato cartografo. Nato in una famiglia di rilievo di Biecz, di origini tedesche, si laureò a Cracovia nel 1530. Dopo aver lavorato nella cancelleria reale dal 1533 al 1537 si trasferì, come molti suoi Senza titolo-83contemporanei, in Italia per approfondire gli studi in legge. Nel 1540 tornato i Polonia venne preso come segretario personale dall’Arcivescovo Piotr Gamratc che lo inviò in missione per lunghi periodi, a Roma. Alla morte di Gamratc fu chiamato dal re Sigismondo I il Vecchio. Sono gli anni nei quali si stringono i rapporti con Samuel Maciejowski che ben presto diverrà Primo Cancelliere della Corona di Polonia. Pur ottenendo la prestigiosa carica di Vescovo di Warmia, essendo riconosciuto come uno dei più abili diplomatici del paese, gli viene chiesto di tenere la carica solo nominalmente per essere, poi, inviato in delicate missioni diplomatiche per conto della Corona. Per i suoi servigi, nel 1552 riceve un’investitura nobiliare ed il diritto di portare una stemma. Dal 1558 al 1564 è il rappresentante della Corona di Polonia presso l’Imperatore Massimiliano I, difendendo le rivendicazioni del Re Sigismondo sull’eredità della defunta consorte, Bona Sforza. Nel 1564, viene richiamato in Polonia per succedere alla carica di Principe e Vescovo di Warmia rimasta vacante alla morte del celebre umanista, Stanislaw Hosius. Da questo momento in poi risiedette a Warmia e qui, liberato dai continui viaggi, poté finalmente portare a frutto i suoi studi storici pubblicando diverse apprezzatissime opere. Kromer fu tra i massimi riformatori e propugnatori della vita scientifica e culturale della Polonia puntando a portare la corona polacca a rivestire un importante ruolo politico e culturale nel panorama europeo. A lui si deve anche il rinnovato prestigio europeo dell’Università Jagellonica (fra le università più antiche del mondo fondata nel 1364) di Cracovia Senza titolo-80per il raggiungimento del quale Kromer si impegnò a lungo in prima persona. Kromer scrisse questa estesa e dettagliata storia della Polonia prima in polacco, ma ottenne fama internazionale con la presente traduzione in latino. L’opera copre eventi dall’anno 550 alla morte di re Alessandro (1506) ed è dedicata a re Sigismondo II. Questo testo, una delle grandi opere della storiografia polacca, ha una portata e un contenuto molto ampi. Per la compilazione dell’opera Kromer si servì re del grande archivio di stato di Cracovia che gli fu messo a disposizione dallo stesso Re Sigismondo, arrivando ad utilizzare numerosi documenti inediti. Lo studio di Kromer riveste un importante ruolo per la storia degli altri popoli slavi come descritto nello stesso frontespizio che menziona russi, moscoviti, prussiani, ungheresi, lituani, boemi e molti altri. Rare second edition (after the first of 1555), in splendid gilt binding with gauffered edges, of this important history of Poland written by the leader of the Catholic Counter-Reformation. Rif. Bibl.: J. Ożóg, Katalog poloników XVI w. Biblioteki Uniwersyteckiej we Wrocławiu, poz. 1033; Katalog druków XVI wieku w zbiorach Biblioteki Uniwersyteckiej w Warszawie, poz. 5478; Piekarski. Katalog Biblioteki Kórnickiej. Tom I. Polonica XVI wieku, poz. 778; Katalog starych druków Biblioteki Zakładu Narodowego im. Ossolińskich. Polonica wieku XVI, poz. 1352; Katalog poloników XVI wieku Biblioteki Jagiellońskiej, poz. 1358.

10.000 euro

56. FUTURISMO COSTRTTIVISMO PRIME EDIZIONI POLONIA RARITA’

Senza titolo-19Jasienski Bruno, 

Nogi Izoldy Morgan, 

Lwow, Spolka Nakladowa “Odrodzenie”, 1923.

In 8°; 59, (5) pp. Bellissima brossura editoriale illustrata. Antica firma d’appartenenza in parte cancellata anticamente al margine basso del frontespizio (ancora leggibile). Qualche lievissima traccia del tempo ma esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione, di opera molto rara. Prima edizione di questo celebre scritto del noto poeta, drammaturgo e scrittore, figura centrale del futurismo polacco, Bruno Jasieński, pseudonimo di Wiktor Zysman (Klimontów, 1901 – Vladivostok, 1938). Personalità eccentrica del panorama culturale poetico polacco dell’inizio del novecento, Jasienski iniziò i suoi studi a Varsavia. Figlio di un medico ebreo convertito alla religione evangelica e della nobildonna Eufemia Maria di Modzelewscy, in giovanissima età si trasferì a Mosca dove sull’impressione susicitata in lui dalle opere di Majakovskij, Chlebnikov e Kruchonykh, aderì al Futurismo ed assistette ai fatti rivoluzionari del 1917. A lui si devono diversi manifesti futuristi fra i quali il celebre “JEDNODŃUWKA FUTURYSTUW mańifesty futuryzmu polskiego wydańe nadzwyczajne na całą Żeczpospolitą Polską”. Nel 1918 torna in Polonia dove frequenta il corso di Filosofia presso l’Universsità Jagellonica di Cracovia. Qui inizia le prime sperimentazioni tealtrali rileggendo ed aggiungendo passi ad opere conosciute e impiegando attori amatoriali recuperati fra i contadini. Sono gli anni duranti i quali con Stanisław Młodożeniec e Tytus Czyżewski, sviluppa il movimento Futurista polacco, con i qualio, il 13 marzo 1920, fonda il Club Futurista. Diviene uno dei principali animatori del panorama culturale futurista polacco organizzando serate futuriste in tutta la Polonia che spesso finiscano con l’intervento della polizia. Nel 1923 assiste ai moti di protesta dei lavoratori di Cracovia che lo avvicinano alle idee comuniste, divenendo ben presto, collaboratore della rivista organo ufficiale del partito comunista polacco “Kultury Robotniczej”. Nel 1925, con la moglie da poco sposata, si trasferice a Parigi dove si incontra spesso con Tytus Czyzewskim e Józefem Czapskim e si avvicina ancor di più agli ambienti comunisti. Questo lo porta a comporre alcune delle sue opere più rivoluzionarie come Il canto della fame (1922), La terra a sinistra (1924) ed Il canto di J.S. (1926). Nel 1928 pubblica “Pale Paryz” opera che fa enorme scandalo e che decreta la sua espulsione dalla Francia. Jasienski fugge in Russia e a Leningrado viene accolto come un eroe da una folla festante. Qui gli viene subito assegnata la carica di caporedattore della rivista “Polonii Kultura”. Da questo momento in poi assume ruoli sempre più importanti all’interno del sistema politico comunista allontanadosi sempre più dagli ambienti della diaspora polacca. Nel 1930, fu attivamente coinvolto nella sovietizzazione del Tagikistan. Morì il 17 settembre del 1938 in circostanze che non potevano che essere misteriose e bizzarre, come la vista stessa del poeta. Le cause della sua morte rimasero sconosciute fino alla disgregazione dell’URSS. Durante gli anni del comunismo russo si supponeva (forse anche a voci messe in giro dallo stesso regime comunista) che fosse stato arrestato, rinchiuso in un glulag in Siberia e qui morto dopo diversi anni di prigionia. Invece si scopri poi nel 1992 che Jasienski era stato vittima di una grande epurazione avviata nel luglio del 1937. Jasinski era una figura difficle da controllare e nella sua attività editoriale aveva continuato a farsi nemici anche nello stesso partito comunista non tacendo mai il suo pensiero, anche quando il regime comunista aveva iniziato a mostrare tutta la sua brutalità. Arrestato il 31 luglio del 1937 dalla NKWD a Mosca, venne immediatamente rinchiuso nelle carceri della polizia segreta. Qui rimase fino a 17 settembre del 1938 quando un tribunale del Collegio militare della Corte Suprema dell’URSS lo candannò a morte. L’esecuzione avvenne lo stesso giorno ed il suo corpo fu seppelito nel luogo della fucilazione, in una fossa comune a Kommunarka nei pressi di Mosca. L’opera qui presentata “Nogi Izoldy Morgan” è il primo testo in prosa scritto da Jasienski e rappresenta un vero e proprio manifesto della poetica dell’autore che riproduce, forse anche in parte inconscia, il dibattito interiore dell’autore fra la visione futurista ed il social realismo verso il quale Jasienski stava virando. In esso così si può trovare una critica al tecnologia imperante ma anche, tutti gli aspetti dell’idea espressiva del futurismo di Jasienski come il racconto surreale e gli esperimenti formali (neologismi con rotture di frasi e parole) atti a sovvertire, anche graficamente le regole classiche della versificazione e della prosa. Ad esempio Edward Balcerzan sostiene che in “Nogi Izoldy Morgan” Jasienski sembri criticare alcuni aspetti profondi del futurismo partendo da una prospettiva Espressionista. Il volume venne tirato in 2000 esempalri, la maggioranza dei quali andò distrutta in seguito agli avvenimenti bellici e politici della Seconda Guerra Mondiale e dell’occupazione russa susseguente. Infatti le opere futuriste di Jasienski (altra sorte ebbero invece le opere dichiaratamente filo comuniste) vennero spesso distrutte in Polonia per la sua vicinanza al regime comunista ed in Russia, dopo la condanna a morte, dalla censura. Esemplare numero 112 con le iniziali atografe BJ poste dallo stesso Jasienski. Esemplare ancora in barbe, rarissimo. Rif. Bibl.: sull’autore, Parlagreco Silvia, Costruttivismo in Polonia, Bollati Boringhieri, 2005.

57. BIOGRAFIE CAPITANI DI VENTURA MILITARIA LETTERATI COMANDANTI MILITARI ILLUSTRATI

   IMG_4542_clipped_rev_1IMG_4540_clipped_rev_1IMG_4538_clipped_rev_1Due opere di Paolo Giovio in un volume:

Giovio Paolo,

Elogia virorum bellica virtute illustrium, septem libris iam olim ab authore comprehensa, et nunc ex eiusdem Musaeo ad viuum expressis imaginibus exornata.

Basil, Petri Pernae typographi opera ac studio, 1575. (Basileae : industria et opera Petri Pernae sumptibus vero Henrico Petri et sibi, communibus, 1575. calendis Februarijs)

Unito a:

Elogia virorum literis illustrium, quotquot vel nostra vel avorum memoria vixere. Ex eiusdem Musaeo (cuius descriptionem unà exhibemus) ad viuum expressis imaginibus exornata.

Basil. opera ac studio Petri Pernae, 1577 (sumptibus Henrico Petri et sibi communibus, 1575)

In folio; due opere in un volume: (20), 391, (5) pp. e (12), 232 (i. e. 228 omesse nella numerazione, come in tutti gli esemplari, le pagine 85-88), (4) pp. Bella legatura seicentesca in piena pergamena rigida con titolo impresso in oro al dorso. Due piccoli forellini al frontespizio della prima opera, un rinforzo antico aiIMG_4543_clipped_rev_1 margini alto e basso bianco dell’ultima carta, praticamente ininfluente. Alcune pagine leggermente ed uniformemente brunite ed altre con leggere bruniture sparse, come in tutti gli esemplari, dovute dalla qualità della carta utilizzata per la stampa da Petri Heinrich e Pter Perna. Tagli leggermente spruzzati. Nel complesso esemplare in più che buone condizioni di conservazione. Frontespizi entro cornice xilografica. Due delle più celebri edizioni di Giovio, nella loro prima edizione della versione stampata a Basilea da Perna ed Heinrich. Queste due edizioni sono le prime edizioni che presentano i celebri ritratti realizzati da Tobias Stimmer. La seconda opera è la seconda edizione in assoluto anche per il testo di Giovio. Stimmer fu inviato dall’editore Perna, a IMG_4539_clipped_rev_1Como, per copiare dal vivo, i ritratti che ornavano il celebre museo del Giovio. Jakob Burckhardt considerò le xilografie dello Stimmer come “the first comprehensive and generally accessible source for the likeness of persons in whom the contemporary learned public was interested”. I 200 ritratti sono inseriti entro sei differenti tipi di cornici xilografiche. Le biografie e i ritratti includono, tra gli altri, i duchi Sforza e Visconti, Cosimo de’ Medici, Romolo, Annibale, Tamerlano, Alessandro il Grande, Cristoforo Colombo, Hernan Cortez, Scaligero, Enrico VIII d’Inghilterra, Francesco I di Francia, l’imperatore Carlo V e numerosi ritratti di condottieri arabi. La seconda parte, qui in seconda edizione, contiene gli elogi di letterati illustri quali Petrarca, Boccaccio, Lorenzo de’ Medici, Andrea Navagero, Machiavelli, Thomas More, Erasmus, ecc. La prima opera è descritta dal Brunet, come la più bell’edizione di quest’opera di Giovio, insieme alla prima del 1551 che però non presenta i ritratti incisi. Due scritti in un volume, del grande storico, museologo, biografo, medico e vescovo italiano, Paolo Giovio (ComoIMG_4544_clipped_rev_1, 21 aprile 1483 circa – Firenze, 12 dicembre 1552). Laureatosi in medicina dopo lunghi studi a Padova e Pavia, fu principalmente interessato ad una carriera letteraria dove ottenne i maggiori successi, tanto da venir insignito da Leone X, del grado di Cavaliere cosa che prevedeva una pensione annua e che gli permise di dedicarsi completamente agli studi. Celebre fu anche la sua collezione dei ritratti di alcuni celebri personaggi italiani. In una lettera del 1521, espresse la sua intenzione di mettere insieme alcuni ritratti dal vero di uomini di lettere ed illustri da mostrare al pubblico con la finalità di stimolare gli uomini alla virtù. Giovio, nel corso della sua vita aggiunse ritratti di artisti, papi e principi e nel 1537 costruì un celebre museo per ospitare i dipinti a Como. Giovio convinse uomini famosi a inviargli i loro ritratti con la promessa che, nel suo museo, sarebbero stati immortalati per i posteri. La sua collezione arrivò a contare 484 ritratti, la maggior parte dei quali, presi dal vivo. Rif. Bibl.: per la prima opera Brunet III, 584; Adams vol. I, p. 486, n. 644. Seconda opera: ICCU 003572IMG_4541_clipped_rev_1

1.800 euro

58. STORIA DELL’ARTE PRIME EDIZIONI BIOGRAFIE OREFICERIA ARTE ORAFA SCULTURA PITTURA INCISIONI CINQUECENTO FIRENZE MEDICI ROMA PAPALE

   IMG_4587_clipped_rev_1Cellini Benvenuto,

Vita di Benvenuto Cellini orefice e scultore fiorentino, da lui medesimo scritta, nella quale molte curiose particolarita si toccano appartenenti alle arti ed all’istoria del suo tempo, tratta da un’ottimo manoscritto, e dedicata all’eccellenza di Mylord Riccardo Boyle, Conte di Burlington, e Cork, Visconte di Dungarvon, Barone di Clifford, e di Lansborough, Baron Boyle di Borg Hill, Lord Tesoriere d’Irlanda, Lord Luogotenente di Westriding in Yorkshire, siccome della Città di york, e Cavaliere della Giarrettiera.

In Colonia (i.e. Napoli o Firenze), per Pietro Martello, S. data (ma 1728 o 1730)

In 4° (26,4×20,2 cm); (8), 318, (10) pp. Legatura coeva in piena pergamena rigida con il titolo impresso in oro al dorso. Esemplare che presenta fioriture e bruniture sparse dovute alla qualità della carta utilizzata. Prima edizione, da non confondersi con la contraffazione, di questa importantissima fonte di storia dell’arte. Nello stesso anno uscì una contraffazione che si distingue, oltre che per alcune caratteristiche tipografiche anche per il numero di pagine. Il Gamba (serie dei testi di lingua, n.337) esplica dettagliatamente le caratteristiche della prima edizione: mascherone al frontespizio con orecchie asinine; prima pagina della dedicatoria su 19 linee anziché 21; pagine delle carte dell’indice non numerate; la sesta linea del frontespizio terminante con la parola “apparte-“. Quanto ai dati tipografici (falsamente indicati al frontespizio come “in Colonia per Pietro Martello”, il Gamba attribuisce la stampa a Napoli e indica come data di stampa, l’anno 1728. Seppur tali dati tipografici sono ancora considerati come validi, recenti studi hanno fatto nascere alcuni dubbi.  Alcuni bibliografi, ad esempio, hanno notato che il dedicatario dell’opera, Riccardo Boyle conte di Burlington, qualificato al frontespizio anche con il titolo di Cavaliere della Giarrettiera, ottenne tale onorificenza soltanto nel 1730. Il catalogo della Biblioteca Vaticana indica come supposta data di stampa l’anno 1730. Per quanto concerne iIMG_4586_clipped_rev_1l luogo di stampa, si propende per indicare la città di Firenze (così già il Cicognara) anche se non è da escludere che la stampa sia avvenuta a Napoli. Antonio Cocchi, che sottoscrive la dedica con lo pseudonimo Seb. Artopolita, scrisse anche la prefazione dello stampatore. Il manoscritto originale autografo della Vita apparteneva, alla fine del 600 alla famiglia Cavalcanti di Firenze, e da esso erano state estrapolate alcune copie manoscritte che circolarono nel corso del seicento. Prima edizione di questa celeberrima autobiografia del grande scultore, orafo, argentiere e artista fiorentino, Benvenuto Cellini (Firenze, 3 novembre 1500 – Firenze, 13 febbraio 1571), considerato fra i massimi esponenti del Manierismo. La maggior parte delle informazioni biografiche di Cellini, sono giunte fino a noi, proprio grazie a questa autobiografia. Cellini frequentò nella sua città natale la bottega dell’orafo e armaiolo Michelangelo Bandinelli, per poi passare, due anni dopo, sotto la guida di Antonio di Sandro, detto Marcone, che lo stesso Cellini definisce «bonissimo praticone, e molto uomo dabbene, altiero e libero in ogni cosa sua». Nel 1615, a causa di una rissa (la prima di diverse che lo videro coinvolto nella sua avventurosa vita), venne esiliato insieme al fratello a Siena. Qui l’artista, entrò nella bottefa di oreficeria di Francesco Castoro. Nel 1523 è a Roma, dove entra a servizio, nella bottega di Lucagnolo da Iesi. E’ qui che inizia a produrre gioielli autonomamente (notevoli i due candelieri per il vescovo di Salamanca e il gioiello per la moglie di Sigismondo Chigi), per poi passare nel 1524 presso Giovan Francesco della Tacca. Alla fine dell’anno, Benvenuto apre una bottega propria ed entra a far parte della fanfara di papa Clemente VII. “Tra le opere d’arte espressamente ricordate nella Vita, agli anni romani risalgono delle acquerecce per il cardinale Cibo Malaspina e per altri prelati, un boccale e vaso d’argento per Berengario da Carpi, medaglie d’oro da berretto maschile per il gonfaloniere Cesari, e infine pugnali e anelli d’oro e d’acciaio. […] Nel 1527, con l’affacciarsi alle porte dell’Urbe dei lanzichenecchi al soldo di Carlo V d’Asburgo, Cellini riparò insieme a papa Clemente VII nel castel Sant’Angelo, partecipando attivamente alla sua difesa nella duplice veste di archibugiere e bombardiere: il sacco di Roma vide infatti Cellini uccidere il comandante degli assedianti, Carlo III di Borbone-Montpensier, e ferire il suo successore principe d’Orange, come egli stesso riporta nella Vita (sono quindi IMG_4588_clipped_rev_1informazioni non accertabili, seppur mai smentite).”. Nella capitale entra in contatto con Giulio Romano ed artisti della cerchia di Raffaello da questo momento in poi è un susseguirsi di successi e grandi opere presso papa Paolo III, poi in Francia alla corte di re Francesco I e poi, di nuovo a Firenze, al servizio dei Medici, dopo che Cosimo I de’ Medici lo elevò a scultore di corte, concedendogli un’abitazione signorile in via del Rosario, dove, fra l’altro, lo scultore impiantò la propria fonderia ed assegnandogli, in più, uno stipendio annuo di duecento scudi. “Dal 1558 al 1567 Cellini fu impegnato nella stesura della sua autobiografia, La Vita di Benvenuto di Maestro Giovanni Cellini fiorentino, scritta, per lui medesimo, in Firenze, poi stampata postuma a Napoli nel 1728. Ricorrendo a un linguaggio schietto e spontaneo e attingendo a piene mani dal potere espressivo della lingua fiorentina, Cellini con quest’opera consegnò ai posteri un valente documento biografico dove narra della genesi delle sue opere e dei vari episodi che hanno caratterizzato la sua irregolare esistenza, con passi destinati a divenire celebri (l’esorcismo nel Colosseo, la visita di Francesco I all’atelier a Parigi, la fuga da Castel Sant’Angelo). Altrettanto prezioso è anche il valore storiografico dell’opera, che si propone come un affresco della società del Cinquecento, come osservato dal critico letterario Carlo Cordié: «Così Benvenuto finì per diventare un modello, anzi un eroe e forse anche un mito: era un po’, per intendersIMG_4589_clipped_rev_1i, il rappresentante di un’Italia dei pugnali, dei veleni e degli intrighi quale poté vagheggiarla uno spirito lucidissimo eppur romanticamente inquieto come Stendhal. Non senza ragione il suo Fabrizio del Dongo evade – nella Chartreuse de Parme – dalla Torre Farnese come il Cellini aveva fatto da Castel Sant’Angelo!» (Carlo Cordié)”. Prima edizione di questa importantissima autobiografia e fonte di storia dell’arte. Rif. Bibl.: Parenti, p. 58; Bartolomeo Gamba, Serie dei testi di lingua italiana…, Venezia, tip. di Alvisopoli; Milano, A. Fortunato Stella e figli, 1828, p. 71; Gamba, 337. Parenti, Diz. Luoghi falsi, pag. 58; Parenti, Prime ediz. italiane, pag. 152; Schlosser Magnino, pag. 362-363; Graesse II 99.

1.000 Euro

59. DIRITTO LEGGE DEL MARE LEGGE MARITTIMA LEX RHODIA OLANDA DUTCH CODICI DEL COMMERCIO MARITTIMO DIRITTO NATURALE PRIME EDIZIONI

IMG_4602_clipped_rev_1Bynkershoek Cornelius van,

Cornelii van Bynkershoek, juriconsulti, Ad l. Axiosis IX. De lege Rhodia de jactu liber singularis et de dominio maris dissertatio,

Hagae Batavorum, apud Joannem Verbessel, Joan. fil. bibliopolam., 1703.

In 8° (15,4×9,3 cm); (24), 119, (5), 106, (2) pp. Legatura coeva in piena pergamena con titolo manoscritto da mano coeva al dorso. Esemplare leggermente ed uniformemente brunito a causa della qualità della carta utilizzata nela stampa. Titolo in rosso e nero. Esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione. Rara prima edizione di questa importante trattato del celebre giurista olandese, Cornelis van Bynkershoek (Middelburg, 29 maggio 1673 – L’Aia, 16 aprile 1743) dedicato alla “Lex Rhodia”, conosciuta come “Lex rhodia de iactu”, antico regolamento sulla navigazione e legata, particolarmente allo “ius naufragi”  che prevedeva  agli abitanti delle coste di impadronirsi sia IMG_4601_clipped_rev_1dei relitti in mare sia delle imbarcazioni (e quindi anche del loro contenuto) che sbarcavano per evitare un rovinoso affondamento quando le condizioni climatiche si facevano impervie. Nella tradizione giuridica ellenistica, si attribuisce il merito di aver interrotto questa pratica e di averla regolarizzata da parte dei romani, appunto con la codificazione della Lex Rhodia. Verso la fine del seicento con l’intensificarsi dei traffici marittimi e del dibattito giuridico internazionale sulla regolarizzazione del commercio marittimo. Nel corso del settecento il dibattito si spostò sul concetto di acque territoriali e su quante queste si estendessero. In questo dibattito si inserisce l’importante lavoro di Cornelis van Bijnkershoek  che nel suo trattato “De Dominio Maria” del 1702 elaborò la celebre “regola dei colpi di cannone” (ancora oggi valida e che restringe le acque territoriali alle 12 miglia nautiche) che suggeriva che i diritti di proprietà su un bene in mare, potessero essere pretesi solo da un’occupazione effettiva del bene ed n poche parole dalla portata effettiva di un cannone da terra. Sostenitore del diritto naturale, l’autore olandese, si contrappone all’idea dei precedenti storici di Ugo Grozio. Nel 1703, l’autore, specificò ed elaborò in forma compiuta il suo pensiero relativo alla Lex Rhodia. Questa prima edizione qui presentata è rarissima.  Rif. Bibl.: OCLC number 81570289; ICCU IT\ICCU\UBOE\061112.

600 euro

60. PETER PAN RACKHAM ILLUSTRATORI TIRATURA IN 100 COPIE PRIME EDIZIONI

IMG_5025_clipped_rev_1IMG_5021_clipped_rev_1IMG_5024_clipped_rev_1IMG_5026_clipped_rev_1IMG_5020_clipped_rev_1IMG_5023_clipped_rev_1

IMG_5018_clipped_rev_1Sir James Matthew Barrie, Arthur Rackham, 

Piter Pan. Douze Réproductions en couleur des Originaux de A. Rackham qui ont servi à l’Illustration de l’Ouvrage de J.M. Barrie. [Illustrated by Arthur Rackham],

Paris, Hachette, 1911

 In folio grande; set completo delle 12 suite di tavole originali che Arthur Rackham utilizzò per illustrare Peter Pan, il capolavoro ed uno dei libri più significativi della letteratura per ragazzi, opera del grande drammaturgo e scrittore scozzese, Sir James Matthew Barrie, I baronetto, più noto semplicemente come J. M. Barrie (Kirriemuir, 9 maggio 1860 – Londra, 19 giugno 1937). Esemplare appartenuto al celebre caricaturista ed illustratore italiano, Umberto Tirelli, come attesta anche l’ex-libris applicato all’interno della scatola. La scatola contente il volume è probabilmente stata fatta eseguire da Tirelli direttamente dall’editoreIMG_5016_clipped_rev_1 Hachette. Infatti, a differenza degli altri esemplari conosciuti, che presentano al piatto editoriale una scritta su foglio in nero che riprende il titolo, il nostro esemplare, vede al piatto anteriore della scatola, applicato in apposito spazio, una tela verde con titolo impresso in oro, del tutto identica a quella presente nel frontespizio all’interno del volume. Dato che per poter avere un’altra tela del tutto identica a quella della legatura si sarebbe dovuto avere un altro dei 100 esemplari stampati, è probabile che Tirelli che era solito risiedere a Parigi, abbia chiesto ad Hachette di realizzare una scatola appositamente per lui con, appunto, il frontespizio di un altro esemplare. Legatura originale editoriale con titolo impresso in oro al piatto anteriore. Lacci in seta. Il nastro originale centrale in seta è probabilmente stato sostituito nel corso degli anni mentre i IMG_5017_clipped_rev_1lacci per la chiusura del volume sono chiaramente originali. Esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione. Le tavole risultano montate ognuna entro il loro passe-partout originale. Primissima edizione delle suite di 12 tavole della celeberrima visione di Rackham delle avventure di Peter Pan. L’edizione francese del “Portfolio” delle tavole di Peter Pan, fu la prima edita in assoluto e venne stampata in soli 100 esemplari numerati (il nostro è l’esemplare numero 52), seguirono poi un’edizione inglese nel 1912 in 500 esemplari (anche se sembra che non ne furono tirate più di un centinaio di copie) ed un’edizione americana nel 1914 edita da Brentano, questa in 300 copie. Il volume si avvalse di un’introduzione di Robert de la Sizeranne (Tain, Drôme, 1866 – Parigi 1932), celebre scrittore francese che fu tra i divulgatori, nel suo paese, delle vedute estetico-religiose di J. Ruskin. In questa versione le tavole sonoIMG_5019_clipped_rev_1 notevolmente più grandi rispetto a quelle comparse nel volume in 8° uscito nel 1906 e vennero ritirate nuovamente in toto. “Peter Pan in Kensington Gardens” è stato pubblicato nel 1906 ed è stato uno dei primi successi di Arthur Rackham. Il celebre illustratore britannico iniziò l’attività di illustratore fin dal 1893. I suoi primi lavori che gli diedero una certa fama, sono le illustrazioni per le fiabe dei fratelli Grimm (1900) e Rip van Winkle, edito nel 1905 ma è con l’uscita nel 1906 del “suo” Peter Pan che l’artista ottiene uno straordinario successo e la fama fino ad esser considerato uno dei più importanti illustratori del suo tempo. Rackham vinse anche una medaglia d’oro all’esposizione internazionale di Milano del 1906 ed un’altra all’esposizione di Barcellona nel 1911. Questa qui rappresentata è una delle sue opere più rare e la limitatissima tiratura la rende difficilissima a reperirsi. First edition, 100 copies, good copy. Very rare. Rif. Bibl.: Latimore & Haskell, Arthur Rackham: A Bibliography, p. 39. Riall p. 113.

3.900 euro

61. FILOSOFIA PRIME EDIZIONI ITALIANE ILLUMINISMO SCIENZA TEORIA DELLA LUCE GRAVITA’ FISICA TEORIA GRAVITAZIONALE ASTRONOMIA

 IMG_4607_clipped_rev_1 IMG_4608_clipped_rev_1IMG_4604_clipped_rev_1Voltaire,

Elementi della filosofia del Neuton esposti dal signor di Voltaire tradotti dal francese.

Venezia, Presso Sebastiano Coleti, 1741

In 8° (18,4×12,3 cm); XXIV, 300, (4) pp. e 10 c. di tav. Legatura coeva in pieno cartoncino molle con titolo manoscritto al dorso. Un piccolo strappetto senza peridita di carta ad una delle tavole. Qualche pagina con leggero foxing al amrgine esterno e nel complesso esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione e ancora in barbe. Nello stesso anno vennero stampate due edizioni, considerate ambedue prime edizioni italiane, ambedue a Venezia, una da Coleti (quella da noi presentata) e una da Lazzaroni. Voltaire che partecipò alle esequie di Newton e del quale aveva conosciuto abbastanza bene il pensiero durante il suo esilio inglese, approfondì lo studio dell’opera dello scienziato inglese, insieme all’opera di Leibnitz, a partire dal 1728, quando la nobildonna sposata Madame du Châtelet, divenuta sua amante, lo nascose nella sua casa di campagna a Cirey, nello Champagne. La biblioteca della Châtelet conteneva 21.000 volumi e fu prorpio qui, insieme alla sua compagna che Voltaire affinò le sue conoscenze sul pensiero scientifico e filosofico dei due celebri personaggi anche grazie all’aiuto della Châtelet. Di Newton l’illuminista appreza in modo particolare, le sue teorie dell’ottica e quelle della gravità. Voltaire, fra l’altro, IMG_4603_clipped_rev_1è la fonte della famosa storia di Newton e la mela caduta dall’albero che come da lui raccontato nel “Saggio sulla poesia epica”, aveva appreso dal nipote di Newton a Londra. A Cirey, Voltaire portò avanti numerosi esperimenti per dimostrare che come aveva scoperto Newton, correttamente, la luce bianca è composta da tutti i colori dello spettro. Il filosofo francese, già all’epoca era considerato un’autorità su Newton tanto che ad esempio, Algarotti che stava preparando un’opera sullo scienziato inglese, si recò a Cirey in visita per confrontare alcune osservazioni. Gli Elementi della filosofia di Newton è una delle principali opere del filosofo francese, pubblicata per la prima volta, nel 1738 ad Amsterdam col titolo “Éléments de la philosophie de Newton mis à la portée de tout le monde” ebbe subito un notevole successo e traduzioni in molte lingue. Il saggio contribuì in modo decisivo a diffondere il pensiero e le teorie neutoninane e contine un’estesa ed approfondita, descrizione sia della teoria della luce che quella della gravitazione elaborate da Newton. Dedicato alla sua compagna dell’epoca, la Chatelet, appunto, si è arrivati ad ipotizzare che la nobildonna, celebre al suo tempo per le notevoli conoscenze matematiche e scientifiche, ne sia stata anche la coautrice e la curatrice. Appoggiandosi al pensiero empirista di Newton, Voltaire, attacca il modello cartesiano come già fatto in altre opere. I primi 14 capitoli sono dedicati alla luce, alla storia delle varie teorie prima di Newton, alle scoperte di quest’ultimo con particolare interesse per i fenomeni di riflessione e rifrazione, su come questi fenomeni si possono rendere visibili (come ad esempio nel caso dell’arcobaleno) e del funzionamento dell’occhio umano, chiudendo con le possibili applicazioni pratiche IMG_4605_clipped_rev_1delle nuove conoscenze acquisite come ad esempio, nella costruzione di telescopi sempre migliori. Seguono gli 11 capitoli dedicati alla gravità e all’interazione gravitazionale fra i pianeti. Partendo dalla contestazione delle teorie di Cartesio, l’autore arriva a provare la correttezza delle osservazioni di Galileo e di Keplero. La conclusione dell’opera è dedicata ad un’esposizione chiara e precisa, della teoria neutoniana secondo la quale, la teoria gravitazionale sia applicabile non solo ai pianeti ed alle grandi masse ma deve esser estesa, anche alle particelle più piccole. Rif. Bibl.: Gray Bibl. of the works of Newton,156 che cita l’ediz. francese di Londra, 1738, da cui e’ tratta questa versione italiana; Cioranescu,III,64736 per la I ediz. di Amsterdam, 1738.IMG_4606_clipped_rev_1

62. BIOGRAFIE MILITARIA CAPITANI DI VENTURA CONDOTTIERI SOBIESKI MONTECUCCOLI CORNARO FARNESE SAVOIA FRANCESCO D’ESTE NAPOLI RUSSIA CONDOTTIERI ARABI

IMG_4630_clipped_rev_1 IMG_4626_clipped_rev_1IMG_4628_clipped_rev_1IMG_4627_clipped_rev_1IMG_4625_clipped_rev_1Crasso Lorenzo,

Elogii di Capitani Illustri scritti da Lorenzo Crasso Napoletano Barone di Pianura.

Venezia, Presso Combi, e Là Noù, 1683

In 4° (27×18,8 cm); (12), 472 pp. Legatura coeva in piena pergamena con titolo manoscritto al dorso da mano coeva. Due leggerissimi alone alle prime 20 carte, mai intenso o fastidioso. Un piccolo tunnel di tarletto nel margine bianco di 37 carte, nella seconda parte del volume, sempre lontano dal testo e non particolarmente significativo. Marca tipografica al frontespizio con la Minerva. L’opera contiene, compresi nella numerazione delle pagine e nella segnatura, 98 ritratti calcografici dei personaggi trattati. Dedicatoria a Carlo II Re di Spagna e delle Due Sicilie. Ogni ritratto biografico vede alla fine, un sonetto o dei versi italiani e latini, composti da alcuni dei maggiori rappresentati del barocco italiano come Giovambattista Marino, Bartolomeo Crasso, Nicola Crasso, Sinibaldi, Emanuele Tesauro, Ciro di Pers, Claudio Achillini, Fulvio Testi, ecc. Prima edizione di questa celeberrima raccolta di biografie di comandanti militari illustri, scritta dal noto letterato ed avvocato napoletano, barone di Pianura e canonico, Lorenzo Crasso (1623-1691). L’autore, appartenente ad una nobile famiglia partenopea, possedeva nella sua biblioteca di famiglia nel palazzo di Vicolo San Paolo, un enorme quantità di volume a stampa e manoscritti, fra i quali la più grossa collezione di manoscritti del Cavalier Marino che però andarono poi dispersi, insieme alla biblioteca stessa, nei secoli seguenti. Crasso prese spunto per le sue biografie proprio dall’ingente materiale conservato presso la sua  biblioteca e rifacendosi all’opera di Giovio, pensò di realizzare un’opera che in qualche modo, anticipa l’idea di un’enciclopedia IMG_4629_clipped_rev_1bibliografica. Le biografie, pur essendo, precise ed in genere corrette, non presentano le informazioni sulle fonti alle quali il Crasso si rifà . Molto belli i ritratti. Annota la Vinciana: “Interessanti le seguenti biografie: Taicosama imperatore del Giappone, Gustavo Adolfo, Enrico IV, Carlo I Stuart,  Caterina Cornaro, Giorgio Basta, Raimondo Montecuccoli, cardinale Giulio Mazzarino, Lelio Brancaccio, Ferdinando III, Francesco d’Este, G. B. Grimani, Ladislao re di Polonia, Lelio Brancaccio, Andrea Cantelmo, Lazaro Mocenigo, Lodovico XIII, Ambrogio Spinola, Odoardo Farnese, Oliviero Cromwell, Tomaso principe di Savoia, Michele Federovicio e Alessio Michalowicz granduchi di Moscovia, Chà Abbas re di Persia…”. Opera non comune, in prima edizione ed in  legatura coeva. Rif. Bibl.: Autori italiani del Seicento, II, n. 1480; ); Olscki, Choix, 15611; Brunet, II, 408; Vinciana, 1480 (con elenco completo dei poeti di cui sono riportati i versi); Piantanida 1480; Hayn, 75, 4; Ebert 5414.

1.000 euro

63. VIAGGI INDIA STORIA ORIENTE ORIENTALISMO SCOZIA EDIMBURGO STORIOGRAFIA ECONOMIA COMMERCIO DOTTRINE FILOSOFICHE ORIENTALI INDUISMO PRIME EDIZIONI ITALIANE

 IMG_4657_clipped_rev_1  IMG_4655_clipped_rev_1Robertson Guglielmo,

Ricerche istoriche su la conoscenza che gli antichi ebbero dell’India E su’ progressi del commercio con questa regione, prima della scoperta del passaggio per il Capo di Buona-Speranza : Con un’appendice su lo stato civile, le leggi, i giudizj, le arti, le scie nze, i riti religiosi degl’Indiani. Composte in inglese dal dottore Guglielmo Robertson e tradotte in italiano dal dottore Angelo Guerrieri. Tomo I-II.

In Napoli, Per Vincenzo Flauto, 1793

In 8° (18,8×11,6 cm); due tomi: VIII, 319, (1) pp. e 2 grandi c. di tav. più volte ripiegate, 188 pp. Legature coeve in piena pergamena rigida con titolo e numero del volume al dorso. Tagli spruzzati. Qualche carta con leggere bruniture dovute alla qualità della carta utilizzata. Esemplare completo anche delle due carte spesso assenti ed in buone-ottime condizioni di conservazione. Prima edizione italiana di questa importante studio dedicato all’India ed al commercio con essa, scritta dal noto storico, storiografo, teologo scozzese William Robertson (Borthwick, 19 settembre 1721 – Edinburgo, 11 giugno 1793). Rettore dell’Università di Edimburgo per quasi trent’anni, ha dato contributi notevoli alla storia dell’sud America, della Spagna e della Scozia stessa. Cappellano del Castello di Stiriling, fu anche cappllano del re in Scozia. Fedele presbiteriano e un whig, si offrì volontario per difendere la città contro i giacobiti guidati dal principe Carlo Edoardo Stuart nel 1745. Nel 1754 fu un membro originale della Select Society, indicata anche come laIMG_4654_clipped_rev_1 Edinburgh Select Society. Le sue opere “Storia della Scozia fra il 1542 e 1603” (1759) e “Storia d’America” (1777), sono considerati alcune delle opere storiche più importanti del settecento. Figura preminente dell’illuminismo scozzese, fu tra i fondatori della Royal Society di Edimburgo. Nel 1791, il celebre storico scozzese, William Robertson, pubblicò il suo ultimo lavoro, “An Historical Disquisition concerning the Knowledge which the Ancients had of India”, nel quale esplorò i collegamenti commerciali e culturali dell’India e dell’Occidente dai tempi antichi fino alla fine del il XV secolo. Questo studio è considerato fra i primi esempi del movimento “orientalista” britannico e dello studio dell’espansione del dominio britannico in India. Per certi versi il suo lavoro che pur rifletteva i presupposti e gli approcci della scuola orientalista britannica, probabilmente anche in risposta alle critiche mosse a Robertson secondo le quali la sua precedente Storia dell’America era stata troppo sprezzante nei confronti delle culture amerindi, andò oltre rispetto a molti orientalisti nella sua interpretazione positiva della cultura indiana e della loro opposizione a una politica imperiale interventista e repressiva. In effetti, il lavoro era in gran parte diretto a preservare l’antica e sofisticata civiltà indiana dall’imperialismo culturale occidentale. La visione favorevole di Robertson su ciò che percepiva come credenze monoteiste alla base dell’induismo “classico”, rivela molto sui suoi atteggiamenti religiosi come sacerdote e leader del partito “moderato” nella Chiesa di Scozia. La sua storia dell’India verrà sottovalutata in Gran Bretagna (nonostante le sue grandi vendite), in gran parte, non per il valore dell’opera in sé, indubitabile, ma per la situazione politico, religiosa e sociale del Regno Unito dell’epoca. Le sue tesi sull’induismo e la sua critica delle missioni cristiane, non potevano che esser in contrasto con la crescente ondata di risveglio evangelico che stava vivendo in quegli anni il suo paese natale. Tuttavia, la sua opera, grazie anche alle numerose traduzioni, venne lentamente recuperata e valorizzata, con il passare degli anni, arrivando ad avere un ruolo di primaria importanza nel promuovere l’interesse per l’India, nel continente europeo e rappresentò uno dei risultati più significativi del tardo illuminismo scozzese. Prima edizione italiana, completa e non comune. Rif. Bibl.: ICCU IT\ICCU\NAPE\010474.IMG_4656_clipped_rev_1

420 euro

64. MANIFESTI LIBERTY TERME REALI VALDIERI CUNEO ALPI MARITTIME IDROTERAPIA METODO WASSMUTH BARMEN RARITA’ DE CAROLIS

Senza titolo-108De Carolis Adolfo,

Terme di Valdieri, Cuneo Piemonte a 1375 m. sul mare, Paolo Marini Concessionario. Terme di Valdieri nuova installazione Sala di  Inalazione sistema Wassmuth di Barmen Primo Impianto in Italia. Aperto dal 25 Giugno a Settembre.

Roma, Lit. L. Sansoni, S. data ma 1895-1905 circa

In folio imperiale 100×74 cm. Magnifico manifesto Liberty, esemplare in ottime condizioni di conservazione. Rarissimo, forse stampato in un unico esemplare per pubblicizzare le celeberrime terme storiche “reali” di Valdieri, in provincia di Cuneo, in Valle Gesso nel parco Naturale delle Alpi Marittime, che furono fra i luoghi prediletti di Vittorio Emanuele II. Il manifesto, realizzato dal grande pittore, incisore, illustratore, xilografo e fotografo italiano, Adolfo De Carolis (Montefiore dell’Aso, 6 gennaio 1874 – Roma, 7 febbraio 1928), presenta tutte le caratteristiche del tratto dell’autore. Realizzato in età giovanile dal celebre artista presenta, sotto la grande scritta “Terme di Valdieri”, fanciulle in un ambiente bucolico nel classico tratto di De Carolis. Seguono le note generale e le date d’apertura con due dame che sorreggono ricchi fregi floreali. Sul lato destro le patologie curate nella struttura “Reumatismi, artriti, gotta, nevralgie, malattie epatiche, malattie dell’utero, anemia, malattie cutanee, affezioni ossee, ingorghi glandolari, malattie urogenitali, debolezze generali, malattie degli occhi”. Appena sotto le attività e gli edifici principali dell’importante stazione termale, illustrate anche da due immagini sotto il testo scritto. Si legge nel manifesto: “Stufe sudatorie naturali. Fanghi. Muffe. Bagni solforosi. Inalazioni. Idroterapia. Cura lattea e climatica. Sorgenti magnesiache e ferruginose. Lawn tennis. Casino. Concerto due volte al giorno.”. Come riportato nella legenda del manifesto le Terme di Valdieri sorgono a 1375 metri sul livello del mare. La sorgente calda presente nel luogo è conosciuta da epoca immemorabile ma il primo documento ufficiale che le cita risale al 1588 quando l’amministrazione locale fece erigere un primo stabilimento. La fama del luogo crebbe velocemente. Nella seconda metà del settecento, Carlo Emanuele III si appassionò al luogo e fece costruire una nuova struttura denominata “il Baraccone”. Dopo il periodo rivoluzionario i Savoia diedero nuovo impulso al luogo facendo realizzare una comoda strada di collegamento tra le terme e Sant’Anna di Valdieri. Nel 1855 la gestione delle Terme viene assunta da una società appositamente creata che sviluppa in modo deciso il luogo edificando nuovi edifici e pubblicizzando la struttura. Nel 1857 Vittorio Emanuele II visita il luogo e se innamora a tal punto da far nascere la “Riserva di Caccia Reale di Valdieri” e fa edificare la residenza estiva a Sant’Anna, le case di caccia di San Giacomo di Entracque e del vallone del Valasco, più quattro chalet presso le terme, uno dei quali destinato alla bella Rosìn. Nello stesso anno il monarca fa posare la prima pietra di un hotel che è oggi l’Hotel Royal Centro Benessere di Terme di Valdieri. Al momento della realizzazione del manifesto, il concessionario delle terme era Paolo Marini gestore anche del celebre Hotel Des Iles Britanniques di Sanremo. In fondo al manifesto si trovano anche i possibili itinerari e mezzi utilizzabili per raggiungere le Terme. Manifesto rarissimo ed in ottime condizioni di conservazione.

65. NOVECENTO PRIME EDIZIONI MODENA AUTOGRAFI

IMG_4652_clipped_rev_1Cavani Guido,

Silvestro, cronaca sceneggiata in quattro tempi.

Modena, Tpografia Ferraguti, 30 novembre 1956

In 8° (17,5×13,5 cm); 176, (3) pp. Brossura editoriale con titolo e autore in rosso e nero al piatto 66. anteriore. Esemplare con lievi difetti ma arricchito dalla rara dedica autografa di Cavani all’amico Marcello Morselli, alla prima carta bianca. I volumi autografati da Cavani sono sempre rari. Esemplare ancora a fogli chiusi. Prima edizione di quest’opera del celebre del celebre poeta modenese, Guido Cavani (1897-1967). Dopo aver frequentato a tempi alterni gli studi, a causa delle scarse possibilità economiche della famiglia ed aver ottenuto la licenza tecnica, venne assunto dalla Tipografia Vincenzi. Prese parte al primo conflitto mondiale sugli altipiani di Asiago e Caporetto. Cavani pubblicò la sua prima raccolta di componimenti “Liriche Campagnole”, dichiara ispirazione pascoliana, nel 1923 presso la stessa tipografia dove lavorava. Fu con Zebio Cotal, che scoperto da Pasolini (ripubblicato da Feltrinelli nel 1961) che Cavani raggiunse il successo. Le liriche di “Riposo d’ogni giorno” descrivono le tematiche esistenziali dell’autore attraverso un’abile sintesi fra forme ed immagini desunte dai paesaggi e dalle presenze naturalistiche che l’autore incontra, nel territorio modenese. Esemplare ancora a fogli chiusi. Del 1956 è la “cronaca sceneggiata in quattro tempi” Silvestro (Modena 1958), venne segnalata al premio Marzotto del 1958 per il teatro. Prime edizione autografa. Rif. Bibl.: Gambetti-Vezzosi, Rarità Bibliografiche Del Novecento Italiano, 2007.IMG_4653_clipped_rev_1

130 euro

66. BENEVENTO BIOGRAFIE PRIME EDIZIONI CAMPANIA LETTERATURA STORIA MILITARIA CONDOTTIERI STORIA LOCALE CAMPANA

  IMG_4659_clipped_rev_1Giovanni di Nicastro,

Beneventana pinacotheca, in tres libros digesta, quorum primus Beneventi imaginem fundatione, antiquitate, pietate, nobilitate, rebusque præclarè gestis ornatam innuit. Secundus divos, pontifices, purpuratos, ac antistites effert. Tertius tandem viros toga, sagoque illustres indigitat. Auctore Joanne de Nicastro patritio Beneventano, & Sipontino, U. J. D. ac S. Metropolitana Ecclesia Archidiacono. Eminentiss. et reverendiss. principi Fr. Vincentio Mariae, Ordinis  Praedicat. episcopo Portuense, S. R. E. Cardinali Ursino, S. Beneventane Ecclesiae meritassimo Archiepiscopo dicata.

Beneventi, ex Archiepiscopali Typographia, 1720

In 4° (21,2×15,2 cm); (48), 265, (16) pp. Legatura coeva in piena pergamena molle con titolo manoscritto da abile mano coeva al dorso. Tagli spruzzati inIMG_4658_clipped_rev_1 rosso. Esemplare in ottime condizioni di conservazione. Dedicatoria al Principe Cardinale Orsini. Prima rara edizione di questa importante opera del noto storiografo, giurista e prelato beneventano, Giovanni de Nicastro (1659 – 1738), fu Arcidiacono “della metropolitana di Benevento” e vescovo di Claudopoli. Personaggio dai numerosi interessi e dalla grande cultura, Giovani fu particolarmente devoto di San Gennaro, divenendo anche una delle fonti del frate Carmelitano Scal zo Girolamo Maria di S. Anna, per le notizie riguardanti la presenza di reliquie del santo presenti a Benevento che il frate avrebbe, poi, utilizzate per la sua 67. biografia della vita e dei miracoli di San Gennaro edita a Napoli nel 1733.  L’opera qui presentata è un’importante fonte della storia di Benevento che ripercorre le biografie dei più importanti personaggi della città descrivendone gesta e opere, varie anche inedite ed andate oggi disperse. Prima ed unica rara edizione. Rif. Bibl.: ICCU IT\ICCU\SBLE\014022; Lozzi, 310, nota:” Raro”; Lubrano, 453; Rossi 140 lo definisce “Rarissimo”; Dura, n 11009; Minieri – Riccio p. 237; Zazo, p. 150; Fera-Morlicchio, I, 375 dice che si tratta di “Rara settecentina”.IMG_4660_clipped_rev_1

1.100 euro

67. EBREI STORIA DEL POPOLO EBRAICO PRIME EDIZIONI ITALIANE EBRAISMO

 IMG_4673_clipped_rev_1 (1)IMG_4671_clipped_rev_1   IMG_4669_clipped_rev_1Prideaux Humphrey,

Storia de’ giudei, e de’ popoli vicini, dalla decadenza de i reami d’Israele, e di Giuda fino alla morte di Gesù Cristo. Del sig. Prideaux, Decano di Norwich. Tradotta dal franzese. Tomo primo-sesto. (Completo).

In Venezia, presso Giambattista Pasquali, 1738

In 8° (17×11,1 cm); sei tomi: XLVIII, 293, (3) pp. e 9 c. di tav. fuori testo, alcune più volte ripiegate (un piccolo strappo senza perdita di testa ad una delle tavole anticamente restaurato); (4), 375, (3) pp. e due c. di tav. fuori testo più volte ripiegate (uno strappetto senza perdita di carta ad una delle tavole; (4), 370 pp. e una grande c. di tav. più volte ripiegata; (4), 363, (3) pp. e una grande c. di tav. più volte ripiegata; (4), 368 pp. e una grande c. di tav. più volte ripiegata; (4), 241, (1 b.), LXVII, 68-154, (2) pp. e una grande c. di tav. più volte ripiegata. Legature omogenee in piena pergamena molle con titolo e numero del volume impressi in oro al dorso. Tagli spruzzati. Qualche pagina con minimo foxing dovuto alla qualità della carta ma nel complesso esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione. Le tavole si dividono in carte geografiche realizzate da F. Polanzani (Palestina, Grecia, Turchia, Penisola arabica, Persia, India, Africa del Nord, ecc.) e 7 tavole di costumi e monumenti (pianta del Tempio fìdIMG_4668_clipped_rev_1i Gerusalemme, pianta di Babilonia, tabernacolo, candeliere d’oro, ecc.). Prima edizione non comune da reperire completa ed in legatura coeva di questa importante opera storica che ricostruisce la storia e le usanze del popolo ebreo scritta dal noto teologo ed ebraista inglese, Humphrey Prideaux (Padstow, 3 maggio 1648 – Norwich, 1º novembre 1724), riconosciuto come l’autore del primo trattato di storia ebraica “intertestamentale” a connettere l’Antico con il Nuovo Testamento. L’autore studiò prima a Liskeard e poi a Bodmin, per poi trasferirsi alla Westminster School e quindi al Christ Church College a Oxford. Qui conseguì il titolo di studio e vi lavorò, poi, dal 1679 come istruttore d’ebraico e bibliotecario. Nel 1686 lasciò Oxford per Norwich dove aveva ottenuto l’incarico di canonico della cattedrale: Nel 1702 fu insignito della carica di decano e partecipò attivamente alla vita politica della città. A lui si deve anche una delle prime vite di Maometto ad apparire in occidente, pubblicata nel 1697. L’opera qui presentata, considerata il suo capolavoro, fu elaborata fra il 1716 ed il 1718, anche se raccoglie appunti raccolti anche negli anni precedenti. A lui si deve la creazione della categoria di giudaismo intertestamentario a definire il periodo del Secondo Temple come il periodo di connessione tra l’Antico e il IMG_4670_clipped_rev_1Nuovo Testamento ed il suo lavoro fu considerato per oltre cento anni, la più esaustiva storia dell’ebraismo, pubblicata non da un ebreo. L’autore attinse notizie da James Ussher ed il lavoro, fu tra le prime opere inglesi ad usare il termine Vulgar Era, sebbene Keplero usasse il termine già nel 1635. Lo studio portò, anche ad una controversia tra Prideaux e suo cugino, Walter Moyle. Jean Le Clerc ne scrisse un esame critico, che fu pubblicato in inglese nel 1722. L’opera rimane ancora oggi un’importante fonte per la storia del popolo ebraico. Prima edizione italiana, completa. Rif. Bibl.: ICCU IT\ICCU\TO0E\074669 variante B del quinto volume del V volume); Brunet IV, 872 (cita una traduz. francese del 1728 ma si riferisce palesemente a questa edizione).

800 euro

68. PADOVA UNIVERSITA’ STORIA LOCALE PRIME EDIZIONI GUBBIO ROVIGO

 IMG_2323_clipped_rev_1IMG_2324_clipped_rev_1 (1)IMG_2322_clipped_rev_2Riccoboni Antonio,

De Gymnasio Patavino commentariorum libri sex : quibus antiquissima eius origo & multa preclara ad Patavium pertinentia: doctoresq. clariores usq; ad an. 1571 : ac deinceps omnes, quotquot in eo floruerunt, & florent : eorumq. controversiae : atq. alia memoratu dignissima recensentur : opus ut non amplius pertractum : sic studiosis antiquitatis valde expetendum. Cum duplici indice, altero capitum, altero praecipuarum rerum capitibus comprehensarum.

Patavij (Padova), Fran ciscum  Bolzetam, 1598.

In 4°(23,3×17,3 cm); (8), 148 pp. (errore di numerazione, come in tutti gli esemplari, da pagina 24 a 28 con inversione della sequenza dei numeri). Bella legatura coeva in piena pergamena molle con titolo abilmente ed elegantemente manoscritto da mano coeva al dorso. Dorso in parte staccato dal volume che si presenta però ben rilegato. Antica firma seicentesca alla prima carta bianca “Pencologia Moroni (?)” anticamente cancellata a china ma ancora ben leggibile. Antica firma di appartenenza dell’inizio del seicento al margine basso del frontespizio solo in parte comprensibile “Hora tio ….”. Bello stemma xilografico al frontespizio. Un leggerissimo alone, ininfluente, al margine esterno bianco delle prime tre carte. Un piccolo alone al margine esterno bianco delle ultime 8 carte, insignificante. Due forellini di tarlo al margine esterno bianco delle ultime due carte e nel complesso, esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione. Prima non comune edizione, di questa celebre storia dell’Università di Padova, scritta dal grande storico ed umanista, Antonio Riccoboni (Rovigo, 1541 – Padova, 1599). L’opera ripercorre la storia dell’ateneo patavino dalla sua fondazione nel 1222 al 1598. Grande rilievo è dato agli anni compresi dal 1520 al 1598 con biografie dei professori principali come ad esempio, Andrea Vesalio. Ad esempio il quarto libro presenta alcune celebri diatribe IMG_2320_clipped_rev_1scaturite all’interno dell’ateneo che videro coinvolti illustri personaggi su questioni di varia natura, come C. Sigonio, J. Zabarella, F. Piccolomini, G. Denores, G.B. Guarini, F. da Acquapendente e lo stesso Riccoboni. I libri quinto e sesto, infine, narrano episodi o eventi di cronaca legati alla storia dell’università, come le feste celebrat e nel ginnasio per la vittoria di Lepanto, la nascita dell’Accademia degli Animosi, l’inaugurazione del teatro anatomico, ecc. Nelle pagine  132 e 133 viene anche ricostruito il noto fatto di cronaca dell’assassinio della nobildonna e poetessa originaria di Gubbio, Vittoria Accoramboni nel 1585 che tanto scalpore fece all’epoca e che portò alla condanna a morte di Ludovico Orsini, parente del marito della Accoramboni, sospettato di esser stato il mandato dell’omicidio. Riccoboni, nato a Rovigo, dove per breve tempo fece anche parte del Collegio dei Notai  allievo di Carlo Sigonio, Paolo Manuzio e Marc Antoine Muret, fu professore di eloquenza dell’Università di Padova per lungo tempo. Associato all’Accademia degli Addormentati insieme a Luigi Groto, Domenico Mazzarello e Giovanni Domenico Roncalli, era uno degli affiliati quando l’accademia venne soppressa per le simpatie eterodosse che vi venivano professate. Nel 1570, aggregato al Consiglio dei n obili rodigiani, fu una delle figure principali della rielaborazione degli statuti cittadini. Nel 1571 succedette a Giovanni Fasolo nella cattedra di retorica dell’ateneo padovano, su invito diretto di Lorenzo Massa, dopo che la stessa cattedra era stata rifiutata da Muret. Nel 1573 fa parte 1573 dell’Accademia degli Animosi, consesso fondato dall’abate Ascanio Martinengo, cui partecipano anche Sperone Speroni, Bernardino Tomitano e Francesco Piccolomini. “Durante il trentennio padovano adibì la sua casa a collegio, ospitandovi fino a dodici studenti (tra essi, nel 1594, Guido Bentivoglio), e lavorò alacremente alla traduzione e al commento di alcune opere aristoteliche”. Autore prolifico, numerosi sono gli scritti di Riccoboni dedicati alla poetica, la retorica e l’eloquenza, oltre ad alcune valent i pubblicazioni dedicati alla storiografia. “Un’accesa controversia con Carlo Sigonio ebbe origine nel 1583, quando fu pubblicata a Venezia, priva di note editoriali e di commento, una Consolatio attribuita a Cicerone (M. Tullii Ciceronis Consolatio. Liber quo se ipsum de filiae morte consolatus est…). Subito Riccoboni pubblicò a Padova una lettera a Girolamo Mercuriale, in cui esprimeva dubbi sull’autenticità della novità editoriale, incongrua rispetto allo stile e ai temi dell’opera ciceroniana”. Fu impegnato in diverse dispute con Joseph Scaliger. “Alla storia della sua Università Riccoboni diede nel 1599 un contributo fondante con la pubblicazione del De Gymnasio Patavino, ultima sua opera, primo tentativo di ricostruire le vicende dell’istituzione, a cominciare dai lontani e oscuri prim IMG_2324_clipped_rev_2ordi, per delinearne quindi ubicazione, edifici, cariche accademiche e principali vicende sotto la dominazione dei Carraresi prima e di Venezia poi, e per fornire un ampio quadro biografico di professori che contribuirono alla sua crescita; nonostante comprensibili difetti – sottolineati in modo un po’ ingeneroso da Jacopo Facciolati – il lavoro è un punto di riferimento nelle indagini storiche sull’Università di Padova e sulla cultura veneta quattro e cinquecentesca”. Fu in corrispondenza con alcuni dei principali intellettuali della sua epoca fra i quali anche Galileo Galilei. Francesco Bolzetta, che ha firmato la presente edizione, fu in realtà soltanto editore e libraio e fece stampare il libro coi tipi del Pasquati (cfr. E. Veronese Cesaracciu, Bibliografia dell’Università di Padova, in: Quaderni per la storia dell’università di Padova, 1993-94, pp. 26-27 e 301). Prima non comune edizione in bella legatura coeva ed in buone-ottime condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: Graesse VI, 110; Adams II, R 496; BM STC: Italian Books, 555; Jöcher III, divisione 2090; Zedler XXXI, divisione 1509.

850 euro

69. PRIME TIRATURE VENTIQUATTR’HORE BOLOGNA MITELLI MESTIERI INCISORI INCISIONI

Tre serie complete di Mitelli, IMG_0611_clipped_rev_1tutte nella rarissima prima tiratura (da non confondersi con le tirature seguenti). Mitelli Giuseppe Maria, Le ventiquattr’hore dell’humana felicità consacrate all’Em.mo et Rev.mo Prenc.e Card. D. Gio. Nicola Conti. Invenzione disegno ed intaglio di Giuseppe Mitelli Pittore Bolognese. (Bologna), S. stampatore, 1675. Unito a: L’arti per Via, disegnate, intagliate, et offerte Al grande, et alto Nettuno Gigante Sig: della Piazza di Bologna da Gioseppe M:a Mittelli …, (Bologna), S. stampatore, 1660. Unito a: Set completo dei 4 proverbi satirici in prima edizione: Facchino, l’Orbo Ugolin, Mangiaben e Chiloga, 

In folio (37,5×28,8 cm); tre opere in un volume: (28) cc. nn., (41) cc.nn. e (4) cc. nn. Due piccole firme di appartenenza privata al primo frontespizio. Legatura dell’inizio dell’ottocento in mezza pelle con titolo della prima opera, autore e fregi in oro al dorso. Piatti foderati con carta marmorizzata coeva. Ampi margini. Un leggerissimo alone alle prime 8 carte, ininfluente e praticamente invisibile. Un lievissimo foxing al margine esterno bianco di tre carte (compreso frontespizio) della seconda opera, assolutamente lieve ed ininfluente. Quattro tavole leggermente ed uniformemente brunite, per la qualità della carta, nella seconda opera ma in modo assolutamente leggero ed ininfluente. Alcuni numeri scritti a matita nel margine basso della seconda opera a numerare le carte, alcuni poi cancellati. Le due opere si presentano, nel complesso, in buone-ottime condizioni di conservazione. Tre serie complete con due delle più importanti opere del grande incisore bolognese, Giuseppe Maria Mitelli (Bologna, 1634 – 1718). Figlio del celebre pittore, Agostino Mitelli, Giuseppe Maria (Bologna, 1634 – 1718) fu una delle figure più importanti e prolifiche del panorama artistico IMG_0634_clipped_rev_1bolognese a cavallo del XVII° secolo diventando una delle figure di riferimento della produzione incisoria italiana. Il Malvasia scrisse di lui “uno dei più virtuosi e universali soggetti che vanti la nostra Patria”. Nelle sue incisioni, oltre a disegnare opere dei grandi maestri dell’arte pittorica italiana come (l’Albani, il Veronese, il Tintoretto, i Carracci, ed il Guercino, è nelle scene popolari che raggiunge i più alti risultati. Riprende scene di vita di strada, mestieri, proverbi disegnando ed ideando giochi e scene fantastiche. La prima opera è completa anche dell’antiporta contenente il titolo contornato da putti e sormontato dallo stemma del card. Gio. Nicola Conti e del foglio di dedica inciso in rame che come nota lo stesso Bertarelli nn. 394/421, sono assenti nella stragrande maggioranza degli esemplari. Quindi il nostro esemplare è completissimo. L’opera è uno dei lavori più celebri e filosofici di Mitelli dove una giornata di ventiquattro ore diventa un allegoria tragicomica dell’esistenza umana a formare, quasi, una sorta di ballata macabra dove gli individui sono sempre in compagnia della morte anche se essa non si percepisce solo attraverso la sua voce ma non compre mai se non all’ultima tavola. Il frontespizio della prima opera è famosissimo per la presenza dell’allegoria alata del Tempo munito di una falce che scandisce le 24 ore della giornata. Ogni ora, corrispondente ad una tavola, dove viene presentato un personaggio di una categoria sociale o lavorativa, con un proverbio al piede della tavola che nel lato destro descrive il pensiero della figura su se stessa. Contrapposta a questa scritta, vi è l’intervento della morte che sbeffeggia ed avverte dell’immanenza dell’esistenza e della futilità delle cose effimere. Ad esempio dice la Donna Superba: “Quanto bella son io! Quanti consuma, Per me d’Amor l’inestinguibil foco! M’incensano i sospiri in ogni loco, Onde non è stupor, se la mi fuma”. Ad essa risponde la Morte: “Vana: lo specchio tuo IMG_0635_clipped_rev_1frangi, che tanto, Nel consigliarti a la ragion prevale, Meglio potrai la tua bellezza il frale, Espresso contemplar nel vetro infranto”. I personaggio che parlano sono oltre alla Donna Superba, l’Avaro, lo Zerbino, l’Iracondo, il Goloso, la Donna Invidiosa, il Pigro et Otioso, il Birbante, il Giuocatore, il Buffone di Corte, il Villano, il Comico, il Musico e Suonatore, il Pittore e Scultore, il Poeta, il Cortigiano, l’Ingegnero et Aritmetico, il Medico, il Cacciatore, l’Astrologo, il Guerriero, il Dottore versato in tutte le scienze, il Sacerdote di gl’idoli, il Re’ e da ultima la Morte che, per la prima volta compare, fisicamente, proprio nell’ultima tavola e si erge a “Reina al Mondo impero …”. Le figure nelle tavole sono accompagnate, in modo ricorrente a simboli del “Tempo”. I testi che corredano le immagini sono del fratello di Mitelli, padre Giovanni, che collaborò con l’artista anche nella realizzazione di diversi proverbi. Opera rarissima a trovarsi completa delle 28 tavole. La seconda opera è la prima edizione completa, in primissima tiratura, della serie di suite che Mitelli dedicò ai mestieri per via che si potevano incontrare per la città di Bologna nel seicento. Anche qui, come nella maggior parte delle opere di Mitelli, ogni personaggio sormonta un proverbio che descrive in modo divertente e spesso ironico, un lavoro. Come scrive lo stesso autore nella prefazione presente sotto il frontespizio “A chi debbonsi queste mie laboriose fatiche, se non sol a Voi, il qual posto in alto grado state osservando tutti i passatempi de trattenim.i mondani, ed ascoltate patiente, ed immobile tutti i clamori di chi va’ e viene vendendo merci. Avvoi si debban, Sign.r della Piazza, quest’Arti che van per le Vie; sarà questo Tributo, ch’io porto alla vostra altiss.ma e maestosiss.ma presenza, come architettata da quella, che è Regina di tutte l’Arti; Eccovi dunque uniti coloro, i quali sen vanno fluttuando, et ondeggiando su’ questaIMG_0636_clipped_rev_1 NAVE di Bologna …”. Mitelli prese ispirazione per l’opera dal lavoro dedicato da Annibale Carracci dedicato ai mestieri tipici nelle vie di Bologna. “L’invenzone delle Arti per via di deve ad Annibale Carracci e forse, almeno in parte, a Ludovico (secondo il Malvasia, Felsina Pittrice, I, p. 335). Si trattò per questi maestri di uno scherzevole passatempo, che però riscosse tanto successo che i fogli furono riuniti in un volume … L’opera di Mitelli s’ispira evidentemente all’impresa carraccesca, cui si deve probabilmente aggiungere la mediazione della traduzione incisoria del Guilino [Simone Guillain, colui che ricevette le stampe dei costumi per via di Carracci e che nel 1646 ne trasse ottanta stampe]: da questa e da quella comunque si differenzia nei risultati iconografici e nel numero dei mestieri rappresentati, limitati a 40” (Varignana, Le Collezioni d’arte della Cassa di Risparmio in Bologna. Le incisioni. 1, Giuseppe Maria Mitelli, Bologna 1978, p. 205). Di quest’opera esistono sicuramente due tirature. Questa è la primissima e rarissima tiratura completa, della prima edizione. Alcune bibliografie come il Bartsch, ripreso anche dal Bertarelli, individuano due tirature susseguenti a questa, tutte e due con la dicitura dello stampatore e del luogo di stampa “Gio. Iacomo Rossi le stampa in Roma alla Pace” ma nella seconda tiratura dovrebbe mancare la dicitura “Cum Privil.” presente invece nella terza.“La prima tiratura [come appunto il nostro esemplare] di IMG_0633_clipped_rev_1cui si ha notizia è priva della numerazione e della dedica dello stampatore. Una seconda, egualmente non numerata, aggiunge sotto la dedica del Mitelli l’indicazione: Gio. Iacomo Rossi le stampa in Roma alla Pace. Una ulteriore edizione, da ritenersi eseguita entro il secolo, mostra la dichiarazione dello stampatore così modificata: Gio. Giacomo Rossi le stampa in Roma alla Pace cum [sic] Privil.” (Varignana, Le Collezioni d’arte della Cassa di Risparmio in Bologna. Le incisioni. 1, Giuseppe Maria Mitelli, Bologna 1978, p. 206). Le tavole della prima tiratura non presentano numerazione a lato del proverbio che venne aggiunto solo nelle edizioni sugenti. Scrive il Toschi nella sua opera Stampe popolari ital., pp. 23-24: il Mitelli “Viene a occupare un posto a sè e a segnare una decisa svolta nello sviluppo dell’ iconografia popolare, il bolognese G. Maria Mitelli (1634-1718) … Egli fu l’ erede di quella tradizione popolare, fecondandola di un umorismo nuovo, e trasmettendola alla generazione successiva, e rappresentò il legame tra il ‘500 e il ‘600, ma la sua personalità è così spiccata, impronta di sé tutta la produzione, anche quella che riprende antichi temi e motivi (i mestieri ambulanti, il paese della Cuccagna, i proverbi ecc.ecc.)”. Mitelli, come dicevamo, in quest’opera riprende il lavoro di Carracci ma mutandone profondamente il senso stesso. Infatti i proverbi che accompagnano le tavole, opera anche questi, con ogni probabilità del fratello di Mitelli, Giovanni Maria, sembrano avere un chiaro intento pedagogico e devono, nell’intento dell’autore, indicare la via per un’alta forma di moralità. Fra i mestieri rappresentati si possono trovare ad esempio il venditore d’acqua, il pescatore, il venditore di polli, il facchino, il venditore di fegatini, l’ortolana, il venditore di frutta, l falegname, il venditore di uva, il venditore di ceramiche, il cappellaio, il venditore di pane, quello di ventagli, di vino, ilIMG_0632_clipped_rev_1 venditore di pozioni fraudolente (l’imbroglione), i pulitori dei pozzi, il venditor di scarpe, di setacci, di pesci, il macellaio, l’arrotino, il pittore, il venditore di sedie, il mercante di bicchieri, l’architetto, il mercante di stampe, il commerciante di strumenti di ferro, il venditore di mele e pere ed altri. Le ultime quattro tavole presentano il set completo dei quattro proverbi satirici dedicati alle figure del Facchino, l’Orbo Ugolin, Mangiaben e Chiloga realizzati nel 1678. Insieme di tre rare edizioni in buone-ottime condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: Per la prima opera, Bertarelli, G.M.Mitelli, Catalogo delle Incisioni, n. 394-421. Cat. Raccolta Stampe di Milano, A.A.189. F. Varignana, Le Collezioni d’arte della Cassa di Risparmio in Bologna. Le incisioni. 1, Giuseppe Maria Mitelli, Bologna 1978, cat.138; Per la Seconda opera: F. Varignana, Le Collezioni d’arte della Cassa di Risparmio in Bologna. Le incisioni. 1, Giuseppe Maria Mitelli, Bologna 1978, p. 216, n. 29. Bartsch, 117-157. Nagler, 119-159. Buscaroli, pp. 53-54, nn. 2-41. M. Poli, Le Arti per via di Giuseppe Maria Mitelli, 2003. Per le quattro tavole finali di proverbi: Varignana, Le Collezioni d’arte della Cassa di Risparmio in Bologna. Le incisioni. 1, Giuseppe Maria Mitelli, Bologna 1978, tav. 85, 85, 86, 87, n. di repertorio dal 229 al 232.

12.000 euro

70. ARISTOTELICA FILOSOFIA ETICA UMANESIMO FIRENZE STAMPATORI LIONE PRIME EDIZIONI

  IMG_2297_clipped_rev_1Aristoteles, Donato Acciaiuoli,

Aristotelis Stagiritae Peripateticorum principis Ethicorum ad Nicomachum libri decem, Ioanne Argyropylo Byzantio interprete, ad Graecum exemplar diligentissime recogniti, cum Donati Acciaioli Florentini, viri doctissimi, Comentariis. Quot tibi, Lector, ex hac postrema editione locos restitutos sabea, nostra haec si cum caeteris conferas, facile deprehendes. Nam prae ter verba mutilata & confusa, integras quoq; lineas quae in priori bus editionibus non habebantur, fidelirer restituimus.

Lugduni, Apud Ioannem et Franciscum Frellonios, Fratres, 1544

In 8° piccolo (16,2×10,2 cm); (24), 919, (1) pp. Legatura coeva in piena pergamena molle con titolo ed autore chiosati da mano coeva al dorso. Dorso a tre nervi. Al piatto anteriore, sbiadito e solo in minima parte leggibile, una massimo chiosata da mano cinquecentesca. Un piccolo tarletto al margine esterno bianco delle prime 6 carte e due forellini di tarlo al margine interno bianco delle ultime 4 carte, tutti ininfluenti e lontano dal testo. Il frontespizio presenta, al piatto anteriore due antiche pecette di rinforzo ai margini interno ed esterno. Nel complesso esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione. Prima, rara edizione, nessun esemplare censito in ICCU, dell’etica di Aristotele, nella versione stampata dai fratelli Frellon che presenta il commento del celebre umanista, politico e scrittore, fiorentino Donato Acciaiuoli o Acciaioli (Firenze, 1429 – Milano, 28 agosto 1478) che diverrà una delle versioni più celebri ed utilizzate nelle ristampe seguenti dell’etica aristotelica, particolarmente apprezzata per la sua accuratezza filologica. Acciaiuoli “Dopo aver brillantemente appreso la lingua greca, il latino e gli studi matematici quale allievo prediletto dell’Argiropulo, si dedicò alla traduzione di opere classiche dal greco al latino, come alcune delle Vite di Plutarco, e alla stesura di opere originali, soprattutto di carattere storico e filosofico, come i Commentari all’Etica di Aristotele, o le biografie di Carlo Magno, di Annibale, di Scipione l’Africano”. Nello stesso anno, un’edizione del tutto identica, anche per i caratteri utilizzati, fu ristampata da Antoine Vincent che era in quegli anni, a tutti gli effetti, un collaboratore dei Frellon. Scrive Coline Silvestre nel suo “Les éditions d’Aristote à Lyon : des incunables aux Opera omnia de 1549” Universite de LIMG_2295_clipped_rev_1yon, 2013: “Par exemple l’Ethique de 1517 par Simon Vincent intègre le commentaire du maître scolastique Gilbert Crab avec la traduction d’Argyropoulos 111. En 1514, on trouve ces contributions-là au texte aristotélicien dans une édition d’Henri Estienne à Paris 112 mais le paratexte ainsi que les commentaires ne semblent pas être les mêmes notamment parce que Vincent a utilisé les tables de Gilles de Delft 113, mort en 1515. Dans la nouvelle disposition des composantes du texte résiderait l’innovation du libraire et la justification du privilège royal en tête de l’édition. Toujours pour l’Ethique, une édition de 1544 imprimée par les frères Frellon utilise le commentaire de Donato Acciaiuoli avec la traduction d’Argyropoulos 114, un schéma que l’on trouve pour la première fois semble-t-il, à Paris en 1541 chez Jean Loys et Jean de Roigny115. En revanche, le De Anima des frères Huguetan paru avec privilège en 1544116, commenté par Philopon et traduit par l’helléniste Gentien Hervet semble trouver son origine dans l’officine des deux frères qui en ont l’exclusivité. Nous reviendrons à ces éditions quelque peu à part dans le corpus quand il s’agira de leurs éditeurs et de leur présentation. […] En 1544, les frères Frellon donnent leur première édition du philosophe. Ici encore, il s’agit de l’Éthique à Nicomaque. Bien que l’un des frères, Jean Frellon, édite les Opera omnia d’Aristote en IMG_2298_clipped_rev_11549, et donc en d’autres termes, tout le corpus, nous considérons cette première édition comme isolée car elle n’est pas rattachée à une volonté d’éditer tous les traités, dont elle est par ailleurs séparée de cinq ans. Cette édition associe un commentaire de Donato Acciaiuoli à la traduction d’Argyropoulos. Les frères Frellon la partagent avec Antoine Vincent pour lequel ils l’impriment aussi en 1544. […] La traduction est d’Argyropoulos, et Donato Acciaiuoli a élaboré le commentaire à partir de notes prises pendant les cours du premier à Florence. Là encore, le commentaire a un fondement scolaire. Après chaque chapitre, le commentaire mentionne entre crochets la portion de texte qu’il traite.”. Prima edizione rara dell’etica aristotelica nel commento di Acciaiuoli e stampata dai fratelli Frellon. Rif. Bibl.: Baudrier V:194, Gültlingen VIII:13, USTC 157574; Lyon BM B 509 964.

1.100 euro

71. VENEZIA STORIA LOCALE POLITICA SISTEMA REPUBBLICANO UTOPIE VENETO STORIA VENETA

  IMG_4662_clipped_rev_1Paolo Paruta,

Della perfettione della vita politica di M. Paolo Paruta nobile vinitiano, Cavaliere, et Procuratore di San Marco. Libri tre. A’ quali vi sono state aggiunte le Postille ne’ margini, & ampliati gli indici.

Venitia, Domenico Nicolini, 1599.

In 4° (24×16,5 cm); (48), 479, (1) pp. Legatura seicentesca in piena pergamena con titolo impresso in oro al dorso. Un forellino nel margine alto bianco del volume, ininfluente che diviene un piccolo tunnel in una ventina di pagine ma sempre piccolo e che non tocca il testo. Alcuni quaderni leggermente ed uniformemente bruniti a causa della qualità della carta utilizzata. Tagli spruzzati. Quarta edizione ma prima che presenta le postille nei margini egli indici ampliati di questa celebre opera del celebre politico, storico e diplomatico veneziano Paolo Paruta (Venezia, 14 maggio 1540 – Venezia, 6 dicembre 1598). L’opera presentata ebbe enorme risonanza nel cinquecento e nel seicento, tanto che molto devono a lei le “Considerations sur les causes de la grandeur des Romains et de leur décadence” (1734) di Montesquieu. Il volume è una difesa sentita del sistema politico repubblicano che vede, per il Paruta, la sua forma realizzazione ideale in quella veneta. Scrive il Venturelli nel suo studio “Mito di Venezia e governo misto in Della perfettione della vita politica di Paolo Paruta”, 1961, Società Italiana di filosofia politica, riguardo a quest’opera: “Della perfettione [è] un’opera che assume le sembianze di un articolatissimo dialogo a più voci ambientato all’inizio dell’estate del 1563 a Trento… I principali obiettivi di questo scritto parutiano, che offre un suggestivo quadro dell’ambiente culturale veneziano del tempo, consistono nella giustificazione morale dell’impegno civile, così da restituirgli quella dignità e quel valore che sembra avere in parte smarrito nel corso dei decenni precedenti, e nella raffigurazione di un modello ideale di uomo politico. In Della perfettione, la vita attiva e l’impegno civico paiono a tratti occupare un ruolo d’importanza pari – o, talvolta, anche superiore – a quello della religione, nonostante le IMG_4661_clipped_rev_1ripetute dichiarazioni di fedeltà alla Chiesa…”. Paruta “Nato a Venezia da una famiglia di antica origine lucchese (i Paruta), dopo aver studiato a Padova, ha avuto numerosi ruoli politici all’interno della Repubblica di Venezia tra cui quello di segretario ad uno dei delegati veneziani al Consiglio dei Dieci. Nel 1562 accompagnò l’ambasciatore Michele Suriano alla corte dell’imperatore Massimiliano II agendo come storiografo ufficiale della Repubblica, durante questa sua funzione scrisse l’orazione funebre per i morti nella battaglia navale di Lepanto. Dopo il cambio di governo fu eletto Savio della Terraferma (responsabile dell’amministrazione dei possedimenti continentali della Repubblica) e quindi senatore. Nel 1579 fu nominato storico ufficiale della Repubblica in successione a Luigi Contarini. Continuò la narrazione da dove il Cardinale Bembo la aveva lasciato nel 1513, completandola fino al 1551. Fu eletto provveditore della Camera nel 1580, commissario del Cadore nel 1589, Savio del gran consiglio nel 1590, governatore di Brescia dal 1590 al 1592, ambasciatore presso il Papa a Roma dal 1592 al 1595, quindi provveditore (procuratore) di San Marco nel 1596 a pari dignità del Doge e provveditore delle Fortezze nel 1597. L’anno successivo morì.”. Scrive il Lozzi riguardo al lavoro di Paruta: “Non ha pari il Paruta, a giudizio del Foscarini, nelle storie antiche italiane, singolarmente per gli ammaestramenti civili instillati con mirabile accortezza nell’intero corpo della narrazione e provenienti da ricco fondo di dottrina in quella parte che riguarda i costumi degli uomini e dei governi”. Lozzi, 6088. Rif. Bibl.: Gamba 1561: “Originale e bella edi-zione”; Bozza, Scrittori Politici, p. 54; Ferrari, Corso sugli scrittori politici, lez. XIX; Adams P – 360; Bozza, Scrittori Politici, p. 54.; Ferrari, Corso sugli scrittori politici, lez. XIX; Cobham – Jeffery, p. 49; Cicogna, Bibl. Veneziana, 571; Graesse, V, 144; Platneriana, 420.IMG_4663_clipped_rev_1

500 euro

72. MATEMATICA FILOSOFIA SCIENZE MISCELLANEE PRIME EDIZIONI FRANCESI

 Leibniz Gottfried Wilhelm, Newton Isaac, Clarke Samuel, Pierre Des Maizeaux

Recueil de diverses pieces, sur la philosophie, la religion naturelle, l’histoire, les mathématiques, &c. Par Mrs. Leibniz, Clarke, Newton, & autres autheurs célèbres. Tome Premier – Second

A Amsterdam, chez H. Du Sauzet, 1720

In 12° (15,5×9,3 cm); due tomi: (2), XCVIII, 409, (6) pp. e (6), 424, (14) pp. Legatura in piena pergamena coeva con titolo manoscritto da abile mano seicentesca al dorso. Esemplare che presenta le pagine leggermente ed IMG_4666_clipped_rev_1uniformemente brunite a causa della qualità della carta utilizzata. Nel complesso esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione. Piccole vignette animate al frontespizio che presenta il titolo stampato in rosso e nero. Rara prima edizione di questa raccolta di importanti scritti scientifici, filosofici e matematici che compaiono, qui, per la prima volta, in lingua francese. Il volume contiene anche la corrispondenza fra Leibniz , padre Conti e Newton che diede un nuovo punto di vista, sulla disputa dell’invenzione delle “flussioni” e del calcolo infinitesimale, polemica che Leibniz ebbe con Bernoulli. Presente anche una celebre serie di osservazioni di Newton. La raccolta che contiene diversi scritti mai apparsi prima in Francia, venne curata e pubblicata da Pierre Desmaiseaux, rifugiato protestante francese a Ginevra. Fra gli altri scritti contenuti la corrispondenza fra Leibniz e Samuel Clarke sulla religione naturale, la “Ricerca filosofica sulla libertà dell’uomo” di Anthony Collins, testi di Leibniz su Locke, dell’abate di Saint-Pierre, Malebranche, Bayle, ecc. Prima edizione. Rif. Bibl.: ICCU IT\ICCU\URBE\041791; Quérard II, 518; (Freudenreich:); Hist. Biogr. Lex. Schweiz Bd. 3, 328: von Freudenreich, Patriz.IMG_4667_clipped_rev_1

600 euro

73. GIOCHI DI SOCIETA’ CARTE PSICOLOGIA DIPENDENZE GIOCO DELL’OCA GIOCHI DI SOCIETA’ GIOCHI D’AZZARDO

 IMG_4665_clipped_rev_1Barbeyrac Jean,

Traité du jeu, où l’on examine les principales questions de droit naturel et de morale qui ont du rapport à cette matiere. Par Jean Barbeyrac, professeur en droit Groningue. Second edition revue et augmentee. A laquelle on a joint un Discours sur la nature du Sort, et quelques autres Ecrits de l’Auteur, qui servent principalment à defendre ce qu’il avoit de l’innocence du Jeu consideré en lui-meme. Tome Premier – Second – Troisieme.

A Amsterdam, Chez Pierre Humbert, 1737

In 8° (15,2×9,3 cm); tre tomi: (2), CVII, (5), 246 pp. e due c. di tav. (antiporta e ritratto della Principessa Anne); (4),  249- 624 pp. e una c. di tav. in antiporta; (2), 627 – 896, (30) pp. e una c. di tav. in antiporta. Belle legature coeve in piena pelle maculata con titolo e ricchissimi fregi in oro al dorso. Filetto in oro ai tagli dei piatti. Tagli rossi. Esemplare in ottime condizioni di conservazione. Edizione particolarmente curata nella veste grafica arricchita dai bellissimi frontespizi incisi da Du Bourg eBernarts (?). Seconda edizione, assai più rara della prima del 1709 e rispetto a questa, notevolmente aumentata (praticamente di un volume, tanto da essere considerata essa stessa una prima edizione), dell’importante opera dedicata ai giochi d’azzardo ed ai giochi in generale scritta dal noto giurista francese, Jean Barbeyrac, nato a Béziers il 15 marzo 1674 e IMG_4664_clipped_rev_1deceduto il 3 marzo 1744 e famoso per le sue traduzioni delle opere sul diritto naturale di Samuel von Pufendorf. L’autore, proveniente da una famiglia calvinista, era il nipote di Charles de Barbeyrac. Durante la revoca dell’editto di Nantes si rifugiò in Svizzera, a Ginevra, dove soggiornò per qualche tempo. Lasciò però presto la capitale elvetica per recarsi a Francoforte dove ottenne un cattedra di professore di belle lettere alla scuola francese di Berlino. Fu anche professore di storia e diritto civile a Losanna e di diritto pubblico a Groningen. Insieme a Jean-Jacques Burlamaqui e Emer de Vattel, Barbeyrac è considerato come uno dei massimi rappresentanti della Scuola del diritto naturale francese. Le sue idee hanno contribuito in modo significativo alla formazione del repubblicanesimo moderno che divenne, poi, una fonte di ispirazione per i rivoluzionari francesi e americani alla fine del XVIII° secolo. Nell’opera qui presentata il famoso giurista analizza la questione del gioco d’azzardo e dei giochi di società non solo da un punto di vista morale ma anche sulla base del diritto naturale. Quest’opera ebbe notevole successo, tanto da divenire, negli anni seguenti l’uscita della seconda edizione, un’opera di riferimento sul tema. Rara seconda edizione notevolmente aumentata rispetto alla prima del 1709. Rif. Bibl.: ICCU IT\ICCU\MILE\007104; Luigi Ciompi & Adrian Seville, Giochi dell’Oca e di Percorso.

450 euro

74. PIROTECNICA MANOSCRITTO FUOCHI D’ARTIFICIO

Senza titolo-50  Senza titolo-47Agazzani Ermelindo, 

Nuove Ricerche sopra i Fuochi d’Artificio di F. M. Chartiers, Tessier, Morel.  Con aggiunta di una trattato di Pirotecnica preso dalla Chimica applicata alle Arti, Paris, 1861. 

Paris, 1861.

In 8° piccolo (18×12 cm); (200) pp. delle quali 27 bianche poste in fondo al volume. Brossura coeva con titolo manoscritto al piatto anteriore dov’e’ presente una macchia. All’interno in ottime condizioni di conservazione. L’autore del manoscritto si ricava all’interno del piatto anteriore “Agazzani Ermelindo”. Rarità. Manoscritto pirotecnico che si ispira ai lavori di Tessier, Chimie pyrotechnique ou traité pratique des feux colorés, stampato a Parigi, per la prima volta, da Dumaine, Lacroix e Baudry, nel 1859 e ristampato poi da Baudin nel 1883, di A. M. Th. Morel, Traité pratique des feux d’artifice, A Paris, Didot, libraire, 1800, rielaborandoli ed aggiungendo ricette e ritrovati vari per la produzione di fuochi d’artificio e del maestro artificere F. M. Chartiers (Chartier). Il Senza titolo-48manoscritto, probabilmente composto per l’utilizzo personale da un maestro artificere, venne redatto a Parigi nel 1861 dove probabilmente l’autore, seguì da vicino il lavoro di maestri artificeri francesi. L’opera è un dotto e completo trattato pirotecnico che analizza la produzione dei fuochi d’artificio in tutte le sue parti, dalle polveri ai razzi. Il manoscritto anticipa i trattati moderni di pirotecnica come quelli pubblicati da Cesare Finsterwald, Nuovo trattato di pirotecnica, ovvero l’arte dei fuochi d’artificio (Ed. Tipografia Figli di C. Amati, Trieste, 1889) o il manuale di Cesare Sonzogno, Il pirotecnico moderno (Ed. Paolo Carrara, Milano, 1892) e venne composto, tre anni prima della fondazione della “Società Pirotecnica Italiana” nata a Bologna nel 1863 (poi sciolta nel 1889) sulle ceneri della già “Unione degli Artificeri Italiani” nota come “Pia Unione Santa Barbara” istituita sempre a Bologna nel 1741. Nel trattato vi sono capitoli dedicati a:Razzi volanti da tavola, Razzi classici, Fuochi per le ruote cinesi, Fuoco brillante per ruote, Fuoco bianco, Fuoco cinese per getti, Fuoco brillante e raggiante, Fuoco brillante per getti fissi, Fuoco chinese per gerbes cascate palme di tutti i tipi, Senza titolo-49Composizone d’intervallo per gondole romane, Detta pia lenta, Composizione per cascate a stelle, Verde per fiamme di Cherties, altri per stelle, Color Porpora per stelle, Cremisi per stelle, Viola per stelle e lancie, Poncea per lancie,  Cremisi per fiamme, Verde per stelle e grossi grani, Stelle fisse o rose italiane, Altra detta al nitro, Composizione per turbilioni di 22 milim., Composizione per fascio di fuoco, Mistura per fontane e fiore secondo Charties, Modo di ammalgamare il zolfo col carbone,  Polvere da Barile, Carbonati di rame, Razzo a paracadute, Composizione di Colombe, Padiglione Chinese, Salice Piangente, Fontane a Fiori, Fuoco comune per serpentelli ecc. ecc.  Esemplare in chiara grafia ed in ottime condizioni di conservazione.

650 euro

75. ARCHITETTURA ESTERNI ARTE DEI GIARDINI

Senza titolo-10  Senza titolo-11Senza titolo-12Giovanni Magazzari, 

Trattato Della Composizione e dell’Ornamento de’ Giardini con N 112 Tavole. Rappresentanti piante di Giardino Francese ed Inglese, giardino d’Inverno, Serre, Barriere, Cancellate, Stecconate, Casini, Case Inglese Rustiche, Campe stri, Eremitaggi, Capanni, Belvederi, Ghiacciaie, Ponti Fontane, Velieri, Macchine per innalzare le Acque ec:, Opera tradotta dal Francese, Aumentata di un gran numero di Fabbriche dei più distinti Artisti il tutto disegnati ed incisi da Giovanni Magazzari. 

Bologna, A spese dell’Editore, 1837.

In oblungo (31×23 cm); (2), 111 cc. Di tav. (per un totale di 113 tavole). Esemplare sciolto e mai rilegato, ancora in barbe, conservato entro scatola in cartoncino rigido a motivi ornamentali, dell’inizio del XX secolo. Trattasi probabilmente di esemplare di presentazione. Tracce di foxing e alcuni leggeri aloni alle prime carte. Il nostro esemplare presenta una tavola in più rispetto a quell i conosciuti, infatti, la seconda carta dopo il frontespizio, contiene uno stemma araldico inciso del “Marchese D. Matteo, Conti Castelli C.”. A parte il foxing e il leggero alone al margine bianco esterno delle prime carte, il volume si presenta in buone condizioni di conservazione. Primissima edizione che anticipa quella più cSenza titolo-13omune del 1841, di questo celeberrimo trattato di ornamento dei giardini, opera del bolognese, Giovanni Magazzari. Nato nel 1796, Magazzari seguì il corso di ornato presso l’Accademia Bolognese dal 1815 al 1824. Sono anni nei quali l’autore si seg nala per la grande maestria ed abilità artistica ed architettonica aggiudicandosi diversi premi e facendosi così conoscere. Attivissimo incisore collabora con i più noti incisori bolognesi dell’epoca. Fu anche membro d’onore dell’Accademia di Belle Arti bolognese. L’opera qui presentata è un completo trattato per immagini del meglio che l’architettura da giardino degli inizi del XIX° secolo può offrire, nell’elaborazione immaginifica di Magazzari. Raro, tre soli esemplari censiti in ICCU, esemplare ancora in barbe e mai rilegato. Rif. Bibl.: IT\ICCU\TSA\1290730. Per l’edizione del 1841: 101 Cfr.: “Fonti per la storia dell’agricoltura italiana (1800-1849)”, Gianpiero Fumi, 2003, pagg. 259 e 260, n. 3015; “I libri di viaggio e le guide della raccolta Luigi Vittorio Fossati Bellani: catalogo descrittivo”, Luigi Vittorio Fossati Bellani, Antonio Pescarzoli, 1957, pag. 386; “Storia del giardino italiano: gli artisti, l’invenzione, le forme, dall’antichita’ al XIX secolo”, Alessandro Tagliolini, 1988, pag. 378.   Senza titolo-14                                                                                                                                                                                           2.300 euro

76. MEDICINA EPIDEMIOLOGIA VACCINAZIONI VAIOLO PRIME EDIZIONI

DSC_0216_clipped_rev_1Della Bona Giovanni, 

Esortazione all’innesto del vajuolo,

In Padova, per Gio. Battista Conzatti, 1769

In 4° (24×17,5 cm); 122 pp. Bella legatura coeva in piena pelle marmorizzata con dorso a 4 nervi e titolo e ricchi fregi in oro ai tasselli, cornice con doppio filetto a secco ai piatti. Tagli spruzzati in rosso. Xilografia al frontespizio. Iniziali xilografiche. Due pagine con leggerissima brunitura e per il resto esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione. Prima rara edizione, due soli esemplari censiti in ICCU, di questo importante scritto del noto medico originario di Perarolo (Belluno), Giovanni della Bona (anche Dalla Bona o Bona; Perarolo, 8 settembre 1712 – Padova, 28 dicembre 1786). “Nel 1768 presentava ai Riformatori dell’università di Padova, affinché fosse trasmesso al magistrato della Sanità, un memoriale in cui chiedeva l’incarico di dirigere per la città la pratica della vaccinazione antivaiolosa. Ottenutolo, pubblicava nel 1769 a Padova l’Esortazione all’innesto del vaiolo, opera indirizzata ai sopraprovveditori e provveditori alla Sanità di Venezia, affinché la pubblica autorità lo aiutasse a diffondere l’uso della vaccinazione antivaiolosa. L’opera tendeva a sottolineare il carattere permanentemente immunizzante della metodica e la sua totale mancanza di complicazioni letali.”. L’autore “Fu avviato alla vita DSC_0218_clipped_rev_1ecclesiastica e, sotto la guida del parroco del suo paese, venne indirizzato verso gli ordini minori. Si trasferì poi a Padova per attendere agli studi superiori ma, dopo la morte del padre, abbandonò il chiericato per dedicarsi agli studi medici. Frequentò quindi l’università di Padova (e in particolare le lezioni di Alessandro Knips Macoppe), uscendone laureato nel 1735. Fu tirocinante per ben dodici anni, quindi si stabilì nel Veronese per esercitare la professione. Vi trascorse nove anni di intensa attività, dai quali scaturirono il suo primo studio: L’uso e l’abuso del caffè. Dissertazione storico-fisico-medica, pubblicato nel 1751 e poi riedito nel 1760 “con aggiunte massime intorno la cioccolata ed i rosoli”. Si tratta di un’opera per alcuni versi interessante, in quanto vi venivano formulate conclusioni ancor oggi valide; d’altro canto, nel complesso non emergeva nel panorama della letteratura medica in quanto si trattava, di fatto, un’esercitazione accademica. Nel 1754 diede alle stampe la Dissertazione teorico-pratica dell’utilità del salasso nel vaiuolo nella quale confutava la teoria secondo la quale il salasso avrebbe impedito l’insorgere di eruzioni cutanee nel vaiolo. Del 1757 è l’Historia aliquot curationum mercurio sublimato corrodenti perfectarum, in cui riportava i risultati della somministrazione di preparati a base di bicloruro di mercurio come antiluetici. In questo lavoro il Della Bona sottolineava come le cure dovevano essere adeguate alla costituzione, al temperamento e alla sensibilità del paziente e attaccava quei medici che somministravano medicinali senza le dovute accortezze. In questo periodo andò gradualmente ad acquisire una certa fama e finalmente, nel 1764, fu chiamato a coprire la cattedra della facoltà di DSC_0219_clipped_rev_1medicina dell’ateneo patavino, rimasta vacante dopo la morte di Knips Macoppe. L’incarico comprendeva anche la direzione del reparto di medicina pratica presso l’ospedale della città. Nello stesso periodo continuò a redigere nuove pubblicazioni: nel 1765 usciva la seconda edizione del Tractatus de scorbuto (già pubblicato nel 1761) e nel 1766 venivano stampate le Observationes medicae ad praxim in nosocomio ostendendam anno 1765, praemissa oratione prima in gymnasio habita. Importanti furono i suoi contributi alla terapia china-china, con i quali confutò lo scetticismo dell’opinione comune e anche degli stessi medici e rivalutò tecniche cadute in disuso. Le sue tesi assunsero maggior credito quando curo alcuni pazienti illustri quali Guglielmo Enrico di Hannover e il generale Spaar. Nel 1768 ottenne dal magistrato alla Sanità di dirigere il programma di vaccinazione antivaiolosa per la città di Padova. L’anno successivo pubblicò l’Esortazione all’innesto del vaiolo, indirizzata ai componenti della stessa magistratura perché lo aiutassero a diffondere l’uso della vaccinazione. Di carattere ruvido e assai caparbio, continuò la sua attività anche in età avanzata, nonostante nel 1784 fosse stato vittima di un colpo apoplettico. Morì in seguito a un secondo attacco dello stesso male.”. Esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione. Cfr.: Blake 107; Wellcome II, 197; vgl. Hirsch/Hübotter II, 214.

300 euro

77. NAVIGAZIONE NAVI A VELA MERIDIANE BUSSOLE STORIA DELLA MARINA BARCHE A VELA

 IMG_2291_clipped_rev_1IMG_2292_clipped_rev_1IMG_2289_clipped_rev_1Edgecombe Thomas,

Pratica giornaliera del piloto in altura o sia Metodo breve e facile di tener conto del cammino di un Naviglio in alto Mare. Con le Tavole necessarie alla pratica della Navigazione. Seconda Edizione. Diligentemente riveduta e corretta.

In Livorno, si trova  vendibile nei negozj di Giovanni Sardi in via Marsiliana, e di Carlo Giorgi dal Palazzo di s.a.r., 1789

In 4° (27,x20 cm); XVIII, (2), 180 pp. Legatura coeva in piena pelle scura maculata. Dorso a 5 nervi con titolo impresso in oro al dorso. Una piccola bruciatura al margine esterno bianco di 25 carte, lontano dal testo ed inifluente e nel complesso esemplare in buone condizioni di conservazione. Bell’incisione con immagine navale al frontespizio e bussola incisa a piena pagina a pagina 93 IMG_2288_clipped_rev_1“”Figura della Bussola, con li Rombi, che ogni Vento, mezzo Vento e quarto vengogo a formare con la linea Meridiana”. Seconda edizione, riveduta e corretta di questo importante trattato composto da Edgecombe Thomas che descrive il metodo per orientarsi in alto mare con tavole numeriche dedicate a “la differenza di latitudine e l’allontanamento per li romb i, mezzi rombi e quarti sino a 300 miglia, o leghe di distanza”, la tavola “che contiene le parti meridionali per ogni grado e minuto”, la tavola “delle latitudini e longitudini de’ principali porti, ed isole del mondo, “tavola che contiene la declinazione del sole”, “tavole delle altitudini del sole”, “Tavola dell’Asciensione retta, e la Declinazione di alcune delle Stelle più Insigni”. Con capitoli dedicati alla navigazione piana, alla navigazione del Mercatore, navigando sopra un parallelo, regole per le Amplitudini, maniera di trovare la variazione della Bussola,  l’uso delle tavole dell’Ascensione retta del sole e delle stelle, Maniera di ritrovare la Latitudine con l’altezza meridiana del sole o delle stelle e la loro Declinazione, Regole per tenere il Giornale di bordo, Regola per le Correzioni, uno alla maniera di sciogliere il Bordeggio, etc. In fondo al volume il “Giornale di un viaggio dall’Inghilterra verso Madera sopra  il Vascello N. capitaneggiato da N. N. tenuto da me N. N.”. Importante opera per la storia della navigazione. Non comune. Rif. Bibl.: IT\ICCU\LIAE\036534.IMG_2294_clipped_rev_1

350 euro

78. MEDICINA EPIDEMIOLOGIA VACCINAZIONI VAIOLO RUVO MEDICINA RUVO DI PUGLIA PRIME EDIZIONI MEDICINE VACCINATION PROFILASSI

 DSC_0572_clipped_rev_1DSC_0574_clipped_rev_1

DSC_0573_clipped_rev_1Cotugno Domenico,

Dominici Cotunnii Regii Anat. prof. de Variolarum Syntagma,

Neapoli, apud fratres Simonios, 1769

In 8° (19,7×13,2 cm); 208 pp. e una c. di tav. Legatura in cartoncino molle di recupero con titolo impresso su fascetta al dorso. Antiche firme di appartenenza settecentesche al frontespizio che identificano l’esemplare come appartenuto al medico e fisico “Laurentino Ciglia”. Frontespizio in rosso e nero con fregio xilografico. Qualche macchiolina di foxing nel margine esterno di alcune pagine, un piccolo antico rinforzo al margine interno della 5 carta, ininfluente. Un leggerissimo alone, quasi impercettibile, nelle ultime 5 carte e nel complesso esemplare in buone condizioni di conservazione. Prima assai rara edizione, stampata a Napoli, di questo importantissimo testo del grande medico originario di Ruvo di Puglia (Bari), Domenico Cotugno. In questa celeberrima opera, Cotugno, 29  anni prima della scoperta di Jenner che cambierà il mondo della medicina, sulla base di dirette e numerosissime osservazioni cerca di analizzare la natura del vaiolo arrivando a considerare le lesioni da esso provocate, solo esterne e non anche viscerali. “Egli sosteneva che la sede fosse la cute esposta all’aria e che vi fosse la necessità di trovare rimedi specifici, rigettando per esempio la cura tradizionale dei bagni caldi. Descrisse la storia di persone di diverse condizioni sociali con il linguaggio oggettivo della scienza ma senza perdere di vista il lato umano dei malati. La parte più importante è il sostegno all’inoculazione che lo avrebbe portato, in seguito, ad appoggiare la vaccinazione jenneriana”. L’opera ebbe grande successo e numerose riedizioni. L’autore, celebre medico, anatomista e chirurgo fu uomo di ampi interessi culturali. Fu anche uno dei medici più celebri e geniali del DSC_0575_clipped_rev_1suo tempo ed operò principalmente a Napoli anche se fu socio di numerosissime accademie estere. “Domenico Cotugno fu protagonista di importanti scoperte neurologiche, grazie a un’intensa attività clinica e anatomica, e fin dall’inizio mostrò i suoi interessi per l’anatomia sottile, cioè la ricerca dei piccoli e nascosti meccanismi che compongono il nostro organismo. In tutte le sue indagini egli seguì il metodo indicato nella sua prima opera: mostrare la natura delle cose così come gli era apparsa non una o due volte, ma centinaia di volte, nell’esame dei cadaveri”. Scrisse su svariati argomenti e fu un fine pensatore. “Secondo Benedetto Croce, Cotugno potrebbe essere stato il vero autore del celebre trattato Delle virtù e dei premi (il secondo del suo genere dopo Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria) che, uscito anonimo nel 1766, fu ristampato l’anno seguente, anche in francese, recando come autore il giurista aquilano Giacinto Dragonetti e a questi sempre attribuito”. Il Garrison-Morton, 1382, scrive che Cotugno “was the first to describe the fluid surrounding the spinal cord and to suggest that it was in continuity with the ventricular and cerebral subarachnoid fluids. However, his concept of the cerebral and spinal fluid, which is the beginning of its modern physiology, remained in obscurity until rediscovery by Magendie some 60 years later”. Rara prima edizione. A good copy. Rif. Bibl.: IT\ICCU\MILE\027755.

650 euro

79. POLONIA POLONICA POLSKA CONTRORIFORMA RIFORMA FILOSOFIA TEOLOGIA EPISTOLARI CRACOVIA KRAKOW VARMIA

   Senza titolo-25Senza titolo-28  Senza titolo-30Hozjusz Stanisław,

S. Stanislai Hosij S. R. E. Tituli Sancti Clementis Presbyteri, Cardinalis, et Episcopi Varmiensis, in concilio tridentino praesidis, Opera omnia, quorum catalogum octaua pagella reperies. Opera  haec nunc nouissime ab ipso auctore diligenter recognita: confessionis opus plusquam quadraginta foliis auctum, denuò solerti cura et diligentia … Henrici Dunghaei canonici Antuerpiensis edita.

Antverpiae, in aedibus viduae et haeredum Ioannis Stelsij, 1571 

In 2° (31,8×19,5 cm); (6), 383 (i. e. 682), (12) cc. Legatura coeva in piena pelle scuro con dorso, a 5 nervi, abilmente rifatto nel novecento. A pagina 209 e 313, con frontespizio proprio, sono presenti la Confutatio Prolegomenon Brentii e il De expresso Dei verbo. Frontespizio con qualche antica pecetta di rinforzo al recto, al margine esterno e qualche lieve macchia e difetto, mentre, per il resto, Senza titolo-24all’interno, l’opera si presenta in ottime condizioni di conservazione. Ex-libris “J. A . Can Burke” al recto del piatto anteriore. Due ex libris manoscritti, seicentesche al piatto anteriore, in parte ancora leggibili. Non comune edizione che contiene anche alcuni lavori non presenti nelle edizioni precedenti, delle opere del grande umanista, polemista, poeta, filosofo e diplomatico polacco, Stanislao Osio (in polacco Stanisław Hozjusz, in latino Stanislaus Hosius; Cracovia, 5 maggio 1504 – Capranica, 5 agosto 1579) che fu Vescovo di Chełmno e a Varmia e cardinale cattolico divenendo uno dei massimi esponenti della Controriforma . Nato a Cracovia nel 1504 da una famiglia nobile di origine tedesca, studiò a Cracovia, Bologna e Padova. Hozjusz fu Segretario personale del re Sigismondo I di Polonia e ambasciatore di Sigismondo II alla corte di Ferdinando I di Boemia e Praga e presso CarloV. Venne Senza titolo-29poi anche chiamato a prestare la sua opera di diplomatico presso la Santa Sede. Fu legato a letere in Polonia  e legato pontificio nel Co ncilio di Trento. Presso la Santa Sede ricoprì anche la prestigiosa carica di Camerlengo del Sacro Collegio dal 18 maggio 1571 al 23 gennaio 1572. Il volume contiene “Opera omnia” di Hozjusz compresa parte della sua corrispondenza con i due grandi intelletauli polacchi Stanisław Orzechowski e Marcin Kromer. Con frontespizio proprio è presente la sua famosissima “Confessio Catholicae Fidei” che oltre ad essere l’opera più celebre di Hozjusz è anche considerata una delle opere dottrinali cattoliche più importanti nella battaglia dottrinale contro le tesi della Riforma e che ha profondamente influenzato il procedimento di rinnovo della Chiesa Cattolica tra la fine del cinquecento e l’inizio del seicento. Sempre con frontespizio proprio sono presenti i due lavori polemici contro i teologi luterani Jan Brenz e P.Vergerius. Edizione rara di questo importante testo per la storia della Controriforma e della Polonia del cinquecento. Rif. Bibl.: Estreicher T. 18.Senza titolo-27

1.400 euro

80. RIVISTE GIORNALI ARTE AVANGUARDIE TELEMACO SIGNORINI MACCHIAIOLI LIBERTY SATIRA

  Senza titolo-122Senza titolo-123Senza titolo-126   Senza titolo-110Senza titolo-125AA. VV. (Signorini, Fattori, Fabbi, Chiostri, Chini, Kinerek, Pascoli, Bontempelli, Jack La Bolina, Capuana, Marradi, Prevost, Panzacchi, Mazzoni, Trilussa, etc.), 

Fiammetta Ebdomadario –Illustrato 35 + 10 numeri. Tutto il pubblicato (l’ultimo uscito porta il numero 11 ma in verità si tratta del decimo numero del secondo anno),

Firenze, Stab. Lit. Benelli e Gambi, 1896-1897.

In folio piccolo; 45 numeri composti da 8 pagine per numero. Rarissima raccolta di tutto il pubblicato, in fogli sciolti, di una delle più ricercate pubblicazioni periodiche di fine ottocento, considerato uno dei più ricchi ed importanti giornali illustrati italiani. Qualche piccolo strappetto senza perdita di carta in pochi numeri ma nel complesso, in ottime condizioni di conservazione e completo di tutti i numeri usciti. Nel 1896 uscirono 35 numeri, mentre nel secondo anno, solo 10 (il numero 3 del secondo anno fu erroneamente numerato 2 ed il numero 10, 11). Il settimanale venne Senza titolo-107illustrato dai più grandi Macchiaioli dell’epoca con illustrazioni a colori, anche a piena e doppia pagina su disegni fra gli altri di Fattori, Signorini, Fabbi, Chiostri, Kienerk. La rarità del giornale deriva dal fatto che lo stesso, a causa degli alti costi di produzione, venne tirato in un numero assai limitato di esemplari e su un tipo di carta di scarsa qualità. Gli editori infatti profusero la gran parte del budget a disposizione per la veste grafica del giornale a scapito della qualità della carta. Le tavole di “Fiammetta” vennero realizzate con l’inusuale tecnica della lastra litografica su carta da giornale. Scrive Bardazzi nel suo noto studio dedicato all’illustrazione e la grafica in Italia nel periodo Liberty: “A Firenze dal ceppo macchiaiolo fiorisce sorprendentemente Fiammetta, settimana illustrato con quattro grandi illustrazioni per ogni numero, fotomeccaniche, mi pare, nel Senza titolo-111disegno in nero e colorato col procedimento litografico […] I caratteri grafici e cromatici, con i gialli, rossi e aranci sorprendono per la loro novità, pur nell’immediatezza un po ‘rozza di certe Figurazioni. A brevi racconti e testi poetici si accompagnano immagini femminili briose e civettuole alla Cheret, nudità sensuali e paganeggianti, fantasie di fanciulle languide in ambientazioni medievali, cronache di drammi borghesi […]. Nata nel ’96 Fiammetta chiusa i battenti l’anno dopo (18 marzo 1897), si disse perché volle seguire Diego Martelli che l’avevo tenuta a battesimo ed era deceduto alla fine del ’96, in realtà travolta da gravosi costi editoriali insostenibili da riviste locali e spregiudicate, prive di un vasto pubblico e quindi preferisco un vivere una breve stagione di punta”. Oltre ai già citati artisti il giornale si avvalse anche della collaborazione di altri importanti artisti quali Chini Galileo, Giusto Giuseppe, Michele Alberto,Pascarella Cesare, Scarselli Adolfo. I numeri presentavano novelle, bozzetti, poesie edSenza titolo-108 articoli inediti di importanti firme come Angeli Diego, Antona-Traversi Giannino, Aruch Emilio, Baronchelli Grosson Paola (Paulette), Basso Maurizio , Bernardini Adelaide, Boinaghi Alfredo, Bracco Roberto, Bontempelli Massimo, Campanile Gaetano, Caponi Giacomo (Folchetto), Capuana Luigi, Civinini Guelfo, Collautti Arturo,  Colasanti Arduino, Coli Edoardo, Conti Giuseppe, Dalla Porta Ettore (Edipi), D’Ambra Lucio, Forsten Riccardo, Franquinet De Saint Remy, Fucini Renato (Neri Tanfucio), Gatteschi Roberto Pio, Gentile Alfredo , Grazzini Giuseppe, Marradi Giovanni,  Mazzoni Guido, Montegutti Maurizio, Meyer Giovanni,  Mendes Catullo,  Montebaldo A., Menasci Guido,  Montelatici Giuseppe, Ojetti Ugo, Ossani Lodi,  Olga (Febea), Pascarella Cesare, Panzacchi Enrico, Prevost Marcel, Pascoli Giovanni, Panerai Napoleone, Rubichi Ernesto (Richel), Sangiacomo Olivieri A., Saint Croix, Scarpelli Filiberto, Trilussa – Tioli licurgo, Torelli Achille, Vecchi Vittorio (Jack/ La Bolina), Zuccoli Luciano. Rif. Bibl.: ICCU IT\ICCU\CFI\0353402; Bardazzi, Illustrazione e la Grafica in Italia nel periodo Liberty, 28; Righini, I periodici fiorentini, n. 1046.

2.200 euro

81. CLASSICI DELLA LETTERATURA PRIME EDIZONI LETTERATURA INGLESE RARITA’ BIBLIOGRAFICA

IMG_4457_clipped_rev_1Austen Jane,

Orgoglio e prevenzione traduzione di Giulio Caprin,

Verona, A. Mondadori Editore, 1932

In 12° (17×10,5 cm); 523, (7) pp. e una c. di tav. in antiporta, protetta da velina, con ritratto di Jane Austen. Legatura editoriale in piena tela verde con titolo e fregi in oro al dorso (leggermente sbiadito). Al piatto anteriore stemma della Mondandori in oro. Il volume è conservato nella rara scatola editoriale verde maculata in oro. All’interno in ottime condizioni di conservazione. Prima rarissima edizione italiana, della primissima opera di Jane Austen pubblicata in italiano. Uno dei capolavori, forse il più famoso, della grande autrice inglese Jane Austen. Nello stesso anno uscì una seconda edizione che riporta proprio la scritta “seconda edizione”. L’opera, dopo le prime due edizioni, mutò in italiano in “Orgoglio e Pregiudizio”. Pochi sanno che nonostante la Austen fosse considerata in Inghilterra già nella seconda metà dell’ottocento, un classico, in ItaliaIMG_4455_clipped_rev_1 nessuna sua opera venne tradotta prima del 1932 quando la Mondadori pubbliccò un’edizione di “Pride and Prejudice” con il titolo “Orgoglio e Prevenzione” (una terza edizione, probabilmente pirata uscì nel 1934 per la A. B. C. di Torino). Questa edizione della Mondadori, vuoi anche per il nuovo clima anglofobo incentivato dal Regime Fascista, non ebbe particolare successo. Passarono 18 anni e con la fine della Guerra e la grande presenza e l’affetto suscitato IMG_4456_clipped_rev_1delle truppe inglesi in Italia, lentamente, la Austen, iniziò ad essere apprezzata anche in Italia, tanto che nel 1945, uscirono, Persuasione, Sensibilità e buon senso e Emma (in due edizioni nello stesso anno e a breve distanza l’una dall’altra, una della Caravella e una di Ultra che sono da considerarsi ambedue come prime edizioni). E’ nei primi anni 50’ che esplose una vera e propria mania per l’opera della Austen con nuove edizioni (la Mondadori pubblicò un’edizione anastatica di Orgoglio e Pregiudizio già nel 1950 in grande tiratura). Questa prima edizione di “Orgoglio e Pregiudizio” è rarissima e ancor più rara a trovarsi completa della sua scatola editoriale ed in buone-ottime condizioni di conservazione.

82. GASTRONOMIA ENOLOGIA PRIME EDIZIONI LATINE VENEZIA CLASSICI GRECI FILOSOFIA USI COSTUMI OMOSESSUALITA’

 Senza titolo-36Senza titolo-35Senza titolo-34Ateneo di Naucrati, Nicola Conti,

Athenaei dipnosophistarum sive Coenae Sapientum Libri XV. Natale de Comitibus Veneto, nunc primum è Graeca in Latinam linguam vertente. Compluribus ex manuscriptis antiquissimis exemplaribus additis: quae in Graecè hactenus impressis voluminibus non reperiebantur. Ad potentissimum Ferdinandum, Pannoniae, Boemiae, ac Romanorum Regem. Cum privilegio summi Pontificis Pauli IIII. & Illustriss. Senatus Veneti in annos XX.

Venetiis, Apud Andream Arrivabenum ad Signum Putei, 1556

In folio (30,5×20,8 cm); (12), 288, (12), (2 b.) pp. Legatura coeva in piena pargamena floscia, qualche lieve difetto. Due macchiolne d’inchiostro a pagina 259 e 260 del tutto irrilevanti e un leggerissimo alone al margine esterno di una cinquantina di carte, ininfluente e praticamente quasi invisibile (leggermente più marcato nel margine basso delle ultime tre carte), un forellino al margine esterno bianco e della seconda carta dell’indice dovuto ad un difetto della carta prestampa e nel complesso esemplare in più che buone condizioni di conservazione. Grande marca tipografica di Arrivabene al frontespizio con Samaritana al pozzo offre da bere a Gesù ed il motto “Quicunque biberit ex hac aqua, non sitiet in aeternum”, Prima celeberrima traduzione latina (una seconda edizione sempre in latino uscì lo stesso anno ma in 8° presso Sebastianum Bartolomaei Honorati a Lione) di uno dei più antichi testi gastronomici. L’opera fu stampata per la prima volta da Aldo Manuzio nel 1514. Nel 1556, visto il grande successo dell’opera, Andrea Arrivabene decise di produrre una traduzione latina elaborata dall’umanista milanese Natale Conti che passò quasi tutta la sua vita a VeneziaL’edizione di Arrivabene permise di conoscere l’opera ad una platea ancora maggiore e di sancirne il successo tanto che da questa edizione in poi , varie furono le riedizioni, compresa una nello stesso 1556. L’autore dell’opera è lo scrittore egizio dell’età imperiale, Ateneo di Naucrati (Athḕnaios Naukratítēs o Naukrátios, nato a Naucrati in data sconosciuta e morto dopo il 192 dato che nelle sue opere si trovano critiche a Commodo) che redasse il testo in greco. Il testo è considerato un classico di enorme importanza per la conoscenza degli usi ed i costumi del mondo greco. Della vita dell’autore si sa pochissimo ma si suppone che sia stato uno dei bibliotecari della Biblioteca di Alessandria per i 700 autori e 2500 opere citati nel volume che suggeriscono che solo una persona con un accesso diretto alla biblioteca di Alessandria avrebbe potuto riportare. L’opera segue la classica struttura del Simposio platonico, dove l’autore racconta quello da lui visto e sentito in un simposio,Senza titolo-33 all’amico Timocrate. Ma rispetto al Simposio platonico, qui ampio risalto è dato all’aspetto gastronomico che è l’argomento centrale dell’opera con descrizioni di vini e cibi hanno fatto dell’opera un classico della storia della gastronomia. Intorno alle descrizione gastronomiche si sviluppano diversi argomenti come il lusso (fra i quali abbondano le descrizioni di profumi e bagni termali), la dieta, la salute, il sesso omosessuale e eterosessuale, la musica, l’umorismo, la prostituzione e la lessicografia grecaI critici sono oggi concordi che senza questo lavoro di Ateneo numerosissime importanti informazioni non solo sul mondo dell’antica Grecia ma anche su alcuni autori, come ad esempio i poeti parodici Archestrato di Gela, Matrone di Pitane e il medico Androne, oggi sarebbero del tutto totalmente sconosciuti. Infatti l’autore, all’interno dell’opera ampi stralci di autori dei quali non ci sono giunte opere, specie da commediografi. Nel XV° libro si trova una celebre raccolta di 25 scolii attici risalenti alla fine del VI-V secolo a.C, improvvisazioni simposiache estemporanee ideate e declamate proprio durante questi banchetti. Vicaire nella sua celeberrima bibliografia gastronomica scrive di quest’opera “Athéné y traite d’une quantité de sujets relatifs à la gastronomie. Les noms des gourmands les plus fameux, des cuisiniers célèbres y sont cités ; les vertus et qualités des légumes, poissons et animaux font le sujet de longues dissertations ainsi que les vins, les usages admis dans les repas et fêtes épulaires. On y trouve aussi des renseignements sur les Apicius.” (Vicaire, Bibliographie gastronomique, 50). Questa prima edizione latina che segue la prima edizione aldina del 1514 è rara e ancor più rara a repirirsi nella sua legatura originale. Rif. Bibl.: Graesse I-244, Vicaire non cita questa prima edizione latina.

1.200 euro

83. GEOLOGIA FOSSILI PRIME EDIZIONI CITTA’ DELLA PIEVE PERUGIA UMBRIA SCIENZE NATURALI STORIA LOCALE RARITA’ MONTI DEL TRASIMENO VAL DI CHIANA

 IMG_0751_clipped_rev_1IMG_0647_clipped_rev_1Rossi Giosafat,

Lettera di Giosafat Rossi medico primario in Città della Pieve accademico ardente, libero, neghittoso al signor Filippo Cartoni principe dell’Accademia dei Neghittosi.

In Perugia, dalla Tipografia vescovile di Francesco Baduel, 1816

In 8° (19,5×12,5 cm); 47, (1) pp. e una pecetta di carta manoscritta posta alla fine del volume. Legatura della seconda metà del novecento, in mezza-pelle scura, con titolo impresso in oro al dorso ed il piatto foderata con carta marmorizzata coeva. Antico ex-libris manoscritto applicato al frontespizio che identifica l’esemplare come appartenuto all’artista e storico perugino, “Belisario Simonelli”. Opera stampata su carta forte ed in buone-ottime condizioni di conservazione. Prima ed unica, rarissima edizione, un solo esemplare censito in ICCU, di questo importante studio del medico e naturalista Giosafat Rossi che fu medico condotto di Fabriano. L’opera, scritta sotto forma di lettera rivolta all’arcade Filippo Cartoni, accademico dei Neghittosi di Città della Pieve, ripercorre la storia, descrive il territorio e le caratteristiche geologiche di Città della Pieve, in provincia di Perugia (oggi facente parte della “Comunità Montana Monti del Trasimeno”), illustrandone, in particolar modo “ … l’analisi del suolo che la circonda, e dei Corpi eterogenei, che in esso si rivengono. Il territorio di Città della Pieve non è molto esteso, ma bensì è fertile, ed abbondante di vegetabili e animali. …” da Notizie Istoriche di Città di Pieve, Giuseppe Bolletti, Baduel, 1830. L’opera è infatti ricercata per la sua parte geologica. Scrive ad esempio Rossi “ … come bene osservò l’eruditissimo Monsignor Becchetti di cui conserveremo sempre indelebile la memoria, è formato da un tufo arenario, che dove è più corroso, e tagliato a pico per il corso delle acque, o per l’abbassamento delle strade, scuopre alcuni altri piccoli strati orizzontali di breccia, di argilla, di arena; ai quali sovrasta la terra vegetabile. Questi strati, e segnatamente il tufo, e l’argilla, sono misti di spoglie di testacei, e corpi marini resi fossili; ciò che assicura essere stato un tempo fondo di mare. … IMG_0649_clipped_rev_1Questo Poggio, come vi dicea sin dalle prime è formato di tufo a diversi strati orizzontali sparsi di spoglie di testacei, tra i quali si distinguono i pettini, e le ostraciti di grandezza maggiore a quelle che si pescano nel Tirreno e nell’Adriatico. Se ne trovano molte traforate da moluschi a conchiglia, e molte con dei balani di varia grandezza; ciò che potrebbe far sospettare che non una sol volta stato qui fosse il mare ad estendervi le sue acque. Sarebbe impossibile di tutte descrivere, o meglio rinvenire le specie dei detti testacei. Io che ne vado raccogliendo, e che piena ne vedo  la mia camera, ci rimarco le Conche Cordiformi, i Mutili, i Buccini, i Nautilli, le Trottole, le Volute, le Cinche ore rotundo, i dentali, le orecchie marine, le patelle, i buccarditi, le pinne, le tubolari. Tra tutti però hanno un certo maggior pregio le Cume di diversa grandezza che si rinvengono tra il tufo, ciò che esclude ogni idea vulcanica, le quali non solo in tutta la di loro conchigliacea sostanza sono passate nella natura dello spato; ma ne racchiudono …”. Molto raro ed in ottime condizioni di conservazione. Stampato a Perugia da Francesco Baduel. Ottimo esemplare. Rif. Bibl.: IT\ICCU\RMLE\067526.

380 euro

84. ECONOMIA COMMERCIO ECONOMY PRIME EDIZIONI CODICE COMMERCIO NAPOLEONICO RIVOLUZIONE FRANCESE DOTTRINE COMMERCIALI ED ECONOMICHE

 DSC_0593_clipped_rev_1

DSC_0591_clipped_rev_1 (1)Michel Regnaud de Saint-Jean-d’Angely,

Dei motivi del codice di commercio ovvero Discorsi pronunciati al corpo legislativo di Francia dagli oratori del Consiglio di stato, e del Tribunato intorno al progetto della nuova legislazione commerciale. Traduzione italiana

Milano, Dalla Tipografia di Francesco Sonzogno di Gio. Batt. Stampatore e Librajo, 1809

In 8° (19,5×12 cm); (4), 326, (2) pp. Bella legatura coeva in mezza pelle verde scuro con titolo in oro su fascetta in pelle rossa e ricchi fregi in oro al dorso. Piatti foderati con carta marmorizzata coeva. Qualche lieve macchiolina di foxing, qualche brunitura ed un leggero alone al margine basso delle ultime tre carte, leggero. Nel complesso esemplare in buone condizioniDSC_0592_clipped_rev_1 di conservazione. Prima edizione italiana delle celebri 17 “Discorsi” pronunciati da diversi oratori, dal dal 29 agosto al 15 sett. 1807 davanti al Corpo Legislativo di Francia. Nei discorsi, gli oratori, descrivono ed analizzano le ragioni del Nuovo Codice di Commercio napoleonico. Regnaud che sintetizza le diverse posizioni arriva a dimostrare come il codice di commercio, progettato in Francia fin dal 1802 e emanato nel 1807, sia un codice estremamente  progressista che contiene una visione mondiale del commercio, con un’idea dello stesso che va ben oltre ogni altro codice commerciale emanato in qualsiasi nazione fino a quel momento. Il figlio del Conte Michel Regnaud de Saint-Jean-d’Angely fu un alto ufficiale di Napoleone che lo seguì anche all’Isola d’Elba. Anche per questo il Conte subì le conseguenze della restaurazione. Prima edizione non comune, in bella legatura.

400 euro

85. ODONTOIATRIA MEDICINA CHIRURGIA DENTISTI DENTISTRY SURGERY PYROCLYSTERIO

DSC_0261_clipped_rev_1Pyroclisterio ossia macchinetta da applicare l’aria infiammabile inventata ed eseguita dal chirurgo sig. Gaetano Buzzi sanese

Senza luogo (ma prob. Firenze), Senza stampatore, 1809DSC_0263_clipped_rev_1

In folio piccolo (30×21,5 cm); (4) pp. e 4 c. di tav. fuori testo. Brossura in cartoncino molle. Esemplare stampato su carta di ottima qualità. Esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione ed ancora in barbe. Rarissima prima ed unica edizione di questo scritto di interesse odontoiatrico che illustra una nuova macchina per la cura delle carie dentali, del noto medico, chirurgo e dentista di origini senesi, residente a Firenze, Gaetano Buzzi. L’autore nacque il 13 marzo del 1773 a Campagnatico, piccola terra nel grossettano. Studiò medicina e chirurgia a Siena. Iniziò a praticare a Firenze DSC_0264_clipped_rev_1sotto la guida dell’insigne medico Gaetano Palloni. Interessatosi ai problemi odontoiatrici pensò che anche l’arte del dentista, all’epoca praticata da persone con una scarsa preparazione medio-scientifica, dovesse essere innalzata a vera e propria professione ed arte medica. Buzzi ottenne presto fama tanto che prestoDSC_0262_clipped_rev_1 vennero a lui numerosi clienti da tutto il territorio toscano. Ben presto da lui iniziarono a venire anche illustre personalità italiane che non avevano trovato nei chirurghi locali, sollievo ai loro problemi  orali. Si interessò anche di oftalmologia. Scrive l’autore all’inizio della descrizione “E’ stata in tutti i tempi riconosciuta per il più sicuro, ed efficace rimedio per il dolore dei denti, come per arrestare i progressi della carie dei medesimi, l’ustione. Questa si è procurata con diversi metodi, con diverse sostanze …”. Rif. Bibl.: per biografia di Buzzi, Opere di G. – B. Niccolini, Vol. III, Firenze, Le Monnier, 1844; ICCUIT\ICCU\CFIE\036932.

300 Euro

86. STATUTI UDINE FRIULI VENEZIA GIULIA MONTE DEI PEGNI VENETO VENEZIA PRIME EDIZIONI RARITA’ BIBLIOGRAFICA

  image00035_clipped_rev_1image00037_clipped_rev_1image00038_clipped_rev_1image00033_clipped_rev_1Constitutiones Patrae Foriiulii cum additionibus nouiter impresae. Unito a: Regolation de gli ordini et capitoli della Camera dei Pegni de la Città di Udine. Approvata, et Decretata dal’Eccellentissimo Senato.

Venetiis, ex officina Dominici Guerrei et Io. Baptistae, fratrum, 1565; In Udine, Appresso Pietro Lorio, 1617. 

In 4° (19,7×14,7 cm); due tomi in un volume: 112, (4) cc. e (8) cc. Legatura dell’inizio del seicento in piena pergamena molle a palinsesto (solo visibile in parte la scrittura). Mancanza al dorso, difetti e tracce di sporco. Forellini di tarlo (che solo in una trentina di pagine diventa un piccolo tunnel di tarlo, nel margine basso bianco della prima opera che solo in 15 carte sfiorano una lettera di testo per pagina, mai in modo  significativo e praticamente ininfluente. Nel complesso, all’interno in buone condizioni di conservazione. Il volume è stato conservato sotto naftalina e ne conserva ancora il sentore. La prima opera presenta al frontespizio la marca tipografica con un’aquila che vola verso il sole perdendo le piume, una delle più usate dai fratelli Guerra originari del Friuli, i quali avevano bottega A Santa Maria Formosa. La seconda opera image00032_clipped_rev_1presenta solo un invisibile forellino di tarlo nel margine bianco del tutto ininfluente. Nota di possesso seicentesca al margine alto della prima opera, cancellata, ma ancora in parte leggibile “Valentino Pellizano (?)”. Numerosissime interessanti note manoscritte di commento seicentesche al margine esterno bianco del volume. Due prime edizioni, non comune la prima, rarissima la seconda che non presenta altri esemplari censiti in ICCU, di questi “Constitutio nes” friulane e del regolamento del Monte dei Pegni di Udine. La prima opera rappresenta la non comune edizione degli statuti friulani validi dal 1563 in poi. Riprendendo gli statuti del  del 1524, impressi a Venezia da Bernardino Vitali nel 1524, la corregge in numerosi passi e vi aggiunge le ordinanze ducali emesse fino all’anno 1563. Gli statuti, dedicati a Jacopo Fannio al image00034_clipped_rev_1Collegio dei Giureconsulti di Udine, regolano tutte le attività cittadine dai notai, alle dispute locali, dall’attività degli avvocati, all’attività degli scrittori, dagli omicidi al mercato dei suini, ecc. La prima opera contiene 193 capitoli, con in fondo al volume una serie di lettere ducali in latino e volgare indirizzate ai luogotenenti della Patria del Friuli: il doge Francesco Foscari, Andrea Vendramini, Andrea Griti, Francesco Venerio, Girolamo Prioli. Segue la tavola “omnium rubricarum”. “Non trovando abbastanza corretta neppur l’edizione del 1524, si dispose per la stampa di una nuova a cura di Giuseppe Fabrizio; la quale edizione fu l’ultima in lingua latina” Catalogo della raccolta di Statuti del la Biblioteca del Senato III 215. La seconda opera, rarissima, contiene le disposizione della città di Udine legate al funzionamento del Monte dei Pegni cittadino. L’opera presenta sotto una testatine xilografica la dedicatoria a “Ioannes Bembo Dei Gratia Dux Ve netiarum &c.”. Rif. Bibl.: Valentinelli, p. 34; Fontana I 500; Manzano 196. La seconda opera non è stata reperita in nessun catalogo bibliografico consultato.image00036_clipped_rev_1

87. SCIENZE NATURALI AREZZO ELMINTOLOGIA PARASSITOLOGIA

  IMG_2305_clipped_rev_1IMG_2306_clipped_rev_1IMG_2307_clipped_rev_1IMG_2309_clipped_rev_1Redi Francesco,

Osservazioni di Francesco Redi accademico della Crusca, intorno agli animali viventi che si trovano negli animali viventi.

In Napoli, nella stamperia di Giacomo Raillard, 1687

In 8° piccolo (16,1×10,4 cm); (10), 216 pp. e 26 c. di tav. di cui 2 più volte ripiegate. Bella legatura coeva in piena pergamena con titolo e autore magnificamente chiosato damano coeva al dorso. Piccola mancanza al margine basso del dorso, non significativo. Un piccolo tarletto al margine basso bianco di pagina 25 e 4 carte, praticamente sul bordo del foglio, del tutto ininfluente. Alcuni quaderni leggermente ed uniformemente bruniti a causa della qualità della carta napoletana. Nel complesso esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione. Dedica a Lionardo di Capua. Bella marca xilografica animata al frontespizio. Esemplare conforme a quello digitalizzato su book.google.it. Esistono esemplari con varianti che vedono 6, 12 e 16 pagine poste all’inizio del volume in quanto Raillard mutò più volte l’apertura del volume, decidendo di togliere una seconda dedicatoria, al lettore, dopo quella a Lionardo di Capua in alcuni esemplari ed in altri, anche, la pagina che riprendeva una scritto di Plinio alla vita di Vespasiano (presente in questo esemplare). IMG_2308_clipped_rev_1Tutte le variante sono accettate come complete. Il volume è chiaramente stato rilegato in questo formato. Seconda edizione, assai più rara della prima e ancor più raro a reperirsi nella sua legatura originale ed in queste genuine condizioni di conservazione. Una delle opere più celebri del grande medico, naturalista e letterato italiano, Francesco Redi (Arezzo, 18 febbraio 1626 – Pisa, 1º marzo 1697). In quest’opera, considerata una delle opere basilari della parassitologia e dell’elmintologia moderne, in cui il celebre scienziato aretino, tramite la dissezione di diversi animali come lumache, sanguisughe, pesci e anche un gufo, arrivò a descrivere meticolosamente 108 parassiti differenti. Redi è considerato il fondatore della biologia sperimentale e uno dei padri della parassitologia moderna. “I suoi studi, fra i quali quelli intorno alla generazione spontanea e al veleno delle vipere, rivestono particolare importanza nella storia della scienza moderna, per la loro opera di demolizione di alcune teorie di stampo aristotelico a favore di un’attività sperimentale e per la loro applicazione in campo medico di una pratica terapeutica di impostazione ippocratica, costruita su regole di prevenzione e sull’uso di rimedi esclusivamente naturali e su precetti di vita equilibrata … Particolarmente importanti sono le sue “Esperienze Intorno alla Generazione IMG_2310_clipped_rev_1degl’Insetti” del 1668, nato da una lettera a Carlo Dati, in cui confutò la teoria della generazione spontanea, allora generalmente accettata, con un approfondito studio sperimentale della riproduzione delle mosche”.  L’opera contribuì in modo definitivo ad screditare il dogma aristotelico sulla generazione spontanea degli insetti. I suoi esperimenti e le sue osservazioni microscopiche vennero poi in seguito riprese, sviluppate e concluse da Pasteur e da Spallanzani. “Sotto forma di lettera indirizzata a Carlo Dati, segretario dell’Accademia della Crusca e accademico del Cimento, l’opera che condurrà Redi alla notorietà espone le conclusioni raggiunte a seguito di molte esperienze “fatte di fresco […] intorno al nascimento di que’ viventi che infino al dì d’oggi da tutte le scuole sono stati creduti nascere a caso [corsivo mio] e per propria lor virtude senza paterno seme” (Esperienze intorno alla generazione degl’insetti [1668], a cura di W. Bernardi, 1996, p. 75). “Redi’s masterpiece is considered to be ‘Esperienze intorno alla generazione degl’Insetti’ (1668), in which he disproved the doctrine of spontaneous generation in insects, inherited from Aristotle and still considered dogma. The microscope revealed in insects an organization as marvelous as it was unsuspected. Redi prepared and observed the egg-producing apparatus in insects, and he also used the microscope to good advantage in observing the morphological elements characteristic of the eggs of each species” (DSB XI, p. 341). Seconda rara edizione in veste originale. Rif. Bibl.: Castiglioni p. 475; Hirsch p. 686; Non in Wellcome.

650 euro

88. STORIA STORIOGRAFIA FRANCIA GENOVA QUATTROCENTO CARLO VIII LUDOVICO XI GUERRE D’ITALIA PACE DI CATEAU-CAMBRESIS NAPOLI

  IMG_2316_clipped_rev_1IMG_2317_clipped_rev_1Commynes Philippe de (Philippe de Commines), Lorenzo Conti,

Delle Memorie di Filippo di Comines, Cavaliero, & Signore d’Argentone, intorno alle principali attioni di Ludovico Undicesimo, e di Carlo Ottavo suo figliuolo, amendue re di Francia. Tradotte dal Mag.co Lorenzo Conti.

In Genova, appresso gli heredi di Gier. Bartoli, 1594

In 4° (19,7×14 cm); (40), 803, (1) pp. Legatura dei primissimi dl settecento, in piena pergamena, con titolo ed autore impressi in oro al dorso. Piatti interni foderati con bella carta settecentesca a motivi floreali. Frontespizio anticamente ed abilmente rinforzato al recto da carta settecentesca, un forellino di tarlo al margine esterno bianco da pagina 157 a 302 che in alcune pagine diventa un piccolo tunnel, sempre lontano dal testo ed ininfluente. Due  quaderni leggermente ed uniformemente bruniti a causa della qualità della carta. Nel complesso esemplare in ottime condizioni di conservazione. Bella marca tipografica al frontespizio con immagine di idra con sette teste ed in una cornice figurata, il motto “Virescit vulnere virtus”. Antica firma di appartenenza settecentesca privata al frontespizio “Ex libris Cristophori V. Ill.s Scipionij”, probabilmente lo storico napoletano, Cristoforo di Scipione autore IMG_2318_clipped_rev_1nel settecento di una celebre biografia di Giannantonio Summonte e di alcuni opere di genealogia ed araldica delle famiglie napoletane. Prima, non comune, edizione italiana, di questa celeberrima opera del famoso cronista e politico francese, Philippe de Commynes, o de Commines (Hazebrouck, 1445 o 1447 – Châteauroux, 18 ottobre 1511). Una delle principali opere storiografiche sulla storia francese ed italiana della seconda metà del quattrocento che divenne un classico in Italia, vedendo numerose riedizioni, anche grazie alla puntigliosa traduzione del noto umanista genovese, di origine ebraica (il padre era un noto medico ebreo), Lorenzo Conti. Fra i partecipanti della congiura dei Fieschi, Conti studiò legge a Padova, Parigi, Tolosa ed Avignone. Ma è “è con le lotte intestine del 1575 che il C. assunse un ruolo di rilievo nella vita pubblica della città, in stretto collegamento con i gruppi più radicali della nobiltà “nuova”: nella primavera era fra gli organizzatori delle “messe dello Spirito Santo”, in cui si tentò un coinvolgimento di massa dei ceti popolari nella lotta contro la nobiltà “vecchia”. Lorenzo fu tra i principali propagatori degli studi d’oltralpe in Italia ed in particolare, degli studi legati alla figura di Bodin ed Aristotele. “Legata probabilmente al nuovo clima culturale venutosi a creare in città dopo la fondazione dell’Accademia degli Addorment ati (1587) fu la nuova iniziativa letteraria del C., la traduzione dei Mémoires di Comines, dedicata al marchese Ambrogio Spinola (Delle memorie di Filippo di Comines… tradotte dal Mag.co L. Conti, Genova 1594). Nella dedica il C., dopo un parallelo tra Tacito e Comines, annuncia un suo volume di discorsi che non sono per altro rimasti. Una traduzione questa di Comines che, a differenza della precedente parziale di Nicolas Raince, ebbe un notevole successo editoriale (Milano 1610, Brescia 1611, Venezia 1613, Milano 1623, Venezia 1640)”.  Philippe de Commines, di nobili origini, fu fin da bambino, educato all’arte diplomatica ed alla conoscenza della storia. “In un primo tempIMG_2319_clipped_rev_1o consigliere di Carlo il Temerario, passò al servizio di Luigi XI, grazie al quale ottenne ricchezza, onori e titoli. A causa della sua partecipazione alla congiura degli Orléans, venne arrestato ed imprigionato. Grazie a Carlo VIII rientrò negli ambienti di corte prima di ricevere l’incarico di ambasciatore a Venezia. Negli anni seguenti si ritirò a vita privata per comporre le sue Mémoires, opera composta da otto libri, i primi sei costituiscono la Cronaca di Luigi Xi e gli ultimi due la Cronaca di Carlo VIII. Grazie a questi libri viene considerato uno dei padri degli storici moderni, grazie alla sua obiettività ed alla profondità psicologica dei suoi personaggi posti in relazione con i fatti politici in un gioco di cause, effetti, previsioni”. Prima edizione italiana di uno dei testi storiografici più celebri del cinquecento e della prima metà del seicento italiano che ricostruisce la storia di Francia e dei territori italiani nella seconda metà del quattrocento. Rara prima edizione italiana in esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: ICCU IT\ICCU\RMLE\005167; non citata in BM STC e non nell’Adams.

900 euro

89. CURIOSITA’ FILOLOGIA LIBRI PROIBITI PRIME EDIZIONI RARITA’ LINGUA EBRAICA EBREI ARABO LINGUA ARABA RARITA’ BIBLIOGRAFICHE

  image00077_clipped_rev_1image00075_clipped_rev_1Joannes Nicolai (Johannes Nikolai),

Demonstratio, qua probatur Gentilium Theologiam ex fonte Scriptural originem traxisse, In tres partes divisa et indici bus exornata opera Johann Nicolai, Ilm. Schwartzb.

Helmstedt, Sumptib. Friderici Luderwaldi, Bibliopolae,Tipis verò Conradi Erichii, 1681

In 8° (16,5×9,5 cm); (4), 224, (16), 225-304, (6), 48, (6) pp. Legatura coeva in piena pergamena con titolo chiosato in bella calligrafia da mano coeva al dorso. Esemplare brunito, come tutti quelli conosciuti, a causa della carta utilizzata nella stampa e per il resto esemplare in ottime condizioni di conservazione ed in parte, ancora a fogli chiusi. Frontespizio in rosso e nero. L’opera è particolarmente rara in quanto venne inserita, fin dalla sua uscita, nell’Indice dei Libri Proibiti. Prima ed unica, assai rara, edizione di questo importante studio del noto studioso, filologo, antiquario sassone, Johannes Nikolai (conosciuto anche con il nome Joannes Nicolai, 1665-1708) che fu a lungo professore a Tubinga. A lui si devono numerosi studi dedicati alle antichità tedesche, ai riti greco-romani ma anche a quelli ebraici che studiò profondamente e ai quali dedicò un noto scritto dal titolo “Da Sepulchris Hebraeorum”. Le image00078_clipped_rev_1sue opere furono particolarmente ricercate per le numerose curiosità in esso contenute. Nicolai, nato nella contea Schwarzburg-Rudolstadt, studiò in vari istituti universitari lingue e antichità fra i quali Jena, Helmstiidt, Lipsia, Marburg e Giessen. Personaggio dai numerosi interessi e dalla vasta cultura, fin dai primi anni dopo la fine degli studi universitari, venne chiamato dalle università di Giessen e Marburg per tenere conferenze su argomenti storico-archeologici-linguistici. Nel 1702 (anche se alcune fonti anticipano l’ottenimento della carica al 1700) divenne professore straordinario nell’università di Tobingia. Nicolai fu autore prolifico. Fra i titoli da ricordare: “de Mercurio et Hermis” 1687, “de ritu antiquo et hodierno Bacchanaliorum” 1696 ; “De triumphis Romanorum” 1696; “de luctu Graecorum” 1696; “De Phyllobolia” 1698; “de nimbis deorum” 1699; “De iuramentis Ebraeorum, Graecorum, Romanorum” 1700; “Antiquitats ecclesiasticae” 1705. Bayle lo cita image00074_clipped_rev_1come persona dotata di notevole talento ed intuizione. Le opere di Nocolai, compresa quella qui presentata, sono citate nella celebre Bibliotheca antiquaria di Johann Albert Fabricius edita nel 1713 e che contiene un repertorio degli scritti in ebraico nelle opere classiche e cristiane. La “Demontratio” dove il testo è scritto in lingua latina ma con numerose citazioni in ebraico, arabo, greco e altre lingue, è particolarmente ricercata per la sua curiosità e rarità dovuta al fatto di essere stata immediatamente inserita all’interno dell’Indice dei Libri Proibiti subito dopo la pubblicazione. Il volume studia le diverse origini dei vari linguaggi partendo dai termini e dai riti religiosi presenti nelle diverse religioni per poi passare al legame fra questi aspetti e la filologia delle principali lingue. Rif. Bibl.: Biografia Universale antica e moderna volume XL, Venezia,  Gio. Battista Massiglia, 1827, pag. 396.image00076_clipped_rev_1

600 euro

90. ILLUMINISMO FILOSOFIA EDIZIONI RARE RARITA’ BIBLIOGRAFICA GESUITI MIRACOLI SANTIFICAZIONI POLEMICHE

  image00065_clipped_rev_1Voltaire,

Lettre anonime écrite à Mr. de Voltaire, et la réponse. Troisiéme édition augmentéè

S. luogo (ma Valence), S. stampatore, S. data (ma 1769)

In 12° (18,2×11 cm);  99 (i.e. 60) pp. Brossura originale azzurra, piccolo difetto al dorso. Un forellino di tarlo all’ultima carta che tocca due lettere del testo, non fastidioso e nel complesso esemplare ancora in barbe ed in buone-ottime condizioni di conservazione. Terza edizione, rara, aumentata e corretta rispetto alle due edizioni precedenti, un solo esemplare censito in ICCU, di questa celebre raccolta di corrispondenza polemica di Voltaire con diversi personaggi nel quale il grande illuminista francese, affronta vari temi legati alla religione, i miracoli, il culto dei santi e la situazione dell’ordine dei gesuiti. Tutte le edizioni di questa lettera sono poco comuni. Bengesco, n° 1773/2 – BN, n° 4201. Bengesco pense “[…] que la Lettre anonime, etc…, est de Voltaire lui-même.” – Le texte n’est précédé que d’un faux titre – Texte daté: 1769 – Contient entre autres: Lettre à Monsieur de Voltaire au sujet de l’exjésuite Nonnotte du 7 Fev. 1769 / signée Bigex (p. 28-30). Observation importante / signée Bigex, Château de Tourney, le 1. mars 1769 (p.image00064_clipped_rev_1 33-35). Recueil composé par Voltaire comprenant : “Lettre écrite du Bas-Dauphiné, le 1er février 1769” ; “Réponse de M. de Voltaire” ; “Lettre à M. de Voltaire, au sujet de l’ex-jésuite Nonotte, du 7 février 1769” ; [“Certificat de Wagnière, secrétaire de Voltaire, attestant qu’il n’y a jamais eu de correspondance échangée entre Voltaire et l’abbé Velly, daté du 8 février 1769”] ; [“Attestation de Voltaire datée du 9 février 1769”] ; [“Déclaration de l’éditeur Cramer protestant n’avoir jamais imprimé, dans l'”Histoire générale de l’esprit et des moeurs des nations”, une phrase contre le clergé, incriminée par l’abbé Nonnotte”] ; “Observation importante signée Bigex, fait au château de Tournay, le 1er mars 1769 citant un passage du “Traité sur la tolérance”, à la louange du clergé français” ; “La canonisation de saint Cucufin”; “Maniere de Servir LesSantes”; “Apparition de Saint Cucufin au Sieur Aveline”. Segnatura A8, B4-E4, F2. Non comune ed in buone-ottime condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: IT\ICCU\NAPE\065170; SWB online katalog, 051074672.

image00066_clipped_rev_1

300 euro

91. MEDICINA OCCULTISMO ALCHIMIA FARMACIA MAGIA MEDICINA OCCULTISM ALCHEMY FARMACIA MAGIA LICANTROPI WEREWOLF COVATI BENEVENTO SIRENE LYCANTHROPE

  6535_1_clipped_rev_1Baricelli Giulio Cesare,

Iulii Caesaris Baricelli, … Hortulus genialis: siue Arcanorum valde admirabilium tam in arte medica quàm reliqua philosophia, compendium, curiosis naturae scrutatoribus lectu tam vtile quàm iucundum. Ex ipsius auctoris praecipuè obseruationibus concinnatum.

Coloniae, Excudebat Matthaeus Smitz, 1620

In 12° (13×7,6 cm); 353, (19) pp. Legatura ottocentesca in tutto cartoncino marmorizzato con titolo, autore e anno impressi in oro su tassello arancione al dorso. Tagli colorati in verde scuro. Fregio xilografico al frontespizio. Lieve difetto della carta alle pagine 139 e 163 esistente prima della stampa 6535_2_clipped_rev_1dell’opera. Piccolissimo ed ininfluente forellino di tarlo al margine basso bianco da pagina 241 alla fine del volume, ininfluente e nel complesso esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione. Seconda rara edizione, dopo la prima napoletana del 1617, di questo celebre trattato del grande medico, filosofo ed alchimista originario di San Marco dei Covati (Benevento), Giulio Cesare Baricelli (1574 – 1638). L’opera è un insieme di conoscenze, mediche, farmaceutiche, chimiche, alchemiche ed esoteriche con capitioli quali: Magiae seu incantationis vis;aegyptiorum opinio de elementis;Aegyptiorum arcana ad quartanam; Amoris originis controversiae; Capra maxime epilepsia tenatur; Calendula solis amica; Cicutam uterinum furorem domare; Daemonis astutia apud Indos; Germanorum mos circa coitum; Lupi aspectu homines obmutescunt; Maleficas artes in Septentr. Exerceri; Mandragora vitibus infondi vim soporiferam; Multa praefidiaab animalibus nomine accepisse; Monstruosa Daemonis apparitio; Natura Arcana pro vita producendo; Nereide set Sirenae saepe visae sunt; Paracelsi falsae opinio de homunculus partu; Philomenae a vipera devoratur; Pici Mirandulani ingenium; Salamndra in igne vivere nequit; Sodomie t Gomorrhi fructus vani; Tabacci usus apud Indos ecc. ecc. Baircelli fu celebre “Medico, chimico e filosofo di fama italiana ed europea, Giulio Cesare Barricelli – – nacque a San Marco dei Cavoti nel 1574 (o 1575) e fu da molti, pure erroneamente, ritenuto originario di Benevento o di San Marco Argentano in Calabria. Erudito e studioso di 6535_3_clipped_rev_1poliedriche attitudini e capacità, studiò medicina e si interessò di filosofia, tanto che ancora giovanissimo fu autore di commenti alle opere di Platone, mentre nel 1614 pubblicò l’opera in quattro libri De hydronosa natura sive de sudore umani corporis, sulla natura e la terapia della sudorazione umana, nel 1617 scrisse l’Hortulus genialis, edito a Colonia e Ginevra ove raccolse antidoti e sudi sulle intossicazioni, e successivamente diede alle stampe il Thesaurus secretorum, opera in cui sono elencate le cure ed i rimedi per svariate malattie e problematiche quotidiane. Nel 1623 pubblicò poi un trattato sull’uso del siero del latte e del burro come medicamento, intitolato De lactis, seri, butyri facultatibus et usu, e nello stesso anno gli fu conferita la cittadinanza beneventana. Cultore di studi umanistici Barricelli scrisse anche alcuni epigrammi latini e morì in Benevento tra il 1638 ed il 1640?. Caillet, 727 edizione di Ginevra del medesimo anno. Ferguson I, 72 “”A book of receipts, secrets, and curiosities of natural history.”” Krivatsy, 698; Rosenthal 3153.

600 euro

92. LEGATURA ALLA ARMI SAN FRANCESCO MIRACOLI RELIQUIE PRIME EDIZIONI ORSINI PUGLIA LATERZA GRAVINA DI PUGLIA

 IMG_4885_clipped_rev_1Perez Navarrate Francesco,

La divozione del sagro sacco di san Francesco, che si conserva nel Convento de’ PP. Minori Conventuali della Terra di Montella diocesi di Nusco: difesa dal marchese D. Francesco Perez Navarrete dell’Ordine di S. Giacomo, e del Conseglio Reale di S. Chiara di Napoli; dedicata alla santita di n. sign. pp. Clemente XI contra la Lettera d’ un moderno scrittore inserita ne i discorsi critici della Vita di s. Amato prete, e primo vescovo di Nusco.

In Benevento, nella Stamperia Arcivescovile l’anno 1710

In 4°; (26), 124, (2 b.) pp. Bellissima legatura coeva in marocchino marrone. Ricca decorazione impressa in oro sui piatti con cornice di catenelle, filetti, rotella di fiore. Alla campitura centrale grandi armi cardinalizie di Pietro Francesco Orsini (futuro papa Benedetto XIII) inserite in un campo di ferri di cerchietti e fori dipinti in argento ripetuti anche al dorso dov’è presente anche il titolo impresso oro. Ex-libris che identifica l’esemplare come appartenuto alla nota collezione privata di legature di Arturo Dazza. Tagli dorati. Assenti i due lacci che servivano a legare il volume. Esemplare in ottime condizioni di conservazione. Prima edizione di quest’opera dedicata ad una celebre reliquia francescana, opera del noto nobile spagnolo, marchese di Laterza (oggi in provincia di Taranto), reggente onorario del Consiglio Collaterale, Grande di Spagna, Don Francesco Perez Navarrete che fu ache il fondatore della celebre “Cantina Spagnola” di Laterza. “Il “sacco di San Francesco” è un reliquia custodita nel convento di San Francesco a Folloni, una piccola comunità alle porte di Montella (Campania). La tradizione vuole che sia apparsa piena di pane ai frati del Tredicesimo secolo, salvandoli dalla fame. […] La leggenda narra come nell’inverno del 1224 una nevicata straordinaria abbia lasciato il convento, allora nel mezzo del bosco, completamente isolato tra la neve e i lupi. I frati francescani, che vivevano grazie alla carità degli abitanti del luogo, si vennero a trovare in difficoltà, ma furono salvi quando trovarono alle soglie della chiesa una sacca contenente pane fresco, col quale si sfamarono. Poiché non vi era traccia di chi avesse lasciato la sacca, e questa era foderata in seta e ricamata agli angoli dai gigli di Francia, i religiosi lo considerarono un intervento miracoloso da parte di San Francesco, allora in viaggio alla corte del re di Francia. La stoffa venne conservata e utilizzata per circa 3 secoli come coperta per l’altare della chiesa, quindi divisa in parti e distribuita a varie comunità religiose. I frammenti IMG_4886_clipped_rev_1principali vennero infine trasformati in reliquia per preservarli e, nonostante alcuni spostamenti, quel che ne resta è giunto fino ai giorni nostri ed è ancora custodito e venerato nel convento francescano.”. Importante la legatura attribuibile a papa Benedetto XIII. Papa Benedetto XIII, al secolo Pietro Francesco (in religione Vincenzo Maria) Orsini (Gravina in Puglia, 2 febbraio 1649 – Roma, 21 febbraio 1730) che rinunciò al titolo di duca per entrare nell’ordine domenicano. Figura pia ed estremamente erudita Padre Orsini partecipò a sei conclavi, inserendosi sempre nel gruppo degli zelanti. Vescovo di Manfredonia e Arcivescovo di Cesena, ottenne queste cariche dopo essere stato a lungo il più giovane cardinale italiano. Durantre il suo pontificato costruì numerosi ospedali e alleviò le sofferenze dei poveri, compito principale che si prefisse durante la sua vita. Precorrendo i tempi, diede un forte impulso alla fondazione dei monti frumentari in tutta la diocesi per prestare ai contadini indigenti i fondi per acquistare le sementi. Importante legatura contenete un’importante opera su una reliquia miracolosa. Rif. Bibl.: ICCU IT\ICCU\NAPE\024038.

93. FOTOGRAFIA PRIME EDIZIONI LIBRI D’ARTISTA RARITA’ MODENA FOTOGRAFIE ORIGINALI POLAROID ARTE PRIME EDIZIONI

IMG_4893_clipped_rev_1IMG_4895_clipped_rev_1IMG_4896_clipped_rev_1IMG_4894_clipped_rev_1Franco Fontana (ed altri),

Selections1 from polaroid collection,

(Schaffhausen), Verlag Photographie, 1982

In 4° (28×22 cm); (94) pp. Legatura originale in piena pelle conservata entro custodia rigida. Applicata al piatto anteriore una polaroid originale di Franco Fontana. Esemplare in buone condizioni di conservazione. Prima ed unica edizione di questa celebre raccolta di polaroid scattate da alcuni dei più grandi fotografi della seconda metà del novecento fra i quali Franco Fontana, Luigi Ghirri, Ulay e MarinaAbramovic, Luciano Franchi, Arno Bauman, Sarah Benham, Pelle Cass, Nathan Farb, Toto Frima, Barend Houtsmuller, Tana Kaleya, Christian Vogt, Pedro Uhart, Andrè Thissen, SX-70 Gang ed altri. Esistono 50 esemplari numerati che presentano applicato al piatto una fotografia originali di Pedro Uhart, ma questo da noi presentato è l’unico conosciuto con applicata una polaroid originale firmata di Franco Fontana ed anche la custodia rigida da esposizione cosa che fa di questo esemplare un unicum di particolare valore ed interesse artistico. La polaroid qui applicata al frontespizio, in particolare, venne utilizzata come immagine di copertina alla mostra su Franco Fontana tenuta al …………. Franco Fontana (Modena, 9 dicembre 1933) è considerato uno dei più grandi fotografi del novecento oltere che un valente scrittore. Considerato come uno dei maestri del colore in fotografia, iniziò le sue sperimentazioni già nel 1961 anche se inizialmente, solo in forma amatoriale ma già nel 1963 espone alla Terza Biennale Internazionale del Colore che si tenne a Vienna. Tiene le prime esposizioni personali nel 1965 a Torino (Società fotografica Subalpina) e nel 1968 a Modena (Galleria della Sala di Cultura). L’esposizione nella IMG_4897_clipped_rev_1città natale segna una svolta nella sua ricerca dove a contatto con i movimenti dell’avanguardia poetica particolarmente vivi nella città emiliana elabora un linguaggio fotografico del tutto personale che ne segnerà in modo inconfondibile la sua visione estetica. Le sue opere sono conservate in oltre cinquanta musei in tutto il mondo, fra i quali: International Museum of Photography, Rochester; Museum of Modern Art, New York; Museum of Fine Arts, San Francisco; Museum Ludwig, Colonia; Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris; Victoria and Albert Museum, Londra; Stedelijk Museum, Amsterdam; Kunsthaus di Zurigo; Galleria civica d’arte moderna e contemporanea, Torino; The Photographic Museum, Helsinki; Puskin State Museum of Fine Arts, Mosca; The University of Texas, Austin; Museum of Modern Art, Norman, Oklahoma; Museo d’Arte di San Paolo; Israel Museum, Gerusalemme; Metropolitan Museum, Tokyo; National Gallery di Pechino; The Australian National Gallery, Melbourne; The Art Gallery of New South Wales, Sidney ecc. Rarità. Rif. Bibl.: solo per il volume nella versione standard ICCU IT\ICCU\MOD\1454759.

900 euro

94. ARTE INCISIONI EBREI ARTE GIUDAICA INCISIONI RARITA’

IMG_4892_clipped_rev_1Levi Isaac

Incisione cre ritrae un ebreo in paesaggio invernale

S. data ma 1900 circa, S. luogo (ma probabilmente Italia)

28×22 cm; bell’incisione su acciaio di questo ritratto di un ebreo in paesaggio invernale realizzato intorno al 1900 dall’artista Isaac Levi che fu autore di diverse, seppur rare, incisioni a tema ebraico. Ottimo stato di conservazione, conservato entro cornice degli inizi del novecento.

300 euro

95. SATIRA ANTIPAPALE ANTICATTOLICA MOTI DEL 1848 ROMA MOTI RIVOLUZIONARI

  IMG_4889_clipped_rev_1IMG_4890_clipped_rev_1Anonimo,

“Dispaccio Telegrafico del Concilio Ecumenico!! Per l’ibididine di regno, e per orgolio insano, Chiamò l’orbo cattolico …”.

S. luogo (ma probabilmente Roma), H.y Migon Editore (probabilmente falso), S. data (ma 1848 circa)

In 4° (27×20,5 cm); foglio volante litografico più volte ripiegato in cui il ritratto in profilo di papa Pio IX, aprendosi una prima volta, rivela al suo interno la presenza di una volpe famelica. Graffiante foglio volante di satira antipapale. L’apertura completa del foglio rivela una grande vignetta satirica raffigurante il Cardinale  Giacomo Antonelli (Sonnino, 2 aprile 1806 – Roma, 6 novembre 1876) ultimo segretario di Stato dello Stato Pontificio che benedice il voto sull’infallibilità papale. Aprendo a metà il foglio si può ottenre alternativamente un’immagine del Cardianale Antonelli con la sua faccia ma orecchie che possono ricordare quelle dell’asino o la testa di Antonelli con la sua faccia che finisce in un ghigno di lupo. Sotto di lui la seguente scritta “Per sostener la baracca temporale / Rinnegano il buon senso e la Morale.- W l’Infallibile!”. La lettera venne pubblicata anche se nel solo testo, in un numero del giornale satirico romano di ispiraizone socialista L’Asino, nel 1910 che la data 1848. Rarissimo ed in buone-ottime condizioni di conservazione. “Quando Pio IX salì al soglio di Pietro, Antonelli partecipò attivamente ai tentativi di riforma liberale del nuovo Papa, sui quali esercitò peraltro un grande influsso. Papa Pio IX creò Antonelli cardinale nel concistoro del 12 giugno 1847. Antonelli entrò contemporaneamente nel prim o Consiglio dei ministri, la cui formazione stessa costituiva un’apertura di Pio IX alle riforme. IMG_4888_clipped_rev_1Quando poi, nel marzo 1848, si arrivò addirittura alla formazione di un governo misto di esponenti del clero e laici, la presidenza fu affidata a Antonelli, nominato Cardinale segretario di Stato, in sostituzione di Giuseppe Bofondi, di mentalità liberale, ma considerato forse non abbastanza esperto. Mentre il 14 marzo 1848 il Papa proclamava la costituzione, Antonelli assecondava le pressioni popolari, inviando 10.000 uomini al confine settentrionale dello Stato della Chiesa, affinché si unissero ai Sardi che stavano cercando di scacciare gli austriaci dal Regno Lombardo-Veneto. Dopo la capitolazione delle truppe romane il 16 giugno 1848 a Vicenza il Papa su IMG_4891_clipped_rev_1pressione di Antonelli assicurò tuttavia che le truppe non erano state inviate per combattere gli austriaci. Da quel momento Antonelli perseguì l’avvicinamento all’Austria e il ripristino della situazione antecedente i moti del 1848 e l’inizio della Prima guerra di indipendenza italiana. Il malumore della popolazione per questa abiura della causa nazionale fu però a Roma così minaccioso che Antonelli e i suoi colleghi dovettero lasciare spazio a un nuovo ministero. Pio IX chiamò al posto di Antonelli il conte Pellegrino Rossi. Antonelli, da dietro le quinte, rimase comunque il conduttore della politica papale. Fu infatti l’Antonelli che, dopo l’assalto del popolo al palazzo del Quirinale il 25 novembre 1848, spinse il Papa a fuggire a Gaeta, dove venne premiato con la seconda nomina a Cardinale Segretario di Stato”. Rarissimo.

96. PRIME EDIZIONI NOVECENTO LETTERATURA ITALIANAMEMORIE SECONDA GUERRA MONDIALE OMOSESSUALITA’

IMG_4887_clipped_rev_1Comisso Giovanni,

Gioventù che muore,

Milano, Sera Editrice, 1949.

In 8° (18×12,2 cm); 296, (8) pp. Brossura editoriale con sovraccoperta editoriale illustrata da Filippo de Pisis. Un piccolo difetto al dorso con qualche pieghetta al margine basso e un piccolo antico rinforzo all’interno della sopraccoperta e per il resto in ottime condizoni di conservazione. Al risvolto ritratto fotografico in bianco e nero dell’autore, al retro applicata una pecetta con l’indicazione della casa editrice e il prezzo. Prima edizione stampata in 2900 copie (oltre a 100 numerate con copertina rigida) di quest’opera del grande scrittore trevigiano, Giovanni Comisso (Treviso, 3 ottobre 1895 – Treviso, 21 gennaio 1969). “Lo scoppio della guerra trova Comisso nella sua casa di Zero Branco, alle prese con un nuovo amore, il sedicenne Guido Bottegal, un irrequieto ragazzo trevigiano, non privo di sensibilità per la poesia, che verrà soprannominato “il fuggitivo” per le sue fughe improvvise. Pubblica i racconti di Felicità dopo la noia. La Mondadori pubblica Un inganno d’amore (1942), il romanzo sulla “scoperta dei sentimenti” al quale Comisso teneva particolarmente. La critica lo accoglie con molte perplessità. Ad aggravare la crisi psicologica dello scrittore contribuisce la sua passione per Guido, con esplosioni di gelosia, a causa di un personaggio inquietante come Sandro Pozzi, ex legionario fiumano, ora agente dei servizi segreti fascisti. Nel dicembre 1943, Comisso ritorna a collaborare con il  “Corriere della Sera”, divenuto il più importante quotidiano della Repubblica Sociale. A dirigerlo viene chiamato Ermanno Amicucci, già direttore de “La Gazzetta del Popolo”. Nel 1944 Guido Bottegal, arruolato nella Marina Repubblicana, diserta dopo aver scritto una lettera in cui accusa il fascismo di aver tradito i giovani. Viene arrestato e portato nelle carceri di Venezia. Comisso cerca raccomandazioni per farlo scarcerare. Guido viene liberato, dopo aver fatto domanda, su consiglio di Pozzi, di entrare in un reparto combattente della R.S.I. e riprende i rapporti con Comisso. Nel bombardamento di Treviso del 7 aprile, la casa di famiglia in piazza Fiumicelli viene distrutta. La madre e la fedele governante Giovanna erano sfollate a Zero Branco e si salvano. Nel febbraio del 1945, Guido diserta e si rifugia sull’Altipiano di Asiago, a lavorare per i tedeschi nella Todt. Finirà fucilato dai partigiani dell’Altipiano che lo credono una spia. Comisso narrerà questi tragici avvenimenti in Gioventù che muore (1949). «E non cerco più amicizie dopo l’ultima per Guido che mi à così massacrato, illuso, deluso e stroncato». Comisso vive una crisi esistenziale, causata dalla tragica morte dell’amico e dalla sensazione, con l’affermarsi del neorealismo, di essere ormai superato come scrittore. Va spesso a Venezia, a trovare Filippo De Pisis. Collabora con Mario Pannunzio al “Risorgimento liberale” e con altri giornali”. Prima edizione.

70 euro

97. RIME EDIZIONI NOVECENTO LETTERATURA ITALIANA POESIA ERMETISMO POETICA DELLA RESISTENZA MOVIMENTO PARTIGIANO

IMG_4906_clipped_rev_1Gatto Alfonso,

Amore della vita.

Milano, Rosa e Ballo, 1944.

19,5×12,8 cm; 155 (9) pp. Brossura editoriale con copertina con titolo composto a tre colori. Esemplare in ottime condizioni di conservazione. Prima edizione di questa celebre raccolta di componimenti poetici del grande poeta e letterato originario di Salerno, Alfonso Gatto (Salerno, 17 luglio 1909 – Orbetello, 8 marzo 1976). Opera stampata in soli 3200 esemplari. Personaggio dalla vita movimentata fu commesso di libreria, poi istitutore di collegio, correttore di bozze, giornalista, insegnante,fu grande amico di Cesare Zavattini, Alessandro Tofanelli, Leonardo Sinisgalli, Orazio Napoli e Domenico Cantatore. Nonostante nel 1935 avesse partecipato ai Littoriali della cultura e dell’arte dei Gruppi universitari fascisti, già nel 1936 fu arrestato per antifascismo e trascorse sei mesi nel carcere di San Vittore a Milano. Nel 1938, insieme a Vasco Pratolini, fu chiamato dall’editore Vallecchi a fondare la rivista Campo di Marte legata al movimento dell’ermetismo fiorentino e che seppur durò un solo anno, segnò profondamente il percorso poetico di Gatto che divenne, proprio uno dei maggiori rappresentanti del movimento poetico dell’ermetismo. Dopo aver collaborato anche con Bottai, Gatto diviene uno dei più gradi sostenitori della poesia della “Resistenza”. Nel dopoguerra lavora attivamente all’Unità per poi distanziarsene e prendere posto fra  nel gruppo dei “dissidenti” del movimento comunista. Per Gatto il motivo dell’amore ricorre in tutta la sua poesia e viene analizzato in tutte le sue forme. La raccolta di poesie “Amore della Vita”, uscita per la prima volta nel 1944, fa proprio parte dei componimenti dedicati ai martiri della Resistenza nei quali, con una freschezza ed una leggerezza peculiare nel trattare un argomento retorico, esalta lo spirito civili e politico dei partigiani andando a creare un nuovo concetto poetico dove forme di autobiografismo lirico si saldano ad una partecipazione a momenti storici di particolare rilevanza. Rif. Bibl.: Gambetti-Vezzosi, Rarità Bibliografiche del Novecento Italiano, 2007, p. 378.

90 euro

98. PRIME EDIZIONI NOVECENTO LETTERATURA ITALIANA ERMETISMO FONDI LATINA CASERTA VALLE LATINA ERMETISMO POETICO LAZIO

IMG_4907_clipped_rev_1Libero de Libero,

Amore e morte,

Milano, Garzanti, Milano, 1951.

Cm. 19,8x 13 cm;  (8), 185, (3) pp. Brossura editoriale illustrata con sopraccoperta illustrata in bianco, rosso e blu. Elegante firma di appartenenza privata data 1957 alla prima carta bianca. Esemplare in ottime condizioni di conservazione. Prima edizione di questo romanzo del noto poeta, narratore e critico d’arte laziale, Libero de Libero (Fondi i provincia di Latina, 10 settembre 1903 – Roma, 4 luglio 1981). Libero de Libero cresce e si forma negli ambienti capestri prima di Fondi e poi negli anni del liceo nella Valle Latina tra Ferentino e Alatri che rimaranno per sempre impressi nella sua memoria e che ritornano spesso nelle sue opere. Nel 1928, insieme a Luigi Diemoz fonda la rivista letteraria “Interplanetario” che vede fra i suoi collaboratori Corrado Alvaro, Massimo Bontempelli e Alberto Moravia e si avvicina al gruppo dei pittori della Scuola Romana che si sta formando intorno alla studio artistico di Mario Mafai. Nonostante la residenza romana non perde mai i contatti con le terre natie e con le personalità letterarie ed artistiche di quei territori. La sua poetica è una delle massime espressioni della corrente meridionale dell’ermetismo anche se in lui è presente un peculiare legame con gli ambienti e la natura della sua terra natia sottraendo la sua poesia dal rischio di una poetica “pura” a favore di forme poetiche materiche. Emilio Cecchi arrivò a sostenere che la sua poesia è caraterizzata da una «serietà d’un lirismo popolano, che non ha nulla a che vedere con arzigogoli folcloristici e con rustiche mitologie trasportate ad usi letterari.». Giorgio Bàrberi Squarotti riferendosi alla forma espressiva del suo romanzo più riuscito, appunto “Amore e Morte”, disse che Libero nell’esposizione dei fatti narrati si avvale di un «linguaggio lirico carico di potenti inflessioni descrittive e di colorita sensualità». Non comune e ancora meno comune da reperirsi in queste ottime condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: Gambetti – Vezzosi “non comune e abbastanza ricercato” 2009, pag. 300.

80 euro

99. PRIME EDIZIONI NOVECENTO LETTERATURA ITALIANA ERMETISMO POESIA CASTELLO DI FIRENZE MONTE SEMPRONIANO POESIA ERMETICA

IMG_4917_clipped_rev_1Mario Luzi,

Quaderno Gotico,

Firenze, Vallecchi, 1947

In 8° grande; 33, (1) pp. Brossura editoriale con titolo in rosso e nero al piatto anteriore. Conservato il foglietto volante pubblicitario dell’opera e anche il secondo foglietto pubblicitario di altre opere che la Vallecchi allegò al volume. Vecchia ed elegante firma d’apparteneza alla prima carta bianca datata 1956. Ottimo stato di conservazione per un esemplare particolarmente pulito e privo delle solite ingialliture ai margini delle carte. Edizione numerata di 500 esemplari numerati e frimati dall’autore, in nostro è l’esemplare n° 373. Prima edizione, non comune e ancor più rara a reperirsi in queste condizioni di conservazione e completa dei due foglietti pubblicitari, di questa raccolta di questa raccolta di poesie del grande poeta, drammaturgo, critico letterario, traduttore, critico cinematografico, accademico italiano e senatore a vita della Repubblica Italiana, Mario Luzi (Castello di Firenze, 20 ottobre 1914 – Firenze, 28 febbraio 2005). Formatosi negli ambienti fiorentini della poesia ermetica, stringe un legame particolare di amicizia con Piero Bigongiari, Alessandro Parronchi, Carlo Bo, Leone Traverso e la poetessa e scrittrice Cristina Campo, nonché l’importante e instancabile critico Oreste Macrì. Luzi fu collaboratore di diverse riviste d’avanguardia fra le quali Il Frontespizio, Campo di Marte, Paragone e Letteratura. Luzi, nonostante sia un poeta che durante la sua vita ha incrociato e preso parte a diversi gruppi e movimenti poetici (di solito la sua poetica è suddivisa in tre momenti pricipali), è considerato come l’ultima espressione e la più compiuta della poetica dell’ermetismo fiorentino, addivenendo ad una poesia dove viene messo in risalto il drammatico conflitto tra un “Io” che cerca una sintesi tra la naturale tendenza verso il sublime e le scene terrestri dell quali giornalemente è testimone. L’opera qui presentata si inserisce nel primo periodo poetico di Luzi e ne rappresenta il vertice. Tale periodo, quello più propriamente appartenente alla poetica ermetica, va dagli esordi con La barca del 1935 fino, in modo approssimativo, a Quaderno gotico (composto tra l’inverno e la primavera a cavallo del 1944-1945) con al centro Avvento notturno. Prima edizione tirata in soli 500 esemplari numerati, autografati dal poeta, in ottime condizioni di conservazione, arricchiti dai foglietti pubblicitari editoriali.

200 euro

100. LETTERATURA AVANGUARDIE ROMA CUPRAMONTANA MARCHE CLASSICI DELLA LETTERATURA

IMG_4910_clipped_rev_1Bartolini Luigi,

Ladri di biciclette,

Milano, Longanesi & C, 1948.   

In 8° (18,5 x 12 cm); 220 pp. Brossura originale con sovraccoperta editoriale illustrata. Qualche piccola pieghetta al margine alto della sopraccoperta e per il resto, nel complesso, esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione. Una vecchia ed elegante firma di possesso privato alla prima carta bianca datata 1953. Seconda edizione, ampliata rispetto alla prima edizione edita all’editore Polin a Roma nel 1946,  di questo celeberrimo romanzo del famoso incisore, pittore, scrittore e poeta marchigiano, Luigi Bartolini (Cupramontana in provincia di Ancona, 8 febbraio 1892 – Roma, 16 maggio 1963). Da questo romanzo, Zavattini trasse la sceneggiatura del noto film. Quest’edizione che venne pubblicata all’uscita della pellicola diretta da De Sica, si presenta notevolmente aumentata rispetto alla prima edizione. Bartolini è considerato insieme a Giorgio Morandi e Giuseppe Viviani, fra i maggiori incisori del novecento italiano. Le sue propensioni di vita ispirate, per sua stessa definizione, ad un “anarchismo celestiale” lo portarono, durante il fascismo prima in carcere e poi ad un confino a Merano fino al 1938 come osservato politico, più che per posizioni apertamente antifasciste per comportamenti liberali che erano male accetti al regime (non a caso non fu, come molti suoi amici artisti, tra i firmatari del “Manifesto degli intellettuali fascisti”). Come ben scrisse Miceli “La storia delle frizioni inquietanti e degli scontri tempestosi tra Luigi Bartolini e il Fascismo potrebbe costituire un dossier di molte pagine. Il primo ma già decisivo episodio del fitto catalogo di ostracismi, censure, interdizioni che egli dovette subire a causa soprattutto dei suoi scritti scopertamente critici verso non tanto l’istituzione politica in sé, quanto verso le gerarchie del regime e i loro lacchè intellettuali, fu nel 1933 l’accusa di intrattenere “segreti rapporti epistolari con i fuoriusciti” leggi Lionello Venturi (che peraltro, a Parigi, gli aveva venduto un gruppo di acqueforti). La cosa gli costò dapprima il ritiro della tessera del partito, quindi l’arresto e l’associazione alle carceri di Ancona e il successivo confino a Montefusco, in quel di Avellino. Mussolini fece poi permutare il confino in un trasferimento a Merano, come sorvegliato politico. Il seguito fu una catena di azioni e reazioni: proibizioni ai giornali di pubblicare i suoi scritti, sequestri di libri (e distruzione: vedi Scritti d’eccezione, Il Campano, 1942, n.d.r.), chiusure di mostre e quant’altro. Nel 1945 Bartolini raccontò la propria odissea in un libello (Perché do ombra, Stampa Novografica, Roma 1945, n.d.r.) composto per rapide citazioni di testimonianze e documenti sui suoi trascorsi di dissidente perseguitato, quasi carta d’identità o inequivocabile lettera di credenziali per prendere ancora una volta polemicamente posizione nel nuovo clima, non privo di mistificazioni, del Dopoguerra”. (Cfr. N. Micieli, Mino Rosi e Luigi Bartolini, un sodalizio intellettuale. Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra, 1998). Bartolini fu un personaggio complesso ma caratterizzato da una grande statura morale e ed umana che ben traspare da tutta la sua opera. Basti ricordare la testimonianza di Raul Wittenberg che venne presentata sull’Unità del 28 gennaio del 2002 a quasi quarantenni dalla morte dell’artista: ““Caro Direttore, vorrei anch’io ricordare, nel Giorno della Memoria, una persona grazie alla quale la mia famiglia, ebrea di Königsberg, ha potuto evitare il martirio nei campi nazisti dopo la fuga dalla Germania di Hitler. Si tratta di Luigi Bartolini, scomparso quarant’anni or sono (…). In quel terribile inverno del 1944, un pomeriggio mio padre fu avvisato che il giorno dopo sarebbe stato prelevato con la sua compagna dalla Gestapo. Non abbiamo mai saputo chi abbia voluto avvisarci. Fatto sta che i miei raccolsero poche cose e fuggirono verso la vicina casa di un conoscente antifascista che aveva promesso ospitalità qualora fossero stati scoperti. Ma nessuno rispose al disperato insistere sul campanello. Si faceva sera, si avvicinava il coprifuoco, i miei decisero di tentare con il Maestro. Bartolini non solo aprì subito la porta, ma insieme alla signora Anita accolse i miei e li tenne nascosti in casa per oltre una settimana , giusto il tempo di organizzare la fuga da Roma. E Bartolini lo fece a suo rischio (…). Dopo molti anni, spinto dall’ondata di razzismo e antisemitismo che sembra emergere nell’attuale situazione politica, ho sentito la necessità di rendere pubblicamente omaggio alla memoria di un uomo giusto (…). (Cfr. l’Unità, 28 gennaio 2002, pag. 29 sez. nazionale Commenti).”.

101. PRIME EDIZIONI NOVECENTO LETTERATURA ITALIANA ERMETISMO FONDI LATINA CASERTA VALLE LATINA ERMETISMO POETICO LAZIO

IMG_4909_clipped_rev_1Libero de Libero,

Camera oscura,

Milano, Garzanti, 1952.

19,5×13 cm; (8), 147, (3) pp. Brossura editoriale con sopraccoperta illustrata editoriale realizzate da Domenico Purificato. Vecchia ed elegante firma d’appartenenza datata 1957 alla prima carta bianca. Esemplare in ottime condizioni di conservazione. Prima edizione di questo romanzo del noto poeta, narratore e critico d’arte laziale, Libero de Libero (Fondi i provincia di Latina, 10 settembre 1903 – Roma, 4 luglio 1981). Libero de Libero cresce e si forma negli ambienti capestri prima di Fondi e poi negli anni del liceo nella Valle Latina tra Ferentino e Alatri che rimaranno per sempre impressi nella sua memoria e che ritornano spesso nelle sue opere. Nel 1928, insieme a Luigi Diemoz fonda la rivista letteraria “Interplanetario” che vede fra i suoi collaboratori Corrado Alvaro, Massimo Bontempelli e Alberto Moravia e si avvicina al gruppo dei pittori della Scuola Romana che si sta formando intorno alla studio artistico di Mario Mafai. Nonostante la residenza romana non perde mai i contatti con le terre natie e con le personalità letterarie ed artistiche di quei territori. La sua poetica è una delle massime espressioni della corrente meridionale dell’ermetismo anche se in lui è presente un peculiare legame con gli ambienti e la natura della sua terra natia sottraendo la sua poesia dal rischio di una poetica “pura” a favore di forme poetiche materiche. Emilio Cecchi arrivò a sostenere che la sua poesia è caraterizzata da una «serietà d’un lirismo popolano, che non ha nulla a che vedere con arzigogoli folcloristici e con rustiche mitologie trasportate ad usi letterari.». Insieme ad “Amore o morte”, “Camera Oscura” è il romanzo più celebre dell’autore. Rif. Bibl.: Gambetti – Vezzosi “non comune e abbastanza ricercato” 2009, pag. 300.

80 euro

102. ARTE CONTEMPORANEA AVANGUARDIE CRITIOCA D’ARTE PRIME EDIZIONI PARMA MILANO COMO ASTRATTISMO SALERNO MONTEMURRO

 IMG_4920_clipped_rev_1 IMG_4919_clipped_rev_1IMG_4918_clipped_rev_1Gatto Alfonso, Sinisgalli Leonardo,

A. Atanasio Soldati,

Milano, Edizioni di Campo Grafico, S. data (ma 1934)

21,5×16 cm; (2 b.), (12) pp. e 26 c. di tav. 4 illustrazioni al tratto nel testo e 27 illustrazioni b.n. in 26 tavole f.t. Brossura editoriale illustrata in nero e rosso, qualche leggerissima traccia di polvere ma nel complesso, ottimo esemplare. Edizione in tiratura limitata, il nostro è l’esemplare numero 63. Prima edizione di questa celebre prima monografia dedicato al grande pittore parmense, Atanasio Soldati (Parma, 24 agosto 1896 – Parma, 27 agosto 1953) che negli anni 30’ divenne una delle figure centrali della corrente pittorica dell’astrattismo appena nata a Como e a Milano. L’opera si avvale del commento di due dei più grandi critici ed intellettuali italiani del novecento, il celebre poeta e scrittore Alfonso Gatto (Salerno, 17 luglio 1909 – Orbetello, 8 marzo 1976) ed il grande poeta, saggista e critico d’arte Leonardo Rocco Antonio Maria Sinisgalli, più semplicemente Leonardo Sinisgalli (Montemurro in provincia di Potenza, 9 marzo 1908 – Roma, 31 gennaio 1981).  “Segno e colore per Soldati sono mezzi di scoperta: scoprire degli ordini, sciogliere dei legami. E’ un pittore pitagorico alla ricerca dei numeri d’oro. Questo suo metodo interiore lo ha portato a una pittura inflessibile e rischiosa come una legge” (Sinisgalli). Il volume qui presentato è considerato, fra le prime pubblicazioni sull’astrattismo, il più importante per il contenuto delle opere esposte e per l’importantissimo commento. Soldati, dopo aver ottenuto la laurea in architettura nella sua città natale, nel 1925 si reca a Milano dove entra, da subito in contatto con gli astrattisti Mario Radice e Mauro Reggiani. Già nel 1931 tiene una personale alla galleria “Il Milione”. Nel 1932 dopo aver conosciuto Leger sempre alla galleria “Il Milione” ed anche Picasso, inizia a confrontarsi con il cubismo. Nelle opere composte tra il IMG_4921_clipped_rev_11933 e 1935 è chiara l’influenza, anche, di un altro gruppo di artisti che in quegli anni aveva esposto alla galleria “Il Milione” quali Paul Klee e da Kandinskij, Vordemberge- Gildewart e Baumeister. Soldati, dopo essersi avvicinato al neoplasticismo di Mondrian e all’arte metafisicia, si avvicina a Osvaldo Licini e a Fausto Melotti. Durante la guerra, interrompe l’attività pittorica per prender parte alla guerra partigiana. Nel 1948, insieme a Munari, Dorfles e Monnet da vita al movimento dell’Arte Concreta. Scrive Sinisgalli “Segno e colore per Soldati sono mezzi di scoperta: scoprire degli ordini, sciogliere dei legami. E’ un pittore pitagorico alla ricerca dei numeri d’oro. Questo suo metodo interiore lo ha portato a una pittura inflessibile e rischiosa come una legge”. Prima non comune edizione, in ottimo stato di conservazione. L’opera venne stampato come primo numero della “Collezione Pittori Nuovi” delle edizioni della celebre rivista “Campo Grafico che uscita dal 1933 al 1939, fu specializzata in studi di estetica e di tecnica grafica, ed è ricordata ancora oggi come una delle riviste più innovative nel suo settore.

350 euro

103. PRIME EDIZIONI LETTERATURA ITALIANA NEOREALISMO LUZZARA RESISTENZA

IMG_4905_clipped_rev_1Zavattini Cesare,

Ipocrita 1943,

Milano, Bompiani, 1955

In 8° (20,5×12 cm);109, (3) pp. Brossura editoriale con sopraccoperta editoriale illustrata.  Esemplare in ottime condizioni di conservazione. Prima edizione di questa raccolta di prose varie (Lettera del 1943; Il cornuto e la guerra) del celeberrimo sceneggiatore, giornalista, commediografo, scrittore, poeta e pittore originario della provincia di Reggio-Emilia,  Cesare Zavattini (Luzzara, 20 settembre 1902 – Roma, 13 ottobre 1989) che in cinematografia fu tra i massimi esponenti del neorealismo italiano. Fra le sue prime occupazioni vi fu quella di istruttore nel convitto nazionale Maria Luigia di Parma, dove fu insegnante di Giovannino Guareschi, Attilio Bertolucci e Pietro Bianchi. Nel 1928, abbandonato l’insegnamento, iniziò la carriera di giornalista. Frequentatore del celebre caffè fiorentino delle Le Giubbe Rosse, conobbe i cosiddetti “solariani”: Vittorini, Bonsanti, Ferrata, Carocci, Montale, Ungaretti e Borgese. Nel 1936 fondò per la Rizzoli la fortunatissima rivista satirica del Bertoldo dove chiamò alla direzione Mosca. Personaggio vulcanico non si contano le sue pubblicazioni e le sue collaborazioni in tutti i campi della cultura italiana che segnò profondamente con la sua opera. Ippocrita 1950, inizialmente pubblicato da Vanni Scheiwiller nel 1954 ma subito ritirato per le proteste dell’editore Bompiani è un Diario nel quale l’autore rilegge la sua delusione per gli ideali postbellici dei primi momenti che velocemente tramontano e la sua posizione personale. Sempre sullo stesso tema sono gli altri titoli contenuti nell’opera che analizzano la posizione dell’autore dalla sua maturazione dopo la caduta di Mussolini, fino ai primi anni postbellici. Rif. Bibl.: Gambetti – Vezzosi Rarità Bibliografiche del Novecento Italiano, 2009.

50 euro

104. PRIME EDIZIONI LETTERTURA ITALIANA FASCISMO SIRACUSA SICILIA COMUNISMO GUERRA DI LIBERAZIONE RESISTENZA ANTIFASCISMO GUERRA DI SPAGNA

IMG_4912_clipped_rev_1Vittorini Elio,

Diario in pubblico,

Milano, Bompiani (Cromotipia E. Sormani), 1957.

In 8°; 385, (3) pp. Brossura editoriale con sovraccoperta figurata a colori con composizione di Léger. Conservata la fascetta pubblicitaria e due fogli volanti pubblicitari di Bompiani. Ottimo stato di conservazione. Prima edizione di questo noto scritto del grande scrittore, traduttore e critico letterario siciliano, Elio Vittorini (Siracusa, 23 luglio 1908 – Milano, 12 febbraio 1966). Dopo una fanciullezza tribolata alla continua ricerca di libertà e dopo aver fatto umili lavori, nel 1926, grazie a Curzio Malaparte iniziò a collaborare con la rivista la “Conquista dello Stato”. Nel 1927 inviò a La Fiera Letteraria il suo primo importante scritto narrativo, Ritratto di re Gianpiero, che gli venne pubblicato. Nello stesso periodo di tempo sposa Rosa Quasimodo, sorella di Salvatore Quasimodo. L’anno seguente collabora con “Solaria” e con “L’Italia letteraria”. Nel 1931 esce il suo primo romanzo “Scarico di coscienza”. Tra il 1933 ed il 1934 su Solaria compare a puntate uno dei suoi capolavori, “Il Garofano Rosso” che a causa della censura fascista non fu mai pubblicato in forma di romanzo, prima del 1948. Ottimo conoscitore della lingua inglese le sue traduzioni di Faulkner, Poe e Lawrence sono ancora oggi, molto apprezzate. Vicino alla corrente del fascismo di sinistra, nel 1936 venne espulso dal partito a causa di un articolo che parlando della guerra civile spagnola, spronava gli italiani a schierarsi contro Franco. Nel 1939 è a Milano dove Bompiani gli assegna la cura della collana editoriale “La Corona”. Controversa è la sua posizione politica fino al 1942 quando entra nel Partito Comunista Italiano (solo il 7 ottobre del 1942 partecipa al convegno degli intellettuali nazisti di Weimar, promosso dal ministro della propaganda Joseph Goebbels) e da questo momento i poi partecipa attivamente alla Resistenza. Uscì poi dal Partito Comunista nel dopoguerra per protesta contro la mancanza di libertà del regime comuista sovietico e per le posizioni non critiche di Togliatti. “Nel 1951 Giulio Einaudi lo chiamò per dirigere la collana “I Gettoni” e Vittorini condusse il suo incarico facendo scelte molto precise riguardo agli autori da inserire nella collana, accogliendo soprattutto le opere di giovani scrittori come Calvino e Fenoglio, ma rifiutando Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Vittorini successivamente rifiuterà la pubblicazione de Il dottor Živago di Pasternak e Il tamburo di latta di Grass”. Vittorini fu uno scirttore molto impegnato politicamente per tutta la sua vita ma caratterizzato da un impegno che andando ben al di là dalle posizioni ideologiche dei singoli partiti, ricercava nei partiti stessi un mezzo per sviluppare le libertà dell’individuo. Fu per questo che senza grandi problemi abbandò via via tutti i partiti politici nei quali si trovò coinvolto una volta che questi tradivano le sue finalità ideali. “Diario in pubblico” raccoglie i suoi interventi militanti, politico-culturali del periodo che va dal 1929 al 1956 ed in essi si può vedere chiaramente tutta la coerenza del pensiero di Vittorini e se ne comprende pienamente anche i suoi cambiamenti di simpatie politiche. Per lui i partiti non sono un fine ma sempre e solo un mezzo per raggiunger sempre lo stesso ideale di libertà. Prima edizione in ottime condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: Spaducci, p. 305. Gambetti – Vezzosi, Rarità Bibliografiche del Novecento Italiano, 2009 pag. 977.

50 euro

105. PRIME EDIZIONI LETTERATURA ITALIANA NEOREALISMO LUZZARA ROMANZI COMICI

IMG_4913_clipped_rev_1Zavattini Cesare,

Toto’ il buono. Romanzo per ragazzi (che possono leggere anche gli adulti). Illustrato da Mino Maccari.

Milano, Bompiani, 1945.

In 8°;  162 (6) pp. L’opera è illustrata da 22 disegni, nel testo, di Mino Maccari. Brossura editoriale con sovraccoperta figurata a colori con composizione di Maccari. Esemplare in ottime condizioni di conservazione. Vecchia ed elegante note di possesso privato alla prima carta bianca datata 1953. Prima edizione di romanzo del celeberrimo sceneggiatore, giornalista, commediografo, scrittore, poeta e pittore originario della provincia di Reggio-Emilia,  Cesare Zavattini (Luzzara, 20 settembre 1902 – Roma, 13 ottobre 1989) che in cinematografia, fu tra i massimi esponenti del neorealismo italiano. Fra le sue prime occupazioni vi fu quella di istruttore nel convitto nazionale Maria Luigia di Parma, dove fu insegnante di Giovannino Guareschi, Attilio Bertolucci e Pietro Bianchi. Nel 1928, abbandonato l’insegnamento, iniziò la carriera di giornalista. Frequentatore del celebre caffè fiorentino delle Le Giubbe Rosse, conobbe i cosiddetti “solariani”: Vittorini, Bonsanti, Ferrata, Carocci, Montale, Ungaretti e Borgese. Nel 1936 fondò per la Rizzoli la fortunatissima rivista satirica del Bertoldo dove chiamò alla direzione Mosca. Personaggio vulcanico non si contano le sue pubblicazioni e le sue collaborazioni in tutti i campi della cultura italiana che segnò profondamente con la sua opera. Totò il buono, romanzo comico per ragazzi fu scritto da Zavattini nel 1944 per essere letto, in primis dai suoi figli. In realtà dietro alla vena comica si cela molto della poetica letteraria di Zavattini e della sua capacità di parlare ad un pubblico diverso e multiforme. Dal romanzo, loi stesso Zavattini, realizzò il film “Miracolo a Milano”, uno dei capolavori del neorealismo. L’opera di avvale delle illustrazioni del celebre amico senese, Mino Maccari (Siena, 24 novembre 1898 – Roma, 16 giugno 1989) . Rif. Bibl.: Gambetti – Vezzosi Rarità Bibliografiche del Novecento Italiano, 2009.

106. PRIME EDIZIONI LETTERATURA ITALIANA DEBUTTI LETTERARI SIENA FIRENZE PALIO

IMG_4914_clipped_rev_1Vasco Pratolini,

Il tappeto verde,

(Firenze), Vallecchi, 1941.

In 8° (18,7×12,7 cm); 82 pp. Legatura editoriale rosa con titolo impresso in nero al piatto anteriore. Esemplare in ottime condizioni di conservazione. Opera prima dell’autore e prima edizione di questo scritto del grande scrittore fiorentino, Vasco Pratolini (Firenze, 19 ottobre 1913 – Roma, 12 gennaio 1991). Dopo una fanciullezza difficile costernata da lutti, difficoltà economiche (la madre morì che lui era bambino ed il padre lo affidò ai nonni, mentre per ristrettezze economiche fu costretto a lungo ad abbandonare gli studi) e dai lavorì più disparati, si avvicinò al gruppo della rivista “Solaria” mentre, da solo, leggeva Dante e Alessandro Manzoni, poi Jack London, Charles Dickens, Mario Pratesi, Federigo Tozzi ed altri. In contemporanea alla lettura, dal 1927-1928 frequenta un corso serale di lingua e letteratura francese presso il Circolo filologico cercando di migliorare le sue conoscenze culturali, deficitarie per gli anni di scuola saltati. Sono gli anni in cui stringe una forte amicizia con il pittore Ottone Rosai grazie al quale conobbe Bruno Becchi, Renzo Grazzini, Aldo Palazzeschi e Romano Bilenchi. Iniziano i suoi primi tentativi lettarari con la pubblicazione di alcuni articoli sul giornale di Pavolini “IlBargello”. Al caffè Giubbe rosse, dove si reca regolarmente per vivere il momento culturale di grande fermento, conosce Eugenio Montale. Nel 1938, insieme ad Alfonso Gatto ed Enrico Vallecchi, diede vita alla breve, ma eccezionale esperienza di «Campo di Marte», partecipando a sviluppare il movimento letterario dell’ermetismo fiorentino. E’ in questo periodo che inizia a scrivere “Il tappeto verde”, la suo primo libro pubblicato. Tirato in 700 copie, l’opera riscuote un discreto successo e sancisce l’ingrresso di Pretolini fra gli scrittori italiani. Lo scritto mischia ricordi autobiografici e finzione letteraria in una serie di racconto ambientati nel territorio toscano e senese. Un capitolo è dedicato al Palio. Seguiranno molte opere ed un notevole successo. Prima edizione non comune a reperirsi in queste ottime condizini di conservazione.  Rif. Bibl.: Gambetti – Vezzosi, Rarità Bibliografiche del Novecento Italiano, 2009.

180 euro

107. PRIME EDIZIONI LETTERATURA ITALIANA SURREALISMO SAVINIO DE CHIRICO

IMG_4915_clipped_rev_1Savinio Alberto,

Achille innamorato (gradus ad parnassum),

Firenze, Vallecchi, 1938

In 8° (19,5×13,5 cm);  266, (2 b.) pp. Brossura editoriale con sopraccoperta editoriale. Prima edizione di questo celebre scritto del grande pittore, scrittore e compositore italian, Alberto Savinio, pseudonimo di Andrea Francesco Alberto de Chirico (Atene, 25 agosto 1891 – Roma, 5 maggio 1952), fratello di Giorgio de Chirico. Dopo aver studiato contrappunto con Max Reger, Savinio s’impegnò nello studio del pensiero di Otto Weininger, Arthur Schopenhauer e Friedrich Nietzsche mentre compoeva diverse sinfonie che però non trovarono, inizialemente, forse a causa anche del loro carattere estremamente sperimentale, un eco fra il pubblico. Fu così che nel 1911 si trasferisce a Parigi dove entra in contatto con la maggior parte degli esponenti delle avanguardie artistiche dell’epoca che gravitavano su Parigi. E’ così per De Chirico un periodo di grande sviluppo culturale ed artistico, durante il quale conosce  Pablo Picasso, Blaise Cendrars, Francis Picabia, Jean Cocteau, Max Jacob e Guillaume Apollinaire. Nel 1914 conia il suo pseudonimo di ALberto Savinio e pubblica, sotto tale nome “Les chants de la mi-mort” nel numero 3 (giugno/agosto 1914) della rivista Les Soirées de Paris. Tornato in Italia con il fratello Giorgio stringe contatti sempre più forti con il mondo intellettuale italiano, stringendo amicizia con Filippo de Pisis, Carlo Carrà, Ardengo Soffici, Giovanni Papini e inizia a collaborare a “La Voce” di Giuseppe De Robertis, dove appaiono a puntate i primi capitoli di Hermaphrodito. Alla fine della Prima Guerra Mondiale collabora con le importanti riviste d’avanaguardia “Valori plastici” e “La Ronda”. Nel 1924 fu tra i fondatori della “Compagnia del Teatro dell’Arte”, diretta da Luigi Pirandello. Europeista convinto, a partire dal 1941 si avvicina a Valentino Bompiani, suo editore di riferimento creando intorno a questi, un sodalizio di intellettuali che annovera anche Corrado Alvaro, Massimo Bontempelli e Giacomo Debenedetti. Nell’autunno del 1943 apprende, per puro caso che il suo nome è inserito fra i sospettati di antifascismo e decide di nascondersi. La sua poetica verrà caratterizzata per tutta la sua vita dal gusto del fantastico, dell’ignoto fantastico ma anche da una continua tendneza alla conoscenza di se stessi e delle sicurezze borghesi attraverso una parodia spiazziante e sprezzante fino all’irriverenza anche grazie a richiami mitologici. Il volume qui presentato è una raccolta di racconti che incarna perfettamente tutta la poetica epica surreale di Savinio. La raccolta prende il nome dal racconto surreale pubblicato per la prima volta in lingua francese nel 1933 “Achille Énamouré Mêlé à l’Evergète”, sulla rivista “Surréealisme au Service de la Révolution, n. 5”. Esemplare in ottime condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: Gambetti – Vezzosi, Rarità Bibliografiche del Novecento Italiano, 2009, pag. 821;  Spaducci 259.

100 euro

108. PRIME EDIZIONI LETTERTURA ITALIANA SIRACUSA SICILIA COMUNISMO

IMG_4911_clipped_rev_1Vittorini Elio,

Le donne di Messina,

Milano, Bompiani, 1949.

In 8°; 494, (2) pp. Brosssura editoriale con sopraccoperta editoriale illustrata da un disegno di Marino. All’interno conservata anche la fascetta editoriale e un foglio volante pubblicitario di Bompiani. Vecchia ed elegante firma d’appartenenza privata alla prima carta datata 1955. Un piccolissimo difetto al margine alto della sopraccoperta e nel complesso esemplare in ottime condizioni di conservazione. Prima edizione rarissima da trovarsi completa della sopraccoperta, di quest’opera già apparsa in parte a puntate sulla rivista “La Rassegna d’Italia dal febbraio del 1947 al luglio del 1948, con il titolo “Lo zio Agrippa”. Lo stesso Vittorini scrive riguardo alle differenze notevoli fra le due stesure “Di una prima stesura di questo romanzo, molto più lunga e in sostanza diversa dalla presente, è stata pubblicata una serie di stralci sulla Rassegna d’Italia dal febbraio 1947 fino a luglio del 1948. Ma rare sono le pagine del libro com’è ora che coincidano esattamente con pagine del libro come era (intitolato Lo zio Agrippa passa in treno) nella prima stesura”. Importante opera del grande scrittore, traduttore e critico letterario siciliano, Elio Vittorini (Siracusa, 23 luglio 1908 – Milano, 12 febbraio 1966). Dopo una fanciullezza tribolata alla continua ricerca di libertà e dopo aver fatto umili lavori, nel 1926, grazie a Curzio Malaparte iniziò a collaborare con la rivista la “Conquista dello Stato”. Nel 1927 inviò a La Fiera Letteraria il suo primo importante scritto narrativo, Ritratto di re Gianpiero, che gli venne pubblicato. Nello stesso periodo di tempo sposa Rosa Quasimodo, sorella di Salvatore Quasimodo. L’anno seguente collabora con “Solaria” e con “L’Italia letteraria”. Nel 1931 esce il suo primo romanzo “Scarico di coscienza”. Tra il 1933 ed il 1934 su Solaria compare a puntate uno dei suoi capolavori, “Il Garofano Rosso” che a causa della censura fascista non fu mai pubblicato in forma di romanzo, prima del 1948. Ottimo conoscitore della lingua inglese le sue traduzioni di Faulkner, Poe e Lawrence sono ancora oggi, molto apprezzate. Vicino alla corrente del fascismo di sinistra, nel 1936 venne espulso dal partito a causa di un articolo che parlando della guerra civile spagnola, spronava gli italiani a schierarsi contro Franco. Nel 1939 è a Milano dove Bompiani gli assegna la cura della collana editoriale “La Corona”. Controversa è la sua posizione politica fino al 1942 quando entra nel Partito Comunista Italiano (solo il 7 ottobre del 1942 partecipa al convegno degli intellettuali nazisti di Weimar, promosso dal ministro della propaganda Joseph Goebbels) e da questo momento i poi partecipa attivamente alla Resistenza. Uscì poi dal Partito Comunista nel dopoguerra per protesta contro la mancanza di libertà del regime comuista sovietico e per le posizioni non critiche di Togliatti. “Nel 1951 Giulio Einaudi lo chiamò per dirigere la collana “I Gettoni” e Vittorini condusse il suo incarico facendo scelte molto precise riguardo agli autori da inserire nella collana, accogliendo soprattutto le opere di giovani scrittori come Calvino e Fenoglio, ma rifiutando Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Vittorini successivamente rifiuterà la pubblicazione de Il dottor Živago di Pasternak e Il tamburo di latta di Grass”. Vittorini fu uno scirttore molto impegnato politicamente per tutta la sua vita ma caratterizzato da un impegno che andando ben al di là dalle posizioni ideologiche dei singoli partiti, ricercava nei partiti stessi un mezzo per sviluppare le libertà dell’individuo. Fu per questo che senza grandi problemi abbandò via via tutti i partiti politici nei quali si trovò coinvolto una volta che questi tradivano le sue finalità ideali. Prima rarissima edizione da reprirsi completa della sopraccoperta, in ottime condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: Gambetti – Vezzosi, Rarità Bibliografiche del Novecento Italiano, 2009, pag. 977.

160 euro

109. PRIME EDIZIONI LETTERATURA ITALIANA MATELICA MACERATA MARCHE PREMI LETTERARI

IMG_4902_clipped_rev_1Bigiaretti Libero,

Un discorso d’amore,

Milano, Garzanti, 1948

 In 8° (19,6×13 cm); (4), 176, (2) pp. Brossura editoriale a colori, sopracoperta in acetato e  anche, conservata la fascietta editoriale del Premio Fiuggi. Vecchia ed elegante firma d’appartenenza privata alla prima carta datata 1956. Prima edizione di questo scritto del noto poeta, scrittore e traduttore, Libero Bigiaretti (Matelica in provincia di Macerata, 16 maggio 1905 – Roma, 3 maggio 1993). Nato in una famiglia di modeste condizioni economiche è costretto fin da piccolo a partecipare attivamente ai guadagni famigliari, trascurando così gli studi regolari senza però, trascurare di impegnarsi, con notevole profitto, in studi da autodidatta che gli permisero di iscriversi al Liceo Artistico a Roma dove consegue il diploma. Nel dopoguerra diventa, ad Ivrea, direttore dell’Ufficio Stampa dell’Olivetti e segretario del Sindacto Nazonale Scrittori. Collaboratore dell’Unità e dell’Avanti, Bigiaretti fu scrittore prolifico che nei suoi romanzi e nelle sue poesie, analizzò i sentimenti umani con particolare sensibilità alla condizione femminile che descrive nei suoi romanzi in toni più positivi rispetto alle scelte, spesso criticabili, dei protagonisti maschili. La sua abilità di scrittore gli permise di vincere numerose premi letterari come il Fiuggi, il Marzotto, il Chianciano ed il Viareggio. Uno dei suoi temi preferiti è la condizione umana straniante nella società industriale e la sua vicinanza ai movimenti operai, quasi Bigiaretti se ne sentisse parte, stride con i rapporti spesso scontrosi con gli ambienti letterari. Sebbene notevolmente apprezzato dagli scrittori suoi contemporanei ne rimane, per scelta personale, sempre isolato a causa del carattere difficile e timido e anche, per un complesso dell’autodidatta che lo caratterizzerà per tutta la vita. L’opera qui presentata, poi ampliata nel 1956 con il cambio del titolo in “Disamore”, ricostruisce l’affievolirsi di un grande amore rappresentato attraverso gli occhi del protagonista. Prima edizione in ottime condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: Gambetti – Vezzosi, Rarità Bibliografiche del Novecento Italiano, 2009, pag. 98.

40 euro

110. PRIMA EDIZIONI LETTERATURA ITALIANA PICO FROSINONE AVANGUARDIE LETTERARIE SURREALISMO GLOSSOPOIESI

IMG_4903_clipped_rev_1Landolfi Tommaso,    

Cancroregina,

(Firenze), Vallecchi, 1950

In 8° (19×12,5 cm); 105 (3 b.) pp. Brossura editoriale con sovraccoperta editoriale illustrata a colori da Rossini (al risvolto, uno dei rari ritratti fotografici di Landolfi che non amava farsi ritrarre in foto). Vecchia ed elegante firma d’appartenenza privata alla prima carta, datata 1955. Conservato all’interno anche il foglio pubblicitario di Vallecchi. Esempalre in magnifiche condizioni di conservazione. Prima non comune edizione, rarissima a reperirsi in queste condizioni di conservazione, di questo celebre scritto del grande scrittore, poeta, traduttore e glottotela italiano, Tommaso Landolfi (Pico in provincia di Frosinone, 9 agosto 1908 – Ronciglione, 8 luglio 1979), considerato uno dei maggiori scrittori italiani del novecento, vicino a certe forme del surrealismo. Scrive Arnaldo Bocelli dei racconti di Landolfi “sono, propriamente, fantasie, composizioni, capricci in senso tra musicale e pittorico, nei quali l’estro, l’umore si accompagnano ad una strenua casistica e i motivi lirici nascono da una riflessione critica del reale, da un gusto formatosi all’incrocio di diverse letterature”.  Landolfi conseguì la laurea in in Lingua e Letteratura Russa a Firenze nel 1923 con una tesi sull’Achmatova. E’ trai collaboratori di “Letteratura” e “Campo di Marte” fra i principali diffusori delle idee dell’ermetismo poetico fiorentino. La scrittura di Landolfi si muove fra il fantastico ed il grottesco, fin dai primi lavori come nel suo debutto letterario del 1937 “Dialogo dei massimi sistemi”, con accenti gotici come in “Racconto d’autunno” del 1947 ma sempre con scritti caratterizzati da una prosa sperimentale e ricercatissima. La sua vita fu passata principalmente fra Roma ed i Casinò di San Remo e Venezia, con soggiorni più o meno lunghi nella tenuta di famiglia a Pico. Sempre schivo rispetto ai circoli letterari, fu da questi però ampiamente apprezzato e di lui scirssero critiche entusiaste Giorgio Bassani, Mario Soldati, Eugenio Montale, Carlo Bo ed Italo Calvino. Non disdegò però di collaborare con diverse riviste come “Il Mondo” di Pannunzio ed il Corriere della Sera. Centrale è nella sua poetica è una critica feroce ma ironica alle “magnifiche sorti e progressive” della moderna società ma non auspicando atteggiamenti progressisti ma bensì da un punto di vista conservatore ed aristocratico. Carlo Bo disse che Landolfi fu il primo scrittore italiano dopo d’Annunzio ad aver il dono di manipolare la lingua italiana a proprio piacimento. L’opera qui presentata rappresenta uno degli esempi più riusciti delle capacità narrative di Landolfi. Opera rara e rarissima a reperirsi in queste eccelse condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: Spaducci, p. 156. Gambetti – Vezzosi, , Rarità Bibliografiche del Novecento Italiano, 2009, pag. 437: “Piuttosto raro e ricercato”.

 230 euro

111. PRIMA EDIZIONI LETTERATURA ITALIANA PICO FROSINONE AVANGUARDIE LETTERARIE SURREALISMO GLOSSOPOIESI RACCONTI GOTICI GOTICO

IMG_4904_clipped_rev_1Landolfi, Tommaso

Racconto d’autunno,

(Firenze), Vallechi, 1947.

In 8° (19,4×12,7 cm); 182 pp. Brossura editoriale con sovraccoperta editoriale illustrata, un piccolissimo strappetto al margine basso della sopraccoperta senza perdita di carta ed ininfluente e nel complesso esempalre in eccelse condizioni di conservazione ed ancora a fogli chiusi. Prima edizione non comune in queste condizioni di conservazone, rarissima a reperirsi a fogli chiusi, di questo celebre scritto del grande scrittore, poeta, traduttore e glottotela italiano, Tommaso Landolfi (Pico in provincia di Frosinone, 9 agosto 1908 – Ronciglione, 8 luglio 1979), considerato uno dei maggiori scrittori italiani del novecento, vicino a certe forme del surrealismo. Scrive Arnaldo Bocelli dei racconti di Landolfi “sono, propriamente, fantasie, composizioni, capricci in senso tra musicale e pittorico, nei quali l’estro, l’umore si accompagnano ad una strenua casistica e i motivi lirici nascono da una riflessione critica del reale, da un gusto formatosi all’incrocio di diverse letterature”.  Landolfi conseguì la laurea in in Lingua e Letteratura Russa a Firenze nel 1923 con una tesi sull’Achmatova. E’ trai collaboratori di “Letteratura” e “Campo di Marte” fra i principali diffusori delle idee dell’ermetismo poetico fiorentino. La scrittura di Landolfi si muove fra il fantastico ed il grottesco, fin dai primi lavori come nel suo debutto letterario del 1937 “Dialogo dei massimi sistemi”, con accenti gotici come in “Racconto d’autunno” del 1947 ma sempre con scritti caratterizzati da una prosa sperimentale e ricercatissima. La sua vita fu passata principalmente fra Roma ed i Casinò di San Remo e Venezia, con soggiorni più o meno lunghi nella tenuta di famiglia a Pico. Sempre schivo rispetto ai circoli letterari, fu da questi però ampiamente apprezzato e di lui scirssero critiche entusiaste Giorgio Bassani, Mario Soldati, Eugenio Montale, Carlo Bo ed Italo Calvino. Non disdegò però di collaborare con diverse riviste come “Il Mondo” di Pannunzio ed il Corriere della Sera. Centrale è nella sua poetica è una critica feroce ma ironica alle “magnifiche sorti e progressive” della moderna società ma non auspicando atteggiamenti progressisti ma bensì da un punto di vista conservatore ed aristocratico. Carlo Bo disse che Landolfi fu il primo scrittore italiano dopo d’Annunzio ad aver il dono di manipolare la lingua italiana a proprio piacimento. L’opera qui presentata rappresenta la sintesi fra il surrealismo e le invenzioni linguistiche di Landolfi con il suo gusto per le storie gotiche. Opera rarissima a reperirsi in queste eccelse condizioni di conservazione e a fogli chiusi. Rif. Bibl.: Spaducci, p. 156. Gambetti – Vezzosi, , Rarità Bibliografiche del Novecento Italiano, 2009, pag. 437.

170 euro

112. POESIA PRIME EDIZIONI ROMANOV OMOSESSUALITA’ RARITA’ BIBLIOGRAFICA RUSSIA LINGUA RUSSA

IMG_4901_clipped_rev_1K.R. (Velikij Knyaz Konstantin Romanov),

Stihotvoreniya K.R. [P. in russo] 1879-1885. Unito a: [New Poems], Stihotvoreniya K.R. [P. in russo] 1886 – 1888

S. Petersburg, S. editore (V Gosudarstvonnoĭ tip.), 1889

In 8° (16,8×12,5 cm); due opere in un volume: (2), 231, (1 b.), V, (1) pp. e (2), 167, (1 b.), III, (1 b.) pp. Legatura coeva in mezza pelle rossa con titolo, iniziali dell’autore, data e filetti in oro ai tasselli ed ai filetti. Dorso a 4 nervi. Iniziali dell’autore in oro anche al piatto anteriore. Qualche leggerissima e rara fioritura, alcune rare note a matita e nel complesso esemplare, in buone-ottime condizioni di conservazione. Seconda edizione della prima opera e prima edizione della seconda opera. Celebre e rara raccolta di poesie del Granduca di Russia, Konstantin Konstantinovič Romanov (Strel’na, 22 agosto 1858 – Pavlovsk, 15 giugno 1915). Nipote dell’Imperatore Nicola I di Russia fu un poeta e drammaturgo di motevole importanza. Quarto figlio del granduca Konstantin Nikolaevič di Russia e della moglie, la principessa Alessandra di Sassonia-Altenburg, Konstantin Romanov nacque nel palazzo di Costantino a Strelna. Nonostante che fin dalla giovanissima età dimostrasse grande predisposizione per la letteratura e assai minor interesse per la corriera militare, venne, come ogni Romanov, avviato a questa carriera nella Marina Imperiale Russa. Nella Marina non rimase a lungo, insoddisfatto dall’ambiente, passando ben presto nell’elitario reggimento Izmajlovskij della Guardia Imperiale dove, fra l’altro, si distinse, durante il servizio. Omosessuale dichiarato, nonostante questo, considerava di primaria importanza i propri “doveri” verso la famigli imperiale e così sposò, nel 1884, la principessa Elisabetta di Sassonia-Altenburg, sua seconda cugina, la quale, con il matrimonio, divenne la granduchessa Elizaveta Mavrikievna (in famiglia meglio conosciuta come Mavra) e dalla quale ebbe nove figli. Come padre e marito fu devoto e sempre attento alle necessità della moglie e dei figli. Pianista di talento, fu mecenate di numerosi artisti e divenne anche, per meriti, IMG_4900_clipped_rev_1presidente della Società Musicale Russa. Amico di Pëtr Il’ič Čajkovskij, è comunque nella letteratura che diede il meglio. Poliglotta, a lui si devono alcune apprezzate traduzioni in russo di grandi classici tedeschi  (Schiller e Goethe in primis) ed inglesi (era particolarmente orgoglioso della sua traduzione dell’Amleto). Esperto drammaturgo e poeta, produsse e diresse diverse rappresentazioni teatrali da lui scritte (ed almeno in un caso, vi prese parte anche come attore). Konstantin, insieme alla sua famiglia, fu tra i pochi membri della famiglia reale ad essere sempre accolti con piacere a corte da Alessandro III e dalla zarina Alessandra Feodorovna prima, poi da Nicola II che vedevano nella sua slavofilia artistica e nella sua devozione al dovere, un ottimo esempio, da contrapporre allo stile di vita mondano e frivolo di molti altri granduchi. Proprio per il suo carattere aperto e gioviale, fu uno dei più intimi amici della sorella della zarina, Elizaveta Fëdorovna moglie Sergej Aleksandrovič (fu uno dei pochi membri della famiglia reale ad esser presente al funerali di questi quando il Granduca venne ucciso con un attacco dinamitardo). Se pubblicamente la sua vita era caratterizzata da morigeratezza ed equilibrio, nel privato fu confusionaria e piena di contrasti. Anche la sua omosessualità non venne conosciuta in vita, ma divenne pubblica solo dopo la sua morte quando i suoi diari, videro la luce. Questi scritti schietti e diretti dimostrarono tutta la sensibilità e l’amore del Granduca per sua moglie e la sua famiglia ma anche i suoi sensi di colpa per i tradimenti con altri uomini ai quali non seppe resistere. Nei suoi diari Konstantin Romanov affermò che tra il 1893 ed 1899 egli si astenne dalla pratica di quello che egli definiva come il suo “peccato principale”; però, dopo la nascita del settimo figlio, Konstantin divenne un assiduo frequentatore dei numerosi bordelli maschili di San Pietroburgo. Nel 1904 egli scrisse nel suo diario che «ordinai al mio cocchiere […] di andare, e continuai a piedi fin dopo la bath-house. Avevo intenzione di proseguire dritto […] ma prima ancora di raggiungere il ponte Pevčeskij, mi girai ed entrai. E così mi ero arreso ancora una volta, senza lottare poi molto contro le mie inclinazioni depravate». Il ciclo di resistenze e capitolazioni alle tentazioni è un tema molto frequente delle pagine di diario di Konstantin Romanov. Strinse diverse lunghe relazioni con uomini ma negli ultimi anni della sua vita, Konstantin scrisse nei suoi diari che la sua omosessualità, diventava sempre meno pressante, sia perché egli aveva raggiunto una propria pace interiore, sia a causa dell’età avanzata e della cattiva salute. Allo scIMG_4899_clipped_rev_1oppio della Prima Guerra Mondiale, la coppia Granducale con l’intero entuorage, fu colta di sorpresa in territorio tedesco mentre era in vacanza. Fatta prigioniera come ostaggio, venne poi liberata su intervento diretto del Kaiser che permise alla famiglia di ritornare in Russia. Accompagnati al fronte, dovettero affrontare a piedi il passaggio dalle linee tedesche a quelle russe, cosa che segno profondamente la salute, già precaria del Granduca. La morte di uno dei figli in guerra segnò di nuovo Konstantin portandolo ad un tale livello di prostrazione che la morte lo colse il 15 giugno del 1915. La morte gli risparmiò di assistere allo sterminio di buona parte della sua famiglia dopo la fine dello Zar e della sua famiglia. Sopravvissero alla “Rivoluzione” solo la moglie e tre dei suoi figli (uno salvato per intercessione di Maksim Gor’kij che aveva cercato di salvare tutti i Romanov). L’opera qui presentata raccoglie i componimenti poetici scritti dal Granduca tra gli anni 1879 e 1888. I suoi componimenti, seppur anonimi, incontrarono il favore della critica, tanto che furono numeorsi gli articoli a lui dedicati su riviste specializzate e altrettanti furono i commenti entusiasti di numerosi celebri poeti russi che li lessero senza sapere chi ne fosse l’autore. Per ragioni legate alla sua posizione nella famiglia imperiale, Konstantin non firmò l’opera se non con le iniziali, anche se verso la fine della sua vita, l’attribuzione divenne pubblica, tanto che moltissime sue opere furono distrutti durante la “Rivoluzione” rendendole rare, quando non rarissime, specialmente quelle stampate prima del 1900 quando ancora, il Granduca, stampava le sue opere, anonime, in poche copie. Si sa ad esempio che la prima edizione dei suoi componimenti (qui presenti in seconda edizione), edita nel 1886, venne stampata in meno di mille copie, non per la vendita, ma regalate direttamente dal Granduca a personalità ed amici a lui vicini. Allo stesso modo si comportò il Granduca per la stampa della seconda parte dei suoi componimenti nel 1889. Stampò, sempre in circa 1000 copie, la seconda raccolta dei suoi componimenti e decise di ristampare alcune copie, in seconda edizione, della prima raccolta da donare a personalità ed artisti che non conosceva ancora, al momento della stampa della prima edizione. Probabilmente Konstantin curò anche la legatura dei volumi, cosa che spiegherebbe la curiosa presenza delle sue iniziali al piatto anteriore del volume che noi presentiamo. Una terza raccolta poetica che raccoglieva i componimenti scritti tra il 1889 ed il 1899 venne pubblicata nel 1901. Rarità bibliografica.

1.100 euro

113. ART NOUVEAU PUBBLICITA’ TEATRO SARAH BERNHARDT LIBERTY RARITA’

IMG_4730_clipped_rev_1Mucha Alfons,

Representations de M..me Sarah-Bernhardt et de sa Compagnie du Theatre de la Renaissance de Paris, Administrateur general: M. Victor Ullmann.

Paris, Programmes Artistiques “Cinos”, s. data (ma 1898 circa)

In 8° (19,5×13,5 cm); un foglio volante di (4) pp. Leggera piega al centro del foglio e per il resto esemplare in ottime condizioni di conservazione. Rarissima pubblicità teatrale per lo spettacolo che la grande attrice tearale e cinematografica francese, Sarah Bernhardt (Parigi, 22 ottobre 1844 – Parigi, 26 marzo 1923) tenne al Theatre de la Renaissance di Parigi. All’interno della brossure si trova anche la pubblicità per lo spettacolo che la Bernhardt avrebbe tenuto l’11 dicembre del 1898 al Teatro Paganini di Genova. La borossure pubblicitaria presenta un magnifico ritratto dell’attrice realizzato dal grande artista moravo, Alfons Maria Mucha (Ivančice in Moravia nel distretto di Brno, 24 luglio 1860 – Praga, 14 luglio 1939), considerato come il massimo esponente dell’Art Nouveau. L’attrice parigina Sarah Bernhardt (1844-1923) fu la figura più influente nella vita artistica di Mucha. Fu il suo primo poster per lei, Gismonda, a renderlo famoso e crebbe sia come uomo che come artista attraverso la sua collaborazione professionale e l’amicizia con la più grande personalità scenica dell’epoca. Mucha conobbe Sarah Bernhardt per la prima volta alla fine del 1894. La leggenda narra che nel giorno di Santo Stefano (26 dicembre) Mucha, allora umile illustratore, stava facendo un favore a un amico, correggendo le prove nel laboratorio di stampa di Lemercier, quando l’attrice chiamò la stamperia con una richiesta urgente di un nuovo poster per la sua partecipazione all’opera teatrale, Gismonda. Tutti i soliti artisti di Lemercier erano in vacanza, quindi disperato si rivolse a Mucha chiedendogli se se la sentiva di realizzare lui un poster. Nonostante la sua mancanza di esperienza nella progettazione di poster, Mucha colse l’opportunità e si mise subito al lavoro. Finito il manifesto lo presentarono insiema alla grande attrice che con grande stupore di Mucha, si entusiasmò per l’opera. Fu così che i manifesti “Gismonda” di Mucha tapezzarono tutta Parigi il mattino del 1° gennaio del 1895. Questa data è oggi celebre perché segna una rivoluzionare del design dei manifesti. La forma lunga e stretta, i sottili colori pastello e l’immobilità della figura quasi a grandezza naturale, introducevano una nota di dignità e sobrietà sorprendente per la sua novità. I manifesti diventarono immediatamente oggetti del desiderio per collezionisti, molti dei quali usavano metodi clandestini per ottenerli, corrompendo coloro che per lavoro applicavano i manifesti o semplicemente, uscendo di notte e tagliandoli dai cartelloni di nascosto. Felicissimo del successo di Gismonda, Sarah Bernhardt offrì immediatamente a Mucha un contratto per la produzione di scenografie, costumi e poster. In base a questo contratto, Mucha produsse altri sei poster per le sue produzioni: La Dame aux Camélias (1896), Lorenzaccio (1896), La Samaritaine (1897), Médée (1898), La Tosca (1898) e Hamlet (1899). Mucha applicò a questi manifesti lo stesso principio progettuale che aveva sviluppato per Gismonda: l’uso di un formato allungato con un’unica figura intera dell’attrice collocata in un’alcova poco profonda sollevata da terra come fosse una santa, tutte caratteristiche che si possono ritrovare in questa brossure. La collaborazione tra Mucha e Sarah Bernhardt fu, certamente, reciprocamente vantaggiosa. I poster di Mucha hanno immortalato l’immagine “divina” dell’attrice, consolidando il suo status iconico. Da parte sua, Bernhardt era così innamorata del lavoro di Mucha che dopo il 1896 fece uso dei suoi progetti per tutti i manifesti che pubblicizzarono i suoi tour americani. D’altra parte, il successo della Bernhardt ha promosso il lavoro di Mucha e lo ha aiutato ad assicurarsi un punto d’appoggio per realizzare la sua arte ed aprirgli nuovi mercarti, anche dopo il 1904 quando l’artista   s’imbarcò sul transatlantico La Lorraine, diretto a New York ed continuò la sua carriera negli Stati Uniti. Le brossure pubblicitarie di Mucha, proprio per la loro funzione di fogli volanti usa e getta, sono rarissimi.

450 euro

115. SATIRA DISEGNO BOLOGNA MACERATA MONTELUPONE SOCIALISMO SINISTRA ANTICLERICALISMO

IMG_4731_clipped_rev_1Galantara Gabriele,

Disegno satirico anticlericale

S. luogo, S. data ma 1900 circa.

34,5×27 cm; disegno poi dipinto con colori ad olio in bianco e nero. Opera satirica graffiante del celebre illustratore, giornalista e caricaturista socialista, Gabriele Galantara (Montelupone in provincia di Macerata, 18 ottobre 1865 – Roma, 10 gennaio 1937) considerato fra i più grandi caricaturisti italiani. Nato in una famiglia di nobili origini ma ormai decaduta, i suoi avi avevano preso parte attiva ai moti risorgimentali. Pur seguendo gli studi con alterne fortune, dimostrò fin da giovanissimo una propensione per il disegno e le arti figurative, propensione che coltivò anche durante gli studi presso l’univeristà di Bologna nella facoltà di Matematica. E’ proprio qui a Bologna che conosce Guido Poderecca che divine suo grande amico e con il quale fonda il celebre giornale satirico, “L’Asino”. Il suo esordio artistico è da far risalire al 1886, quando fece il suo esordio sulla carta stampata come disegnatore pubblicando alcune sue vignette, con lo pseudonimo di Blitz, sul settimanale umoristico «Ehi ch’al scusa», fondato da Alfredo Testoni nel 1879, un giornale di frivolezze e pettegolezzi non privo di pretese artistiche. Nel 1888, in occasione dell’ottavo centenario dell’Università di Bologna, insieme con l’amico Podrecca diede vita al settimanale satirico «Bononia ridet», mentre collaborava anche contemporaneamente al celebre periodico umoristico bolognese “La Rana”. La fama del giornale era tale che quando nel 1891 scoppiarono moti operai, appoggiati dagli studenti, Poderecca e Galantara vennero incarcerati per lacuni giorni con l’accusa di esser stati gli istigatori dei moti (non sarà l’ultima volta che Galantara verrà arrestato per ragioni politiche). Ma è sicuramente con la nascita del giornale satirico “L’Asino” che Poderecca e Galantara raggiunsero il massimo del successo. Dal 1896 collabora attivamente e regolarmente con “L’Avanti”. Dal 1905 collaborò anche con «L’Assiette au Beurre», noto periodico francese di satira sociale. Dopo una serie di contrasti con l’amico Poderecca legati alla guerra Italo-Turca, osteggiata da Galantara e vista positivamente da Poderecca, i due tornarono in sintonia alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia nel primo conflitto mondiale, appoginado attivamente l’interventismo anche se Galantara nel 1912 a causa delle sue posizioni, era stato espulso dal PSI. “Diede il suo apporto alla causa interventista e alla propaganda di guerra con le caricature, divenute famose, di “Guglielmone” e di “Cecco Beppe” e predicando l’ostilità verso la “barbarie teutonica”. Le sue vignette vennero ripubblicate su altri giornali dei paesi dell’Intesa e furono esposte nel luglio 1916 alle “Leicester Galleries” di Londra; altre vignette apparvero sul periodico parigino «L’Europe antiprussienne» e sul giornale di trincea «Signor sì»”. Dopo la guerra, le sempre maggiori simpatie di Poderecca per il movimento fascista, isolano sempre di più Galantara che riprende la pubblicazione in solitaria dell’Asino (dopo alcuni anni di chiusura), nel 1921 su posizione apertamente antifasciste che inevitabilmente ne sancirono la chiusura nel 1925, dopo una lunga serie di persecuzioni e minacce. Nel 1926 Galantara viene di nuovo arrestato e condannato al confino, pena poi commutata in libertà vigilata con la proibizione di svolgere attività giornalistica. La bella vignetta satirica illustra un grassissimo prete che dal’assoluzione dei peccati ad un vecchio magrissimo a sua volta sormontato da un magrissimo Cristo crocifisso. I disegni satirici di Galantara non sono comuni.

350 euro

116. SATIRA DISEGNO SATIRICO COMMERCIO DEI LIBRI COLLEZIONISMO MODENA PARIGI PUBBLICITA’

IMG_4729_clipped_rev_1Manfredini Enzo,

Les Boites des Quais, disegno caricaturale

S. luogo (ma Parigi), S. data (1920)

33×26 cm; bellissimo disegno autografo satirico dedicato al mondo del commercio de libri, realizzato dal celebre caricaturista modenese, Enzo Manfredini. Nato a Modena il 30 giugno 1887, Enzo Manfredini fu fra i più celebri caricaturisti del XX° secolo. Collaboratore di alcune delle più importanti riviste italiani dell’inizio del XX° secolo come il “Duca Borso”, “Il Pasquino”, “Torino ridet”, “Conte Salomone”, la napoletana “Ma ch è?” (rivista dal gusto moderno ed europeo che riprendeva anche vignette dai due celebri giornali satirici “Simplicissimus” e la “Rire”), dopo pochi anni a Torino si trasferì a Parigi . Qui aprì una bottega che prese il nome di “Atelier Manfredini” specializzato in pubblicità, dessins, affiches, illustrations. L’attività ebbe da subito un grande successo e ben presto, divenne uno degli illustratori più  richiesti di Parigi raggiungendo fama e ricchezza grazie alle sue vignette apparse su giornali quali Pages Folles, L’Intransigent, Le Matin, La baionette, Excelsior, Les son dit, Le Journal, Petit Parisien, Le Rire, Le Sourire, Pêle-Mêle e altri. Qui a Parigi dove frequentava il frizzante mondo letterario, si svolse quasi interamente la sua attività letteraria, anche se non mancò di inviare saltuariamente le sue caricature anche sui giornali italiani come ad esempio il “Duca Borso” giornale ideato da Umberto Tirelli che sicuramente ebbe grande influenza su Manfredini. A Parigi divenne anche amico di Amedeo Modigliani. I suoi disegni traggono la linfa dalla vita diurna e notturna dei bassifondi e delle zone più vive della capitali francese. L’opera qui presentata invece racconta la guerra come la visse l’autore, da volontario portaferiti arruolatosi già nel 1914. Ritornato dal fronte verso la fine del 1914 rimase profondamente colpito dalle scene di guerra che vide e decise di impegnarsi per rappresentare adeguatamente la brutalità e inutilità della guerra. Si hanno così una serie di disegni dove il sarcasmo e l’ironia non nascondono l’angoscia legata agli avvenimenti bellici, sempre però in chiave anti-tedesca. Il disegno qui riportato presenta dei venditori di libri e dei clienti mentre rovistano fra i libri. Satirica la scritta sotto al disegno “On perd sou temps avec des couquins comme ca!! personne achite …, on ne fait meme pas un prix quelcomque!on se fout de nous …”. Autografo di Manfredinì (come si firmava con il suo cognome in francese) in basso a sinistra.

400 euro

117. ARTE CONTEMPORANEA AVANGUARDIE POP ART

Nuova immagineSchifano Mario,

Senza titolo (albero del Durer), 1976.

Monotipo (costituisce un’opera unica all’interno di una serie). Inchiostri serigrafici blu e nero su cartone. Doppio passaggio con stancil sfalsato. Misure 100×70 cm. Incorniciato. Interessante opera del grande artista italiano,Mario Schifano (Homs, 20 settembre 1934 – Roma, 26 gennaio 1998), fra i massimi rappresentanti della Pop Art italiana ed europea. L’opera, come da etichetta sul retro, venne acquistata, direttamente dalle mani di Schifano a Magreta di Modena, nella celebre galleria Catellani, il 23 giugno 1976 per arricchire la Collezione Torricelli. Esemplare in bella ed elegante cornice ed in buone-ottime condizioni di conservazione.

1.700 euro

118. ARTE CONTEMPORANEA TECNICA MISTA MAGICO PRIMARIO ANACRONISMO AVANGUARDIE

IMG_20190531_064752_clipped_rev_1

Omar Galliani,

Senza titolo, (volto), 1999/2000

Tecnica mista su carta artigianale. Misure 31×21,5 cm. Autentica firmata ed archiviazione. Bell’opera del celebre artista e professore di pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera, originario di Montecchio Emilia, Omar Galliani (Montecchio Emilia, 1956). Nel 1982, Galliani, aderisce al movimento “Magico Primario” e nel 1984 all’Anacronismo, movimenti che sviluppano una ricerca incentrata su un recupero della tradizione figurativa italiana e che si prefiggono di creare forme d’arte che siano nel tempo e contemporaneamente, fuori di esso. Le sue opere sono conservate in numerosi importantissimi musei come, solo per citarne alcuni, il GAM di Torino (Paesaggio dei miei veleni, 2014), il NAMOC di Pechino (Lontano da Xian, 2016) e la Galleria degli Uffizi. Ottimo stato di conservazione.

1.400 euro

119. ARTE CONTEMPORANEA LIBRO D’ARTISTA ARTE CONCETTUALE LIBRO OGGETTO 

 IMG_20200114_165902_clipped_rev_1 IMG_20200114_170209_clipped_rev_1

Ettore Spalletti,

Rivoli, Prima Edizioni, 2004.

31×44 cm. Legatura editoriale. Tiratura limitata in 300 copie. L’opera venne prodotto da Skira, su progetto dell’artista, in occasione della mostra personale dell’artista presso il Castello di Rivoli. Ottimo stato di conservazione. Rarissimo libro d’artista del celebre pittore e scultore abruzzese, Ettore Spalletti (Cappelle sul Tavo in provincia di Pescara, 26 gennaio 1940 – Spoltore, 11 ottobre 2019) fra i maestri dell’Arte Concettuale. Questo rarissimo libro d’artista si inserisce perfettamente nel percorso di ricerca di valorizzazione emotiva dei toni cromatici nella loro essenzialità dove l’apparente monocromia è in realtà, il risultato di multiformi strati cromatici abrasi ed elaborati che vanno a creare un colore intriso di materia e di luce. Il libro stesso è creato perIMG_20200114_170243_clipped_rev_1 travalicare il proprio limite fisico e per creare, grazie al suo forte impatto visivo, un’interazione con l’ambiente circostante. Spalletti ha presentato le sue opere al Documenta di Kassel (1982, 1992), alla Biennale di Venezia (1982, 1993, 1995, 1997) e in mostre personali a Parigi (Musée d’art moderne de la Ville de Paris, 1991), New York(Osmosis, S. R. Guggenheim Museum, 1993, con Haim Steinbach), Anversa (Museum van Hedendaages Kunst, 1995), Strasburgo (Salle des fêtes, Musée d’art moderne et contemporain, 1998-99), Napoli (Museo nazionale di Capodimonte, 1999), Leeds (Henry MooreFoundation, 2005). Rarità bibliografica. Ottimo stato di conservazione.